Giordano Goccini *
(NPG 2014-05-54)
Tra il porto e l’orizzonte
Prima delle parole, delle idee, delle relazioni, un convegno è anzitutto un incontro tra persone, volti, storie ed esperienze. Un intreccio di contatti che avvengono dentro il flusso delle parole e delle conferenze e ancor più al di fuori di esso, nei pranzi, nei corridoi, al bar, lungo le vie della città.
Non è stata casuale, in questi giorni, la scelta di vivere il contatto con la città che ci ha ospitati, con i suoi palazzi arroccati, i suoi vicoli tortuosi e l’abbraccio accogliente del suo porto. Genova ha ispirato il nome e il logo: “tra il porto e l’orizzonte”. Stretta tra ripide colline e affacciata sul mare, essa ha ricevuto la vocazione di vedere per molte generazioni i figli della nostra penisola salpare verso nuove terre e nuove vite. La mostra sulle migrazioni che abbiamo percorso non è stato perciò il riempitivo per un pomeriggio ozioso, ma una esperienza determinante, che intrecciava le parole ascoltate dagli esperti, fornendo nuovi orizzonti al nostro impegno educativo.
Partire è vivere e morire
La storia della salvezza inizia con un comando perentorio: “Vattene dal tuo paese…!”. Nella partenza di Abramo che lascia proprietà e sicurezze per avventurarsi nella chiamata misteriosa di Dio sta il prototipo di ogni rinnovamento della storia e della vita umana. Partire è nascere, generare, rinnovare, accogliere la sfida dell’inedito, dell’ignoto, del nuovo. Partire è vivere.
Ma non possiamo nasconderci che molte partenze sono dolorose, laceranti, disperate, amare. Lo sanno bene i milioni di profughi che ogni anno vengono strappati dalla loro terra e trapiantati malamente in aree straniere e ostili. Le partenze sono a volte struggenti, spietate e irreversibili. Sono degli addii senza ritorno, dei tagli irrimediabili e letali. Partire è morire.
Tra questi due poli contrapposti si dipana una dialettica vitale, intrisa di mistero, che lega l’uomo alle sue radici profonde, una terra, una cultura, una rete di relazioni, ma nello stesso tempo gli permette di rinnovarsi ed esistere, superando i confini e accogliendo la sfida del futuro sempre nuovo.
Beata giovinezza
“La giovinezza è una malattia che passa alla svelta”, dicevano i vecchi al mio paese, non senza un pizzico di cinismo. È un tempo straordinario dell’avventura umana, perché carico di una energia e vitalità che non trovano sufficiente espressione nel presente e si protendono perciò verso il futuro. La caratteristica di questa fase della vita è il desiderio: la forza misteriosa e potente del cuore dell’uomo, capace di colmare l’abissale distanza tra ciò che vorrei essere e ciò che sono.
Ma noi (educatori) abbiamo a che fare con una vera e propria mutazione antropologica, una situazione culturale ed esistenziale senza precedenti, dove la giovinezza diventa non più il trampolino da cui protendersi al futuro, ma uno spazio da abitare nel miglior modo (cioè quello più piacevole) e per il maggior tempo possibile. Da tempo per crescere, la giovinezza è diventata spazio da consumare. E questo anzitutto per la responsabilità di noi adulti che nella vita matura e nelle scelte irreversibili ci stiamo piuttosto stretti e torniamo con troppa nostalgia alla libera spensieratezza degli anni giovanili.
Sempre connessi
Ma non si tratta qui di distribuire colpe - benché di una assunzione di responsabilità ci sia urgente bisogno - semmai di capire come funzioni la vita dei nostri giovani. Privati degli slanci verso il futuro - ulteriormente appesantiti dalla percezione che la società non ha bisogno di loro - non possono fare altro che ripiegare sul presente organizzandolo in modo da renderlo stabile e piacevole. Se per le generazioni passate il presente era da sacrificare in nome di un futuro migliore per i nostri ragazzi oggi esso è da vivere e da spremere come se non vi fosse un domani.
