Franco Garelli
(NPG 1999-05-92)
Chi ha a cuore le sorti del Paese non può che guardare con grande interesse ai lavori dell’assemblea straordinaria della CEI tenuta nel novembre scorso. I vescovi tutti erano stati chiamati ad alcuni giorni di studio e di confronto su temi qualificanti per la presenza della Chiesa in Italia: fra tutti quello dei giovani e dell’educazione. È su questioni concrete come queste che la Chiesa misura la sua capacità di servizio al Paese, oltre che la sua testimonianza del messaggio religioso.
Anzitutto i giovani, dunque, e il loro rapporto con la fede. Al riguardo, il presidente della CEI osserva che «la debolezza della proposta educativa di molte famiglie e istituzioni comporta per le nostre comunità» e per i cristiani che operano in questo campo «un aumento di dedizione e di responsabilità».
La Chiesa intende cioè riproporre con forza la questione educativa, la «grande assente» dell’epoca attuale.
Da troppo tempo l’immagine dei giovani è quella del disagio, come di una condizione ai margini del sistema, alla ricerca di un lavoro che non c’è (perlomeno rispetto alle aspettative maturate o ai titoli di studio conseguiti), che ha difficoltà a rendersi autonoma, le cui prospettive di affermazione sociale e professionale sembrano sbarrate dalla presenza ingombrante degli adulti.
Di qui l’incertezza per il futuro, la precarietà psicologica, il ripiegamento su obiettivi di piccolo cabotaggio, la ricerca di spazi espressivi autonomi (fuori dai luoghi della partecipazione), la spinta alla trasgressione e all’evasione. Certamente i giovani non vivono una stagione facile, anche se continuando a dipingerli come i soggetti del disagio (e talora lo fa pure parte del mondo cattolico) si rende loro un cattivo servizio.
Il rischio è di «disagiare» tutta la condizione giovanile, di «assistenzializzarla», alimentando un’immagine al ribasso cui a poco a poco i giovani si uniformano.
I problemi strutturali per i giovani sono evidenti, ma non tutto è riconducibile ad essi. Molta disaffezione sociale è imputabile anche a un eccesso di aspettative rispetto alle reali possibilità o al fatto che le istanze rivendicative superano gli apporti positivi. Si estende poi tra i giovani la cultura dell’estraneità, per cui si può stare dentro il sistema ma vivere con la testa da un’altra parte, si hanno giganteschi vuoti di memoria, ci si sente vivi solo negli spazi e nelle pratiche alternative, si è alla continua ricerca di «non luoghi», si fa della trasgressione una modalità di realizzazione.
Tutto ciò riflette una stagione in cui mancano positive identificazioni. La precarietà del lavoro e l’evaporare della politica hanno il loro peso. Ma oltre a ciò sono venuti meno nel tempo i sistemi-ponte, le figure e i luoghi di mediazione tra bisogni individuali e le istanze della collettività. Da anni si parla molto di educazione e di prevenzione, ma col passare del tempo diminuiscono di fatto le proposte educative e quanti si impegnano in questo campo. C’è grande incertezza e disorientamento (nelle famiglie, nelle scuole, nella vita associativa) su quali valori e mete proporre ai giovani, e sovente si interpreta l’azione educativa come semplice accompagnamento o presenza, senza maturare slanci e proposte. Nelle istituzioni non si riesce ad affezionare i giovani alla vita sociale e la partecipazione non è più un valore da costruire giorno dopo giorno, a partire dal basso.
Molti poi (anche nel mondo cattolico) hanno scambiato l’informazione per educazione, pagando un pesante tributo alla società dell’immagine. Per educare alla legalità, alla pace, al rispetto della diversità e di altre culture, alla cooperazione, alla solidarietà, ecc. non è sufficiente organizzare tavole rotonde, convegni, dibattiti, mostre. Il fatto educativo è altra cosa rispetto a una generale sensibilizzazione culturale su questi temi.
Molti valori possono essere condivisi a livello ideale, ma negati nelle scelte pratiche. L’educazione è la costruzione di atteggiamenti, è la sperimentazione di situazioni in cui si cerca di tradurre i valori in scelte pratiche, è un «discorso» formativo di lungo corso, quella «pedagogia dei tempi lunghi» da anni delineata da Riccardo Tonelli, il maggior esperto di pastorale giovanile che abbiamo.
