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    Molti di noi, accingendosi a riprendere le occupazioni ordinarie dopo una tregua di vacanza, hanno ancora negli occhi la bellezza di un'opera, o di un
    pezzo di natura: un regalo dentro il regalo di qualche giorno di libertà, a molti offerto, nonostante tutto. Uno dei rari doni capaci di farci sperimentare la profondità di senso di questa parola, «vacanza».
    Raramente ho trovato un'espressione più concisa ed esatta dell'esperienza estetica pura – l'esperienza del Bello – che in queste parole di un tema scolastico scritto da una ragazza diciassettenne di nome Simone Weil:
    «Cammino guardandomi intorno e vedo un tempio: il primo effetto che ha su di me è di fermarmi. L'ammasso di pietre che avevo visto prima non mi aveva fatto fermare. Avevo continuato il mio cammino senza pensarci e, seppure ci avevo pensato, era per domandarmi chi l'avesse messo lì, a cosa servisse; o per ricordarmi di altri ammassi di pietre... Ma davanti al tempio, non penso a nient'altro che al tempio: il tempio ferma il mio cuore e la mia mente».
    Questo arresto di ogni attività, questo silenzio, sono i segni di uno stato di contemplazione. Sembra una parola difficile, e invece vale semplicemente: attenzione pura, assoluta, senza scopi e senza calcoli. Fare il vuoto dove c'era l'io: vacatio mentis, per diventare solo la grande camera oscura di un occhio sgranato sullo splendore del bello.
    C'è un legame profondo fra l'esperienza religiosa e l'esperienza estetica. Ben lo sapevano gli antichi, che avevano una sola parola, Cosmo, per l'Ordine e la Bellezza del mondo: per le sue qualità «divine», appunto. Ma le parole hanno una lunga storia, e anche la nostra modesta cosmetica ha radice nell'intuizione greca della bellezza. Il solo fra i sommi valori, detti i Trascendentali (ombre di Dio, per così dire) che nessuna filosofia moderna riesce a detronizzare. Gli altri tre — l'Uno il Vero e il Bene — la maggior parte dei filosofi li ha mandati, probabilmente a torto, in qualche casa di riposo. Il Bello, no. Si può essere più o meno d'accordo con il calcolo che sfrutta questo fatto — ma le nostre patinate riviste piene di belle donne e belle foto non venderebbero forse neppure un decimo delle loro copie se non porgessero omaggio a quest'ultima divinità, la Bellezza.
    Eppure, la gente che fa la coda per entrare in un museo non è idolatra alla maniera in cui, pur scherzosamente, si può dire lo siano i lettori e le lettrici di riviste femminili. No, lì c'è proprio altro che è in gioco. Il bello non arresta solo il respiro, non fa solo tremare di sgomento. Da qualche parte sappiamo che salva. Salva o rinnova una parte di noi e della nostra vita, anche per chi fosse scettico sulla profezia del principe Migkin, il protagonista de L'idiota di Dostoevskij, che la bellezza salverà il mondo. Solo che per accorgersi di questo potere di salvezza, bisogna aver sofferto. Questo è uno dei messaggi più misteriosi della sapienza di tutti i tempi: noi ne abbiamo un condensato nel Libro di Giobbe. Alla fine della storia, l'Eterno scende verso Giobbe, ma non per consolarlo. Si limita a mostrargli la terribile bellezza del mondo. Eppure questo basta. Come accade al protagonista di un dramma incompiuto della Weil, Venezia salva, dove il personaggio principale, dopo aver vissuto da sonnambulo nella logica della forza si risveglia e si rivela un giusto. Capo della congiura che avrebbe dovuto portare alla conquista e all'asservimento di Venezia ancora nel pieno fulgore della sua grandezza, decide invece di sacrificarsi per salvarla. Subirà il destino di un traditore, e condividerà la sorte delle vittime di questo mondo. Ma avrà veduto ciò cui restano ciechi i violenti, i vincitori: la bellezza di Venezia.



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