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    «Maestro, dove abiti?»



    Juan E. Vecchi

    (NPG 1997-07-3)


    «Maestro, dove abiti?» fu la domanda dei due discepoli ai quali Giovanni il Battista aveva presentato Gesù. Capivano che avrebbero potuto trovare Gesù nelle piazze, sulle strade o nella sinagoga, come capitava a tutti. Lì però non avrebbero potuto andare a fondo nella conoscenza della sua persona, del suo pensiero, del suo progetto. Tanto meno avrebbero potuto coltivare un’amicizia. Gesù lo si poteva trovare in qualsiasi posto, ma ce n’era uno in cui dimorava come fosse casa sua e si esprimeva come in famiglia. Non era un luogo materiale. Era una compagnia, una missione da svolgere assieme, un segreto vitale da illuminare e condividere.
    Questo luogo è la Chiesa: la comunità dei suoi seguaci e discepoli. Ci si può imbattere con Gesù in molte situazioni a cui ci espone la vita: la ricerca sincera della verità, la lettura personale del Vangelo, la sofferenza dei poveri, l’esperienza della gratuità e del servizio, la conoscenza dei suoi testimoni, gli avvenimenti del mondo che sollevano interrogativi fondamentali o ammirazione. Dopo la Risurrezione, Cristo riempie col suo Spirito il mondo e la storia. Ma lo scambio fugace di sguardi e parole sfocia in conoscenza vera e profonda soltanto se andiamo dove egli abita. Alla Chiesa Gesù dice: «Io sono con voi fino alla fine dei secoli». Alla Chiesa dice pure: «Chi ascolta voi, ascolta me». Alla Chiesa dice: «Fate questo in memoria di me».
    Della Chiesa si sente parlare in modi e con toni diversi. Questo influisce sul senso di appartenenza che i giovani riescono a maturare. Alcuni ne parlano con affetto quasi fosse la propria famiglia, anzi la propria madre. Sanno che in essa e da essa hanno ricevuto la vita spirituale. Anche se ne conoscono limiti, rughe e persino scandali, ciò tuttavia appare secondario di fronte ai beni che essa porta alla persona e all’umanità in quanto dimora di Cristo e punto di irradiazione della sua luce: le energie di bene che si manifestano in opere e persone, l’esperienza di Dio mossa dallo Spirito che appare nella santità, la saggezza che ci viene dalla Parola di Dio, l’amore che unisce e crea solidarietà oltre i confini nazionali e continentali, la prospettiva della vita eterna.
    Altri ne trattano con distacco quasi fosse una realtà che a loro non appartiene e di cui non si sentono parte. La giudicano dall’esterno. Quando dicono «la Chiesa», sembrano riferirsi soltanto ad alcune delle sue istituzioni, a qualche formulazione della fede o a norme di morale che non vanno loro a genio. La Chiesa appare come un soggetto anonimo sul quale si generalizza come «il Quirinale, il Campidoglio o Palazzo Chigi». È l’impressione che si ricava nella lettura di alcuni giornali.
    Si sbagliano proprio in quello che costituisce la Chiesa: il suo rapporto, anzi la sua identificazione con Cristo. Per molti, questa è una verità non conosciuta o praticamente dimenticata. Non manca chi la interpreta come una pretesa della Chiesa per monopolizzare la figura di Cristo, controllarne le interpretazioni e gestire il patrimonio di immagine, di verità, di fascino che Cristo rappresenta.
    Per il credente invece questo è il punto fondamentale: la Chiesa è continuazione, dimora, presenza attuale di Cristo, luogo dove egli dispensa la grazia, la verità e la vita nello Spirito. «Cristo, unico mediatore, ha costituito sulla terra la sua Chiesa santa, comunità di fede, di speranza, di carità, come un organismo visibile. La sostenta incessantemente e per essa diffonde su tutti la verità e la grazia» (LG n. 8).
    È proprio così. La Chiesa vive della memoria di Gesù, rimedita e studia con tutti i mezzi la sua parola estraendone nuovi significati, riattualizza la sua presenza nelle celebrazioni, cerca di proiettare la luce, che si sprigiona dal suo mistero, sugli avvenimenti e sulle concezioni di vita attuali e assume e porta avanti la missione di Cristo nella sua totalità: annuncio del Regno e trasformazione delle condizioni di vita meno umane. Soprattutto Gesù ne è il capo che attira i singoli, li unisce in un corpo visibile e infonde energie nelle comunità.
    Il 1997 è dedicato alla meditazione su Cristo. Si è detto che il cristianesimo non è la religione del testo scritto o del libro tramandato, ma della persona e della comunità, dunque della verità vissuta nel tempo: della persona di Cristo, della persona dei fedeli, delle persone degli uomini da salvare. I Vangeli sono nati nella Chiesa e suppongono la sua esistenza. Per entrare nel mistero di Cristo siamo dunque invitati a conoscere la Chiesa, a viverci dentro e a farne l’esperienza, a cogliere la sua realtà misteriosa e la sua dimensione visibile, a saper discernere quanto di essa si afferma o si scrive.
