Intervista a Augusto Palmonari
(NPG 1999-05-89)
Domanda. Si parla oggi genericamente di disagio come se fosse la categoria più utile per comprendere il mondo dei giovani, degli adolescenti. Ma è così «normale» il disagio giovanile?
Risposta. La nozione di disagio giovanile che si è diffusa ampiamente negli ultimi anni fra giovani, operatori e ricercatori impegnati nel sociale, ha un significato assai ampio e aspecifico; non denota in sostanza un preciso fenomeno di malessere giovanile, né può essere fatto risalire ad un’unica causa.
Il rischio di usare tale nozione in modo confuso è quindi particolarmente alto, tanto che molti studiosi preferiscono non usarla. Ma il significato immediato del termine è a tutti comprensibile, per cui è opportuno continuare ad utilizzarlo con consapevolezza.
Possiamo considerare il disagio in rapporto con la «normale» crescita adolescenziale. L’adolescente deve infatti far fronte ad una molteplicità di cambiamenti di ordine fisico e pulsionale; dare risposte adeguate alle aspettative che gli «altri» per lui (o lei) significativi esprimono nei suoi confronti, dal momento che appare con aspetto adulto e non più di bambino; deve fare i conti con molte richieste sociali di efficienza ed efficacia (per esempio a scuola o sul lavoro, ma anche in famiglia, nel gruppo dei pari, nel contesto istituzionale) e saper dominare l’ansia che tali richieste generano in lui; deve saper trovare il filo di una propria continuità (il problema dell’identità) pur sperimentando cambiamenti tanto rilevanti che lo toccano direttamente sul piano fisico, emotivo e relazionale; deve saper trovare il modo per dare un proprio contributo alla vita sociale pur di fronte a tanta indifferenza che gli riservano gli adulti. Questi fatti che concernono tutti gli adolescenti, ragazzi o ragazze, di tutte le condizioni sociali nella nostra società, sono definiti «compiti di sviluppo» proprio per sottolineare che per divenire adulti bisogna affrontarli e in qualche modo trovare ad essi una risposta.
I «normali» compiti di sviluppo costituiscono, dunque, una causa ineliminabile di disagio. Sarebbe in fondo più comodo non crescere, non assumere responsabilità, non preoccuparsi di trovare una propria coerenza senza rigidità o durezze. Fra le forme di disadattamento adolescenziale si trovano spesso fenomeni che potremmo definire di «rifiuto della crescita»: è come se la paura di affrontare il disagio connaturato con la condizione dell’adolescente spingesse l’adolescente stesso a rincantucciarsi in un suo mondo privato in cui cessa di comunicare con gli altri, di partecipare alla vita sociale.
L’insegnamento che deriva da questi fenomeni in sé tanto dolorosi è assai chiaro: per divenire adulti non si può non affrontare il disagio inerente ai compiti di sviluppo che ogni adolescente incontra nel processo di crescita.
Ma è evidente che il discorso sul disagio non finisce qui. I processi di crescita sono assai più difficili per alcuni che per altri.Uno studioso inglese, John Coleman, ha chiarito questo fatto con una metafora molto brillante: gli adolescenti, egli sostiene, riescono ad affrontare con successo i propri compiti di sviluppo se possono misurarsi con ognuno di essi, senza essere sovraccaricati dalla pressione contemporanea di altri compiti, al momento in cui hanno maturato le competenze per risolverli. Se più compiti di sviluppo si presentano contemporaneamente, e colgono l’adolescente nel momento in cui non ha alcuna competenza per farvi fronte, il soggetto rischia di restare schiacciato da essi. In pratica, di crescere con una personalità non autonoma ed adeguata ad inserirsi in modo costruttivo nella realtà del sociale.
È ovvio che la tesi di Coleman è esposta in modo schematico, e che le esperienze di crescita non possono essere viste in modo così riduttivo: prima un compito, poi l’altro, poi un altro ancora. È però uno strumento concettuale utile per capire meglio che, se il disagio è connaturato alla condizione adolescenziale (ma potremmo dire: alla condizione umana), un eccesso di disagio (psicologico, sociale, dovuto a fattori strutturali, ecc.) può danneggiare le possibilità di realizzazione di ogni persona. In questo senso, il fatto di crescere in una famiglia assente o «disastrata» può costituire una situazione di disagio troppo pesante per l’individuo lasciato a se stesso; altrettanto può dirsi di certe condizioni di povertà (nuova o tradizionale) così come di situazioni fortemente emarginate, ecc. Ma si devono ricordare anche le situazioni di famiglie iperprotettive che non sanno lasciar crescere i loro figli riconoscendo e rispettando la loro «alterità» rispetto ai genitori.
