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    Seconda parte. Un modello di pastorale giovanile


    Cf Riccardo Tonelli, Pastorale giovanile e animazione. Una collaborazione per la vita e la speranza

    SECONDA PARTE
    UN MODELLO DI PASTORALE GIOVANILE

    Abbiamo già percorso assieme un lungo tratto di strada. Non siamo però arrivati ancora alla meta.
    Qualche lettore, reso frettoloso dalle mille cose che ha sempre tra le mani, non riesce più a frenare la domanda che gli martella dentro: «D'accordo sui problemi... d'accordo sulle prospettive... ma, in concreto, che si fa?».
    In questa seconda parte propongo un modello di pastorale giovanile in stile di animazione. Tento così un discorso concreto e pratico, nella logica delle scelte che progressivamente ho costruito nella prima parte.
    La concretezza pastorale va però compresa a due differenti livelli.
    Un primo livello è determinato dalla pastorale giovanile come «scienza». Scrivo «scienza» tra virgolette, perché assumo la dizione in modo analogico, senza entrare nella polemica, che corre tra gli addetti ai lavori, circa il concetto di scienza e la possibilità di definire così la pastorale.
    La pastorale giovanile deve affrontare problemi assai complessi, che coinvolgono le molte dimensioni dell'agire cristiano. Per questo il suo statuto prevede la necessità di utilizzare differenti approcci scientifici. Essa è come un nome collettivo di una pluralità di discipline. La sua originalità consiste però nella preoccupazione di far convergere unitariamente questi diversi contributi attorno al problema concreto da affrontare.
    A questo primo livello la praticità della pastorale giovanile è per forza di cose ancora di tipo teorico. Si tratta di una riflessione sulla prassi e in vista della prassi. Se così non fosse, non si potrebbe costruire una disciplina pastorale, orientata ad ispirare e a verificare le singole concrete attività. Tutto si ridurrebbe ad un pragmatismo spicciolo e un poco alienante. È stato così per molto tempo; ma per fortuna ora siamo usciti da questo pericoloso labirinto.
    C'è però un secondo livello di concretezza e di praticità. È quello in cui sono immersi ogni giorno coloro che fanno pastorale giovanile sul campo.
    Questo secondo livello si caratterizza come «arte» pastorale. Ho scelto apposta la formula «arte» (anche se l'ho messa tra virgolette, per sottolinearne ancora il carattere analogico), perché l'operatore pastorale è come un artista creativo e fantasioso, alle prese con un progetto che lo appassiona e lo coinvolge.
    Nella mischia della prassi quotidiana sono prese le decisioni necessarie; vengono organizzate le risorse disponibili; sono giocate le scelte di campo. Lì si fa il vero progetto, con competenza, rischio calcolato, fantasia: con arte.
    Al primo livello la concretezza non può essere che orientativa. La scienza non dice cosa fare e cosa evitare, ma suggerisce le categorie con cui misurarsi per operare. Al secondo livello la concretezza si fa intervento, presenza, azione.
    Le pagine che seguono si collocano al primo livello. Riscritte nella passione di chi fa pastorale con i giovani di oggi, possono sostenere una rinnovata arte pastorale.
    La mia ricerca si sviluppa in quattro momenti:
    - indico prima di tutto le condizioni per fare un progetto in piena corresponsabilità;
    - studio poi le sfide a cui la pastorale giovanile deve rispondere se vuole definire un progetto nell'attuale situazione culturale e giovanile «a partire dagli ultimi»;
    - suggerisco i contenuti di questo progetto sulle due dimensioni centrali: l'obiettivo e il metodo;
    - concludo chiamando in causa il soggetto concreto di questa operazione: la comunità ecclesiale e l'operatore di pastorale giovanile.



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