È importante dunque che la Chiesa rilanci a fondo il discorso educativo, sia perché se ne avverte un grande bisogno nella società d’oggi, sia perché in tal modo riaggiorna una vocazione tipica della componente cattolica.
Che è una delle poche realtà ancora impegnate nell’azione educativa di base, con molte associazioni, movimenti, gruppi, parrocchie, scuole, ecc. che accompagnano la crescita degli adolescenti e dei giovani con proposte impegnative.
Nuove sfide oggi nascono in questo campo.
Varie istituzioni sono «educative» solo di nome e non più di fatto; altre agenzie esercitano a questo livello una grande concorrenza, ma più che orientare tendono a «disorientare»; non è facile poi educare in una società complessa, caratterizzata da modelli e istanze culturali contraddittorie, dove lo stesso pluralismo culturale indica la difficoltà di trovare un minimo comune denominatore a livello educativo; inoltre, i giovani d’oggi vivono una condizione particolare, tendono a mettere tutte le proposte sullo stesso piano e vivono le appartenenze in modo selettivo, più all’insegna della «fedeltà passiva» che della piena identificazione. Solo ripensando tali questioni, è possibile interpellare nuovamente i giovani a grandi mete, a obiettivi importanti.
Sulla questione educativa, il cardinale Ruini auspica che l’assemblea episcopale giunga «il più possibile a orientamenti anche pratici e determinati».
Quanto sarebbe auspicabile, a tale riguardo, il rilancio dell’impegno educativo nei vari ambienti ecclesiali! Con diocesi e parrocchie che rinnovano la loro rete sul territorio (ripensando, ad esempio, la proposta degli oratori), non affidandosi soltanto alle iniziative del «centro» o ai grandi eventi collettivi (la cui funzione è comunque importante). Con un forte impulso dal basso, ritornando nella periferia della società e della Chiesa, e aprendosi al protagonismo dei giovani.
Un discorso analogo si può fare per l’educazione dei giovani alla fede. Col tempo il linguaggio della fede si è ridotto tra i giovani.
La catechesi è sempre più un momento informativo che un’esperienza di vita, con molte famiglie per le quali la fede non è più un criterio di riferimento, con una preparazione ai primi sacramenti disgiunta (per molti ragazzi) da un itinerario di fede dentro un’esperienza comunitaria.
Si vive poi in una società che ha ormai cancellato il calendario religioso o che lo ricorda più per motivi profani che spirituali. Anche l’informazione religiosa volge al minimo, mentre altre proposte spirituali emergono nella nostra cultura.
Oggi, dunque, non sono più certi e collaudati gli itinerari della fede, e varie domande «religiose» della gente sono ambivalenti ed eterogenee. Una parte dei giovani riscopre altre fedi religiose, perché non comprende più la novità di quella cristiana. Se si parla di spiritualità, molti giovani pensano alle religioni orientali, e cadono dalle nuvole quando loro si ricorda il patrimonio di spiritualità presente nella storia cristiana.
Si tratta pertanto di ripensare le condizioni di annuncio del messaggio cristiano; in particolare, di ricostruire i «fondamentali della fede», le pre-condizioni umane di una fede religiosa. Senza alcuni atteggiamenti umani di fondo, diventa difficile aprirsi a una prospettiva religiosa e comprenderne la novità.
Ciò significa educare al senso del rischio e del sacrificio, alla dimensione del mistero e della speranza, alla prospettiva del cammino umano e spirituale, all’apertura alla novità e alla ricerca, al senso del progetto e della comunità, ecc.: tutti aspetti che costituiscono le basi umane di un’esperienza religiosa.
La centralità dell’annuncio è fuori discussione. Ma occorre rendersi conto che oggi si può idealmente aderire ai contenuti del messaggio senza maturare gli atteggiamenti conseguenti.
(Avvenire, 10/XI/98)


















































