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    Una spiritualità a rischio superficialità



    L’oratorio come luogo di verifica

    Giandomenico Calà

    (NPG 2013-06-67)

    Nella società odierna che fagocita tutto, la “spiritualità” è persino diventata materia di corsi o di specifiche attività. Nel mio pensiero ed esperienza la spiritualità non è qualcosa che si apprende, bensì si respira e diventa parte di sé in modo inconsapevole.
    Uno degli ambienti in cui maggiormente la spiritualità entra in circolo è sicuramente l’Oratorio.
    Io sono cresciuto in quello di San Cataldo, paese dell’entroterra siculo, e lì pian piano ho assorbito la Spiritualità Giovanile Salesiana. Ho rafforzato poi la dose attraverso le varie esperienze nel Movimento Giovanile Salesiano fino a sentirla mia. Successivamente mi sono trasferito a Palermo per motivi di studio e ormai da sette anni lavoro nella Casa salesiana di “Santa Chiara”, che si trova nel centro storico del capoluogo siciliano. Qui svolgo il ruolo di educatore all’interno del Centro aggregativo, e lavorando soprattutto tra preadolescenti e adolescenti spero di essere un testimone credibile della SGS, consapevole che “è più facile insegnare che educare, perché per insegnare basta sapere, mentre per educare è necessario essere” (Alberto Hurtad) e nel nostro caso occorre “essere salesiani”.
    Il rischio che riscontro nei nostri ambienti è che la fedeltà alla spiritualità trasmessa da don Bosco venga meno, perché vissuta superficialmente, e non sia più la base del nostro agire e quindi si perda la finalità pastorale. Infatti l’educazione, perché diventi davvero carità pastorale, deve trovare fondamento nella spiritualità, che per noi cristiani è Gesù e il suo vangelo.

    Nel mio Oratorio interreligioso

    L’Oratorio dove opero quotidianamente accoglie ragazzi di diversa nazionalità e pertanto anche appartenenti a religioni diverse. Questo non ha comportato un venir meno rispetto al principio del “da mihi animas”, bensì ha adattato al contesto il motto di don Bosco riguardante la formazione dei suoi ragazzi come “buoni cristiani e onesti cittadini”. Esso è diventato per noi “buoni uomini di fede e onesti cittadini”, ossia quello a cui noi miriamo è il rispetto e la valorizzazione delle diverse religioni e il richiamo alla coerenza dei ragazzi agli insegnamenti del proprio credo. Noi, come équipe educativa salesiana, pensiamo che il dialogo interreligioso e l’annuncio evangelico siano entrambi elementi autentici della nostra missione evangelizzatrice. Del resto nel documento dell’ultima assemblea dei vescovi sulla nuova evangelizzazione, alla propositio 10 si incoraggia a presentare anche ai non cristiani la figura di Gesù, parlare di lui senza fare proselitismo: questo è quello che facciamo, ed inoltre serve anche a noi cristiani per rafforzare la nostra identità. Infatti ai ragazzi musulmani è data la possibilità, ad esempio durante il mese del Ramadan, di potere recitare le loro preghiere, con la possibilità di avere uno spazio dove trovare il giusto silenzio, poter mettere il tappeto per delimitare lo spazio sacro e pregare verso la qibla, la direzione della Mecca.
    Senza stabilire un ordine di priorità che significhi esclusione o disattenzione rispetto al motto di Don Bosco “buoni cristiani e onesti cittadini”, noi puntiamo innanzitutto alla formazione di “onesti cittadini”, perché è proprio l’urgenza del contesto che ce lo richiede. In particolare i nostri messaggi educativi vertono spesso sulla legalità appunto per combattere l’illegalità diffusa e consolidata nel quartiere, soprattutto fra i nativi. Questo non ci fa perdere la nostra matrice e intenzionalità cattolica, che viene richiamata ed espressa ordinariamente con la preghiera (all’apertura del doposcuola e per la buonanotte), con i messaggi di spiritualità durante i gruppi formativi e con la Celebrazione Eucaristica del sabato pomeriggio.
    In relazione a ciò non vogliamo opporre o divaricare le ovvie distinzioni fra il lavoro di evangelizzazione e quello di promozione umana: anzi, facciamo nostra la formulazione salesiana (che a volte però corre il rischio di diventare uno slogan) che gli ultimi Rettori Maggiori hanno sovente utilizzato per evidenziare insieme distinzione e profondo legame: “Educhiamo evangelizzando ed evangelizzando educhiamo”.
    Non esiste un modus operandi praticato in modo univoco, semmai pratichiamo un annuncio pastorale implicito ed esplicito in modo complementare: con i ragazzi cattolici più predisposti come anche con i ragazzi dei campi lavoro estivi del MGS il messaggio evangelico viene presentato in modo chiaro ed insieme ci impegniamo a renderlo concreto nelle azioni quotidiane non solo in oratorio; mentre con i ragazzi del quartiere più lontani e “difficili” il tutto avviene in maniera più indiretta, magari anche con la famosa “parolina all’orecchio” sull’esempio di don Bosco.
    La presenza degli stranieri diventa poi un valore aggiunto poiché il rispetto delle diversità e la disponibilità ad una vera accoglienza si realizzano pienamente del “nuovo comandamento” di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi, da questo capiranno che siete miei discepoli”. Questo amore evangelico può essere capito anche oggi se si manifesta come solidarietà concreta: solo così diventiamo testimonianza viva di una spiritualità che non si chiude nel nostro credo religioso ma ci fa essere “cattolici”, universali perché aperti a tutti.
    Un esempio chiaro l’abbiamo avuto durante i recenti festeggiamenti per la beatificazione di 3P, Padre Pino Puglisi: alla celebrazione erano presenti anche membri di altre religioni perché don Pino è stato un testimone per tutti!

    Per una buona qualità di animazione

    Per questo possiamo dire con sicurezza che l’aspetto che mantiene attraenti i nostri oratori non è l’offerta delle attività ludico-ricreative o gli spazi messi a disposizione, ma la capacità che ognuno degli animatori ha di essere uomo e/o donna di relazione, che diventa profonda e sincera proprio perché fondata non solo su una prassi pedagogica ma proprio sulla spiritualità salesiana.
    Allora bisogna chiedersi: con quale “spirito” agisco con e per i giovani? Come lo stesso Benedetto XVI ha sottolineato nella sua prima enciclica Deus Caritas est, la competenza tecnica nelle professioni è indispensabile, ma non esclude anzi esige la preparazione spirituale di chi lavora nelle istituzioni caritative: «Si tratta, infatti, di esseri umani, e gli esseri umani necessitano sempre di qualcosa in più di una cura solo tecnicamente corretta. Hanno bisogno di umanità. Hanno bisogno dell'attenzione del cuore. Quanti operano nelle istituzioni caritative della Chiesa devono distinguersi per il fatto che non si limitano ad eseguire in modo abile la cosa conveniente al momento, ma si dedicano all'altro con le attenzioni suggerite dal cuore, in modo che questi sperimenti la loro ricchezza di umanità. Perciò, oltre alla preparazione professionale, a tali operatori è necessaria anche, e soprattutto, la ‘formazione del cuore’: occorre condurli a quell'incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l'amore e apra il loro animo all'altro, così che per loro l'amore del prossimo non sia più un comandamento imposto per così dire dall'esterno, ma una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell'amore (cfr Gal 5, 6)».
    E per dirla con le parole di don Bosco “l’educazione è cosa di cuore”. Allora chi fa volontariato o lavora in un Oratorio non può che vivere il suo impegno come una missione e una vocazione.



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