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    Figli dello stesso Padre



    Juan E. Vecchi

    (NPG 1999-05-04)


    Il pensiero del Padre porta verso la fraternità tra gli uomini. Questa è ben fondata e feconda quando la si riporta a tale fonte. I sentimenti umanitari vaghi, da soli, anche se utili e importanti, non sono sufficienti a realizzarla in forma totale e duratura.
    Si sa che, dalla fine del Settecento, in dichiarazioni solenni si è proclamata la fraternità. Gli stessi che l’hanno sancita hanno poi però creato prigioni per gli oppositori o hanno conquistato terre sottomettendo i nativi come fossero di una diversa specie biologica.
    Era una fraternità selettiva. La schiavitù ha tutta una storia che arriva fino a noi. E non sempre è stata il risultato soltanto di «comportamenti» individuali. Sovente risponde a «principi»: un tempo erano di natura filosofica, poi sociale; oggi possono essere di natura economica (ad esempio, la concorrenza senza regole).
    La fraternità, come viene presentata dal vangelo, non nasce da un accordo sociale tra gli uomini, ma dal loro essere e dalla loro origine. Essi procedono tutti da Dio, da Lui sono stati creati nell’amore, come una famiglia. Hanno davanti a Lui, e così dovrebbe dunque essere di fronte ai propri simili, la medesima dignità e i medesimi diritti.
    Al fatto della creazione si aggiunge quello dell’Incarnazione. Facendosi uomo, il Figlio di Dio ha assunto in sé l’umanità tutta come la si ritrova in ciascuno dei suoi membri. Non ha preso una natura umana collettiva e anonima; ma, come afferma il Concilio Vaticano II, «ha unito a sé, in un certo senso, ogni uomo». Per cui è vera la consegna: «Ogni uomo è mio fratello». Gesù esprime la stessa verità quando parla del «Padre vostro».
    Oggi questa verità della fede si trova come una gemma tra le scorie. Brilla più che mai nella mente e nel desiderio di tutti, perché si intuiscono i frutti di pace che una sua realizzazione potrebbe portare.
    Le dichiarazioni sono quanto mai chiare e frequenti, eppure ci sono ancora traguardi minimi da raggiungere, che vengono perseguiti con convinzione da gruppi minori, i volontari, ma non determinano ancora il cammino dell’umanità. Non tutte le parti di questa hanno accolto le conseguenze minime della «fraternità»; e quelli che l’hanno sancita «nei principi» sovente la ignorano nella pratica.
    L’esperienza della paternità di Dio deve suggerire oggi molteplici espressioni di fraternità: espressioni immediate, cioè di pronto intervento, e pensate per il lungo termine, come semi di una grande solidarietà futura da costruire; verso i prossimi e i più lontani. Conviene agire e incoraggiare ad agire allo stesso tempo sulle situazioni concrete e sulla cultura, sulla realtà e sulla mentalità; da soli, a piccoli gruppi, a rete e in vaste organizzazioni a livello mondiale. Lo sviluppo futuro di un’esistenza più conforme alla «fraternità» è infatti questione di assistenza, di cultura e di pratica, di cuore, di intelligenza e di organizzazione sociale secondo i parametri che il mondo attuale, globalizzato e complesso, richiede.
    Il bisogno di dare «fondamento», oltre i poteri del mondo, ad una cultura e ad una pratica della fraternità, si sente con particolare urgenza in alcuni ambiti.
    Riguardo alla persona, la paternità di Dio ci porta a riconoscerne la dignità e dunque a purificare la mente da ogni discriminazione creata dal denaro, dalla condizione sociale, dall’istruzione, dalla cultura e in qualche parte dall’ordinamento politico (privilegi per ragione di religione, cittadinanza o appartenenza etnica).
    In ciascun contesto c’è un bisogno urgente «di aria nuova» riguardo al riconoscimento del valore di ciascun essere umano. Non senza ragione si continua ad insistere sui diritti umani, quelli cioè che vanno oltre qualsiasi ordinamento giuridico e affondano le radici nella natura.
    Di alcuni pregiudizi non sono liberi né le cosiddette persone «istruite», né i contesti culturalmente avanzati. Il trattamento dell’immigrazione ce ne dà un esempio.
