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    Jessica Genesio

    (NPG 1999-05-95)


    Era tutta una vita che aspettava quel giorno e finalmente era arrivato. Ora che l’incontro era avvenuto non poteva non ripensarci nella calma della notte riassaporandone ogni istante, rivivendolo daccapo e ancora daccapo.
    Tutto era cominciato qualche giorno prima, quando, con i libri poggiati sulle gambe, viveva una giornata uguale alle altre, traducendo gli interminabili versi dell’Eneide. Il silenzio della cucina era stato interrotto dallo squillo del telefono. «Pronto?». Una voce giovanile dall’altra parte chiese di sua sorella. Giovanna aveva subito pensato a un collega di Grace; invece era proprio lui, l’uomo di cui da sempre aveva sentito parlare con tanto, troppo affetto e stima da parte dei suoi genitori per non far nascere forte il desiderio di poterci scambiare almeno due parole.
    Si era ritrovata a parlargli qualche attimo con spontaneità, come se lo conoscesse da sempre. «Perché non passi a trovarmi con tua sorella?», si era sentita dire. Quasi non stava in sé dalla gioia mentre passava la comunicazione alla sorella.
    Cinque giorni dopo era sotto un portone, agitata ed emozionata. Quasi volava lungo le scale che la dividevano dal suo studio. Poi l’incontro. Aveva davanti a sé l’uomo che, dando un lavoro a suo padre ventitré anni prima, aveva risollevato la sua famiglia da una situazione difficile.
    Giovanna sprofondò negli occhi azzurri e limpidi di lui. Poi iniziò a guardarsi intorno, analizzando ogni singolo oggetto che si trovava nella stanza. In realtà c’era ben poco da guardare: una scrivania, due poltrone, un mobile che affiancava la parete, un computer. Sapeva che un uomo lo si può conoscere dall’ambiente in cui vive, e la semplicità di lui si riscontrava in tutto l’arredo della stanza: il necessario, l’indispensabile. Pensò che era un uomo che badava alla sostanza.
    Avrebbe voluto dirgli tante cose e soprattutto la sua gratitudine, ma non osava. Temeva che un sentimento sincero potesse essere scambiato per ipocrisia, per una frase di circostanza, pronunciata per accattivarsene la simpatia; ma nello stesso tempo pensava che era un uomo troppo genuino per fraintendere parole e sentimenti. Mille pensieri e domande galoppavano nella sua mente e scandivano ogni istante accompagnandosi al battito del suo cuore, e i suoi occhi istintivamente si abbassavano quando incrociava il suo sguardo. «Forse penserà che sono imbranata, o vuota» si stava dicendo, mentre la conversazione tra lui e la sorella scorreva fluida e amichevole.
    «Qual è il tuo sogno?» lui le aveva chiesto interrompendo tutti i suoi pensieri. Avrebbe voluto rispondergli che uno dei suoi sogni si era realizzato proprio quel giorno, ma ancora una volta non ebbe il coraggio di dirlo e si limitò ad un freddo: «Trovare un lavoro ancora prima della laurea, per non gravare sul bilancio di casa». E quando lui le aveva chiesto cosa sapeva fare, ancora una frase vuota: «Penso di saper fare tutto; con lo studio costante si raggiunge ogni traguardo». Si era subito resa conto che quella risposta non gli era piaciuta, forse era troppo banale e scontata, e le venne voglia di continuare perché aveva tante cose dentro che volevano trovare finalmente la loro via di uscita, comunque fosse, ma in quel momento era confusa e le parole le rimbombavano addosso.
    Intanto il tempo trascorreva veloce, troppo veloce.
    Continuarono a parlare e chissà come si ricordarono che Giovanna la portava su se stessa la dimostrazione della stima che i suoi genitori nutrivano per lui: il suo nome. Lui era davvero stato Giovanni, dono del Signore. Ora sapeva che non avrebbe dimenticato facilmente quel pomeriggio.
    Non sapeva se si sarebbero ancora incontrati; in ogni caso era felice di averlo conosciuto.
    Si ritrovava dunque ancora sveglia a tarda notte emozionata e contenta per quell’incontro, ripassando al rallentatore ogni frase per imprimerla nella sua mente, certa che avrebbe avuto tanto da imparare da lui.
    Voleva trovare il modo a lei più congeniale di ridire a se stessa e indirettamente a lui come quell’incontro l’aveva commossa e placata. Una poesia (l’aveva fatto tante volte), un racconto, magari anche una fiaba.
    Un giorno forse l’avrebbe fatto. Ora le bastava ricordare. Sapere che c’è ancora al mondo gratuità, e che le persone sanno e possono essere buone.
    E che la risposta giusta è riconoscere la bontà, ed esserne semplicemente grati.



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