    Ciò ci porta a due serie di considerazioni.
    La prima tocca le attese dei giovani riguardo alla Chiesa. Mi riferisco a quelli che se ne interessano. Bisogna dire che le attese corrispondono, quasi spontaneamente, alle dimensioni della Chiesa, sottolineate in questi ultimi anni: comunione, missione, mistero. C’è dunque quasi una vicendevole corrispondenza tra Chiesa vera e gioventù.
    Comunione vuol dire incontro con persone significative, possibilità di dialogo e di confronto, condivisione di esperienze valide e di prospettive di vita, aggregazioni utili a se stessi e agli altri, sguardo comprensivo verso le altre esperienze religiose, attenzione verso le parti sofferenti del mondo, interesse per i lontani geograficamente, psicologicamente o religiosamente. Missione significa proposta di impegni, coinvolgimento in iniziative di sollievo e liberazione dovutamente motivate, profezia di valori fondamentali dimenticati dalla società come la pace, la solidarietà, il senso della vita portato dal Vangelo.
    Mistero vuol dire senso della presenza di Dio, avvicinamento a Cristo senza incrostazioni, esperienza di spiritualità, apprendimento della preghiera, lettura degli avvenimenti e dei segni alla luce della speranza, coscienza della trascendenza.
    La seconda serie di considerazioni va sulla pedagogia o cammino per far maturare nei giovani una appartenenza adulta e fondata alla Chiesa. Il criterio che guida tale cammino è far incontrare le attese dei giovani con la realtà della Chiesa e andare oltre, fino all’atto di fede in essa. Una prima attenzione va rivolta a qualificarne l’esperienza. Essa è sottomessa all’usura e alla abitudine. L’obbligo di starci non regge. Sta qui la ragione del distacco o abbandono di molti, sovente deprecato. Non si sente più la relazione che intercorre tra l’esperienza di Chiesa e la propria vita.
    L’esperienza si qualifica con l’apertura a nuove espressioni e con l’approfondimento delle motivazioni di fede riguardo a tre dimensioni indicate sopra. La comunione deve passare dalla semplice presenza al rapporto personalizzato con membri, responsabili e testimoni della comunità, alla partecipazione e coinvolgimento attivo nella vita della comunità ed al riferimento sentito con chi questa comunità convoca e unisce: Cristo. La missione deve camminare verso visioni più ampie fino a comprendere il mondo, per prendere coscienza delle situazioni umane in cui si sente l’urgenza della salvezza, portare verso la comprensione e accettazione delle condizioni della salvezza offerta da Cristo. Il mistero richiama a fissare lo sguardo con più profondità sul significato della presenza di Cristo nell’umanità, sul punto di arrivo a cui è chiamato l’uomo e l’amore personale che presiede la sua esistenza.
    Sovente critichiamo l’espressione: Cristo sì, Chiesa no. Essa riduce Cristo a un ricordo storico o a una dottrina e intende la fede come un consumo soggettivo senza preoccuparsi di penetrare nel mistero della vita e del mondo.
    Ma c’è da domandarsi se tante volte il germe di questo scollamento tra simpatia per Cristo e senso della Chiesa non sia una catechesi mancante in cui la presentazione della Chiesa è rimasta al di sotto dell’esperienza umana del soggetto; di conseguenza questo ha trovato significati vitali, più vicini ed adeguati, in altri cerchi e aggregazioni.
    Oltre a qualificarla dal punto di vista della rispondenza al soggetto, l’esperienza di Chiesa va ricondotta al suo fondamento. Il Vangelo è ricchissimo di prospettive e stimoli. Tutti i quattro Vangeli presentano non solo alcuni episodi e detti che riguardano la Chiesa, ma addirittura una prospettiva ecclesiale nell’insieme e in ciascuno dei brani. Nati nella comunità, esprimono e raccontano una fede vissuta comunitariamente.
    È evidente che lo sguardo su Cristo non deve fermarsi alla sua persona circoscritta nel tempo, ma deve spaziare sul suo mistero presente e operante nella storia.
    Il discorso su Cristo non andrebbe mai staccato da quello sulla Chiesa, quasi si potesse avere un accesso a Lui senza la mediazione di questa: una mediazione non imposta per la volontà dell’uomo, ma interna alla natura stessa dell’incarnazione nel tempo.
    Ciò dovrà portare ad una comprensione matura delle due «nature» della Chiesa: quella umana e quella divina, senza separazione né confusione e quindi alla corretta valutazione dei suoi limiti che non intaccano sostanzialmente la sua mediazione.
    La nostra fede in Cristo rimane poverissima se non si inserisce sempre di più in quella della Chiesa: anzi appare vuota.



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