    Conviene mettere a tema e dare il nome attuale ai fenomeni che sfidano tale riconoscimento e intraprendere con i giovani azioni pacifiche, ma esemplari. Tali fenomeni infatti costituiscono il tessuto del nostro quotidiano e sfidano la consistenza della fede.
    Nell’ambito sociale e politico il «solo Dio Padre Onnipotente» ci dice che la verità accolta dalla coscienza è la prima e suprema voce da sentire e seguire: la fraternità suggerisce di imparare la pratica della libertà assunta personalmente e rispettata negli altri; di non piegarsi di fronte a chi vorrebbe fare da padrone (propaganda, consensi generalizzati, modelli di vita e di consumo), livellando tutti nella mentalità e nei costumi; di essere personalmente responsabili dei criteri che si socializzano attraverso le leggi e critici di fronte alle imposizioni del mercato, dei sondaggi predisposti, del monopolio dei media, di saperci aiutare con le mediazioni autorevoli: fratelli, non sudditi e tanto meno schiavi.
    Allo stesso tempo suggerisce di rinsaldare l’appartenenza e la solidarietà nella comunità civile nella quale è possibile una realizzazione più completa della fraternità. Il disimpegno pratico, la «atomizzazione» individualistica nel sociale, il ripiegamento nel solo «privato» vanno decisamente corretti.
    Nell’ambito dei beni naturali e di quelli che l’uomo produce, Dio, Padre mio e degli altri, porta all’uso ragionevole, al rispetto e alla condivisione. Il creato è l’abitazione di tutti, è patrimonio dell’umanità. Non va sequestrato e sfruttato come una miniera personale.
    Non è facile applicare questa visione rispettosa e questo diritto universale. Siamo in tempi di privatizzazioni, di concorrenza e di concentrazione di potere economico. La mentalità, nostra e dei giovani, va però spinta anche su questa linea: usare con ragionevolezza i beni prodotti, collaborare ad una distribuzione fraterna, vivere con sobrietà per poter condividere, preservare, godere di beni diversi dai consumi.
    Il senso di uguaglianza filiale e di solidarietà fraterna porta a privilegiare coloro che sono in maggiore necessità, le povertà di diverso genere, in particolare quelle estreme o «mortali». Gli esclusi dalla tavola dell’umanità non siano rimossi dalla coscienza dei giovani; moltiplichiamo le iniziative piccole, medie ed estese, accompagnandole con una conversione culturale circa un progetto accettabile di convivenza: la civiltà dell’amore fraterno.
    Nell’ordine religioso la paternità universale di Dio porta ad educare alla visione ecumenica. Tutti i cristiani, di diverse confessioni, sono solidali in una fede e nella coscienza di una condizione: essere figli in Cristo. Ciò costituisce un fattore di unione e solidarietà capace di incidere in aspetti fondamentali della convivenza umana.
    Discorso analogo si può fare riguardo al rispetto e dialogo interreligioso. Ormai ci si trova dappertutto con gente di diverse religioni. L’incontro non può che essere nel segno dell’accoglienza. Questo richiede consapevolezza del dono della fede che abbiamo ricevuto, comprensione e apprezzamento di quello che di religioso è maturato negli altri, capacità di rapporto e collaborazione, offerta schietta della propria esperienza, liberazione da ogni sentimento di supremazia o di ogni rigidità, interesse per cause comuni.
    Va rilevato il peso che sta avendo il «fondamentalismo» religioso nella «divisione» interna dei popoli, nella negazione dei diritti essenziali della persona, in fatti sanguinosi e come «pretesto» o arma politica. Nel dialogo e nella cultura mondiale i cristiani si fanno araldi del primato dell’amore che è sempre accogliente e comprensivo, e porta insieme la verità e il bene.
    Insomma la paternità di Dio, e la nostra condizione di figli in Cristo, non è solo un’indicazione da prendere in considerazione nella concezione del vivere personale e sociale, e quindi dell’educazione alla fede: è il progetto completo di una maturazione autenticamente cristiana, l’origine e il punto finale al quale dunque ritorniamo continuamente per Cristo e nello Spirito Santo.



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