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    Una spiritualità che fa vivere l’incontro nella gratuità



    La formazione professionale

    Alberto Grillai

    (NPG 2013-06-65)


    Trovo che sia una coincidenza e una fortuna potersi fermare e riflettere sul tema della spiritualità salesiana in questo momento dell’anno scolastico, dove i corridoi e le aule si svuotano, dove i saluti sinceri e riconoscenti degli studenti mi lasciano al momento delicato delle decisioni di fine anno, dello scrutinio, del confronto con i miei colleghi per condividere la responsabilità educativa di delle scelte che porteranno i nostri studenti al prossimo anno scolastico.
    Da dieci anni seguo come Direttore il Centro di Formazione Professionale San Marco di Mestre, la scuola superiore salesiana che accoglie circa 550 ragazzi preparandoli nella grafica, meccanica e nel settore elettrico.
    Mi fermo volentieri a riflettere sul tema della vocazione pastorale di un insegnante nella scuola in generale, per me nella scuola salesiana, e vorrei provare a raccogliere alcune idee sulla gratuità dei nostri interventi, sulla carità educativa di noi educatori nella scuola così come negli oratori e negli ambienti educativi in generale.
    Parto dal presupposto che il mondo in cui viviamo sembra essere regolato da un’economia di scambio, che ci ha abituato nel tempo a regolare molti dei nostri comportamenti proprio con le sue stesse regole, a dare per ricevere, a pretendere sempre la giusta controparte, meglio se in tempi brevi. Sono poche le occasioni nella nostra giornata dove diamo qualche cosa che ci appartiene senza aspettare la giusta ricompensa, un riscontro, una restituzione.
    Prendo questa idea e penso al nostro lavoro di insegnanti ed educatori sempre tesi a misurare e verificare la validità del nostro lavoro; se preparo una lezione che ritengo interessante e coinvolgente mi aspetto l’attenzione della classe, se dedico il mio tempo in cortile durante la pausa pranzo mi aspetto riconoscenza e attenzione ai consigli dati, se ritaglio del tempo tra una lezione e l’altra per un esercizio in più mi aspetto un risultato nel compito del giorno successivo.
    Ma se tutto questo non succede, se il mio tempo, la mia lezione, la mia attenzione, i miei consigli sembrano non essere ricambiati e apprezzati, se non portano un risultato immediato posso rischiare di incorrere in alcuni ragionamenti sbagliati, lontani dalla carità educativa e pastorale.
    Posso giudicare in modo negativo la mia azione educativa, pensando di non essere stato incisivo, efficace, di non aver toccato i tasti giusti per far scattare quel cambiamento atteso. Ma ancor più importante posso rischiare di giudicare la persona o le persone alle quali ho dedicato la mia attenzione educativa, posso scivolare nella tentazione di ritenere tutto inutile per il mio studente, perché tanto non vuole capire, perché allora non vuole apprezzare, perché forse non merita tutto ciò che è stato fatto per lui.
    Perché invece non cambiare prospettiva e pensare che tutta la mia azione educativa possa essere completamente gratuita, del tutto slegata da ciò che otterrò con il mio intervento, perché non prova ad immaginare che il fulcro di tutto sia l’incontro con il ragazzo e non il risultato che potrò ottenere nell’immediato o nell’ora, nel giorno o nella settimana successiva. Quanto più la mia azione sarà gratuita, segno di vera carità pastorale, tanto più riuscirò a testimoniare la mia passione educativa, potrò spiazzare anche il più ruvido e dei ragazzi, quello delle provocazioni, della diffidenza, che forse troverà motivo e voglia di rivedere e rileggere il mio gesto e la mia proposta.
    Se lascerò emergere la passione e la vocazione di dedicare il mio tempo e le mie energie ad uno studente che ne ha bisogno non sarà più necessario misurarmi con il suo voto, con il suo grazie, con il suo sorriso e troverò la pazienza per tornare a cercare lo stesso studente per dedicargli un sorriso anche dopo la più aspra delle discussione. E riuscirò ad aspettare, perché spesso il risultato delle nostre azioni educative arriva quando non lo attendi più, nel modo più inaspettato.
    Dopo questa riflessione mi piace pensare ai ragazzi del San Marco, molti di questi coinvolti in bellissime attività sportive, che li mettono alla prova, li fanno confrontare con il valore della fatica, delle regole, della soddisfazione di ciò che si è conquistato, della sconfitta e della voglia di ricominciare. Tutte queste idee appartengono nello stesso momento a sport diversi, e ragazzi diversi seguendo le proprie attitudini scelgono il calcio, il pattinaggio, il ballo acrobatico, la pallavolo.
    Strade diverse che portano i nostri ragazzi a condividere gli stessi principi.
    Allo stesso modo immagino noi insegnanti ed educatori, persone con stili e modi che ci caratterizzano, che portano la stessa proposta educativa, gratuitamente, mettendosi al servizio dei nostri ragazzi. Saranno loro che ci metteranno alla prova ovvero proveranno, proprio come lo sport, e sceglieranno a quale educatore aprire il loro cuore.
    Penso quindi all’insegnamento come una vocazione, di mettersi al completo servizio dei nostri ragazzi, a scuola come in oratorio, senza aspettarsi nulla, con tutta la passione educativa che don Bosco ci ha insegnato, sapendo che saremo noi a ringraziare loro per l’entusiasmo, la gratitudine e la soddisfazione che sapranno trasmetterci; come e quando questo succederà, beh, anche il gusto della sorpresa fa parte del nostro lavoro!



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