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    I linguaggi della festa


    Osservatorio giovani

    Domenico Cravero

    (NPG 2012-07-4)


    L’incontro degli 80 mila ragazzi con Benedetto XVI dello scorso sabato 2 giugno, allo stadio Meazza di Milano, è stato un esempio concreto di come si possa vivere una celebrazione della fede e un evento ecclesiale, facendo un uso, ampio e saggio, dei nuovi linguaggi performativi. È stato anche una prova che è possibile rimanere all’interno della ritualità religiosa, in forme diverse dal tradizionale linguaggio del «sacro».
    Le forme e i colori, i movimenti e le simbologie attraverso il corpo, l’intreccio sapiente dei testi e dei riti, le performance estetiche, possono esprimere la potenza dei riti, senza temere il confronto con l’effettistica elettronica e i mondi virtuali da essa costruiti.
    Ma è possibile, affidandosi ai linguaggi performativi, rimanere nelle preghiera senza cedere allo spettacolo?
    Molti lo dubitano. Numerosi operatori pastorali temono che le forme di partecipazione che coinvolgono fortemente il corpo, possano distrarre l’anima, e che un’apertura eccessiva alle sensibilità giovanili (alla modernità) rischi di danneggiare l’autenticità della liturgia.
    Nessuna di queste perplessità è stata colta, dai partecipanti all’evento, nelle espressione e nelle parole del papa, dei numerosi vescovi e sacerdoti lì presenti. Molto certamente è dipeso dalla serietà e dalla professionalità con cui le ritualità mimate o ritmate, i momenti processionali, le preghiere e le testimonianza sono state introdotte.
    L’incontro con il papa è stato vera preghiera, senza rotture con i modi con cui ragazzi e adulti sono abituati a pregare nelle loro parrocchia: la processione con l’Evangelario aveva lo stesso incedere liturgico, la proclamazione della Parola di Dio la stessa vocalità. Anche l’»assemblea», così numerosa e in realtà intergenerazionale, partecipava come in ogni chiesa: si alzava e si sedeva, acclamava o cantava, ascoltava o pregava. Le parole dell’omelia suscitavano lo stesso eco di ogni liturgia eucaristica: «Cari ragazzi, vi dico con forza: tendete ad alti ideali, siate santi. Imparate a dialogare con il Signore, confidatevi con lui, ditegli le gioie e le preoccupazioni, e chiedete luce e sostegno (...) Dio vi chiama a cose grandi (...) Gesù vi riempirà il cuore per tutta la vita!».
    I linguaggi performativi aggiungevano alla liturgia un aiuto non secondario. Quelle parole: «forza», «ideali alti», «cose grandi», «riempimento del cuore», «fiducia e affidamento» acquistavano un contenuto reale e comprensibile. Finalmente la liturgia non si presentava come «noiosa» ma come attestazione evidente di significati vitali per tutte le età e le condizioni, come ritualità efficace a dare speranza.
    Sociologicamente quell’assemblea così partecipe e variegata poteva essere chiamata «massa di festa», come oggi si definiscono i grandi eventi giovanili, e come, all’inizio, fu, nella percezione del popolo credente e meno, l’evento della Pentecoste.
    In questo modo, finalmente il cristianesimo appare non come una dottrina, e nemmeno come una morale (aspetti pure importanti) ma come un incontro reale (cioè performativo) con il Risorto Presente. Sicuramente ogni liturgia, anche la più povera umanamente, nella fede lo è. Ma spesso si presenta «ad alta soglia» e solo pochi vi accedono. C’è invece una via percorribile ai più, di soglia più accessibile, ed è il linguaggio della bellezza.
    Per le attuali generazioni la via della bellezza offre un approccio alla Presenza divina più affidabile ed efficace della via della «sacralità». E la bellezza genera e moltiplica, ancor più della religiosità sacrale, la partecipazione liturgica (quella liturgica che non consiste nel fare ma nel contemplare): «Se gustate adesso la bellezza di far parte della comunità di Gesù, potrete anche voi dare il vostro contributo per farla crescere» (dall’omelia).
    I giovani (ma al Meazza c’erano tutte le generazioni) sono attratti dal fascino delle simbologie, dall’espressione di culture diverse, anche lontane, perché il corpo in azione è linguaggio universale, è intermediario trasversale ai tempi e alle culture.
    I ragazzi che ascoltavano il papa provenivano da un percorso formativo, chiamato «Lo spettacolo dello Spirito». Aiutati da questo itinerario, distribuito in diverse tappe, avevano imparato a conoscere ciò che lo Spirito Santo opera nella storia della salvezza e ciò che può compiere anche oggi nella vita di ogni persona.
    In quella celebrazione ciò che i ragazzi avevano imparato poteva non solo essere conosciuto, ma anche «riconosciuto» perché vissuto.
    Non c’è bisogno di stravolgere o di adattare la liturgia ai gusti e alle mode; è sufficiente, in forme adeguate ed equilibrate, recepire, secondo le sapienti regole del rito liturgico, i linguaggi performativi.
    Il successo e il fascino delle liturgie di Taizé, dove si danno convegno migliaia di giovani, è un altro esempio della possibilità di rimanere fedeli all’autentica liturgia e, al tempo stesso, alla vita dei giovani.



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