Tuttavia la nostalgia di partire affiora debolmente tra i mille impegni della vita quotidiana. Ma non riesce a trovare espressione: le misure di sicurezza e le reti di salvataggio, che abbiamo messo intorno alle loro vite, non permettono di vivere il brivido del distacco. È lo smartphone che mantiene i legami sempre connessi, fonte di rassicurazione per i genitori, ma anche di invincibile dipendenza. Anche quando prendono un aereo per andare nell’altro emisfero terrestre, i nostri figli non partono affatto. Essi restano sempre collegati con le loro reti relazionali, dalle quali non riescono a liberarsi.
Prendersi cura dei giovani
Prendersi cura dei giovani oggi assume allora inevitabilmente la connotazione di aiutarli a crescere e quindi a partire. Di fronte alla visione dominante di una giovinezza da consumare e divorare noi possiamo essere promotori di una immagine più dinamica e vitale: un tempo per crescere, un tempo per partire.
Emerge qui una lacuna profonda della nostra cultura: l’incapacità di porre di fronte ai giovani obiettivi appetibili, mete desiderabili, traguardi raggiungibili, sogni di ampio respiro. È in crisi la capacità vocazionale della nostra società e - quel che è più grave - anche della nostra Chiesa. Si è offuscata la forza simbolica che chiama le nuove generazioni a crescere e ad occupare il loro ruolo nella storia. Non risuona abbastanza la parola potente e imperiosa capace di dire al cuore di ogni piccolo uomo e donna: “Cresci! C’è bisogno di te!”.
Di quale cura educativa possiamo parlare, se diventiamo tutti chiocce pronte ad accogliere nel nido, ma incapaci di insegnare a spiccare il volo?
Quando se ne vanno
Eppure quando se ne vanno ci rimaniamo male, come si trattasse di un tradimento. Tenebrose paure ci assalgono e ci fanno stringere i lacci con i pochi rimasti, aumentando il calore del focolare. E così anche noi collaboriamo alla perversa inversione di rotta dei percorsi giovanili: dall’andare al restare, dal sognare il futuro all’organizzare il presente (e anche l’esperienza religiosa si può agevolmente fornire in confezioni pronte al consumo).
Eppure il paradosso di una generazione incapace di futuro ci fornisce due direzioni educative che rappresentano anche una grande opportunità.
La prima è che il vuoto vocazionale che ammorba l’aria rende preziosa e importante ogni parola che suona di chiamata, che profuma di futuro, che respira la luce di spazi nuovi e ampi. La Scrittura è piena di queste parole, i profeti le proclamano con vigore, Israele ne fa memoria, Gesù ne porta a compimento gli orizzonti, restituendocene il fascino e la bellezza. Abbiamo una parola che da duemila anni dice: “prendi il largo”. Nessuno è ricco come noi di ciò che manca al mondo di oggi: una parola che chiama.
La seconda è che anche noi possiamo restare sempre connessi. Lo spazio tutto nuovo della rete, che ridisegna legami e confini, rappresenta anche una grande opportunità. Non tanto per alchimie strategiche innovative e geniali, quanto piuttosto per rinnovare l’impegno in ciò che la Chiesa da duemila anni non ha mai cessato di fare: raccogliere l’uomo ferito ai margini della strada e prendersi cura di lui. Restare connessi con i giovani che se ne vanno, significa che non abbiamo paura delle loro partenze, anche quando sono false, ingenue, rischiose; anche quando li riportano a casa affamati e sconfitti. Noi ci saremo ad accoglierli, come un porto sicuro.
* Incaricato del Servizio per la Pastorale Giovanile della Diocesi di Reggio Emilia - Guastalla e della Regione Emilia Romagna. Ha ereditato un Oratorio, alla periferia di Reggio Emilia, dal grande cuore del salesiano don Vittorio Chiari.









