Da un’impostazione di questo genere appare evidente che la nozione di disagio non può essere usata in modo assoluto: non è, in altre parole, che uno il disagio ce l’ha o non ce l’ha. Ognuno deve far fronte continuamente ad un certo disagio e in certi momenti a disagi più rilevanti. L’adolescenza è un momento in cui le difficoltà della crescita danno luogo ad un livello serio di disagio. Ma ci possono essere adolescenze dal disagio affrontabile, ed altre in cui è praticamente impossibile che il soggetto (uomo o donna che sia) ce la possa fare da solo. È quindi importante che nelle situazioni di disagio più accentuato sia offerto a chi vi è implicato un sostegno sociale rilevante. Molti studi sui processi di sviluppo hanno infatti dimostrato che il sostegno sociale permette a chi è in difficoltà di superare ostacoli che altrimenti lo schiaccerebbero. Appare così evidente la stretta relazione esistente tra gravità del disagio e forza della solidarietà sociale che l’ambiente riesce ad esprimere. Anche a disagi estremi, forse, si può dare sollievo attraverso forme adeguate di sostegno che la solidarietà può mettere in atto.
D. Esiste un nesso tra disagio e aggressività?
R. Chi si trova in una condizione di disagio, sia essa «fisiologica» o abnorme, sperimenta una situazione di eccitabilità psicologica più rilevante di chi vive senza disturbi immediati e pressanti.
In una tale condizione di tensione ogni ulteriore elemento di disturbo, soprattutto se inatteso e incomprensibile, può scatenare comportamenti estremi particolarmente carichi da un punto di vista emotivo. In una società come la nostra, in cui l’aggressività è considerata una risposta sociale legittima in tante situazioni, la forma che il comportamento estremo generalmente assume è di tipo aggressivo.
Il sostegno sociale a chi vive profonde situazioni di disagio deve quindi evitare frustrazioni ulteriori che possano facilitare la convinzione che solo una risposta aggressiva, più o meno elaborata, sia un modo per «farsi sentire», non perdere la propria individualità.
La consapevolezza del nesso esistente fra disagio, elaborazione in forma aggressiva delle tensioni dovute al disagio, e legittimità sociale della aggressività, mostra però anche che la via principale in cui impegnarsi per modificare i rapporti sociali è quella tesa a creare un «sentire comune» in cui alla risposta violenta non sia mai riconosciuta alcuna legittimità.
D. Il linguaggio di un sedicenne è talmente tipico che per un trentenne è pressoché incomprensibile. Com’è possibile comunicare?
R. La comunicazione non è una abilità assoluta nel senso che o uno è capace di comunicare o non ne è capace del tutto. Ci sono situazioni in cui è agevole comunicare ed altre in cui è difficile fino a sembrare impossibile.
Nel rapporto fra un trentenne e un sedicenne la responsabilità di comunicare è sempre del trentenne: è adulto, ha più potere sociale per l’esperienza che ha acquisito, dunque deve lui stesso (o lei) trovare il canale di comunicazione, anche se il linguaggio dell’altro può sembrare incomprensibile.
L’esempio che si può fare è quello di due che parlano due lingue diverse. Se devono comunicare, pian piano trovano il modo: decifrando i riferimenti di certi suoni, ricostruendo il significato di espressioni non verbali, utilizzando i gesti, imparando il senso di certe espressioni.
L’importante è dunque che il trentenne voglia capire il sedicenne; prima di tutto non deve pensare che il sedicenne debba condividere il suo modo di esprimersi. Deve infatti sforzarsi di entrare nel mondo del sedicenne, provare a mettersi nei suoi panni, decifrare il senso di certe espressioni ricorrenti e «tradurre» quello che vuol dire con gli strumenti di senso che il sedicenne utilizza. Se c’è questo sforzo, la comunicazione pian piano può instaurarsi, con momenti di maggiore facilità ed altri di difficoltà gravi che danno l’impressione di dover ricominciare da capo. In breve: è possibile comunicare se il trentenne è disposto a fare molta fatica.
(A cura della Redazione di Sempre)


















































