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    Bambini lavoratori



    Juan E. Vecchi

    (NPG 2001-02-3)


    Il Papa ha detto ai pellegrini del Senegal: «Non vi rassegnate a un mondo in cui l’uomo non è rispettato nella sua dignità» (Osservatore Romano, 3 settembre 2000). Questa è stata la consegna del 2000, anno giubilare. La globalizzazione della solidarietà sulla base di un nuovo umanesimo va a rilento. A ciò si riferiscono le «questioni pendenti» che andrò presentando lungo il corso di questo primo anno del III millennio. Le spese umane di vistosi progressi ricadono più pesantemente sulle parti deboli della società. Una di queste parti deboli sono certamente i bambini e i ragazzi. Sui loro diritti ci sono solenni dichiarazioni di istituzioni internazionali. Quella ragazzina, di una famosa striscia, Mafalda, di fronte alla dichiarazione dell’ONU sui diritti dei bambini, fa questo commento: “Che non capiti con i diritti dei bambini quello che è capitato con i dieci comandamenti”. Cioè che li osserva chi vuole. Infatti tra la dichiarazione e l’applicazione c’è di mezzo la volontà umana, perché manca l’autorità capace di tagliare secco dove tali diritti sono gravemente violati da poteri locali.
    Una categoria di bambini, con i quali sta capitando una cosa simile è quella dei minori impiegati nel lavoro.
    Il numero è tutt’altro che insignificante: 250 milioni tra i cinque e i quattordici anni. Di essi 120 milioni lo fanno a tempo pieno e con un numero di ore giornaliere superiore al normale. Non sono mancati sforzi per far cessare quest’infamia. Mi piace ricordare la «global march» contro il lavoro minorile con tremila delegati di 157 paesi. Ma il fenomeno persiste. Per proteggere i bambini non si provoca una crisi politica tra due paesi. Quando si leggono notizie sul lavoro minorile, il riferimento immediato è all’Asia (61%), all’Africa (32%), all’America Latina (7%). Ma non c’è da illudersi. Lo sfruttamento della manodopera minorile esiste anche nei paesi avanzati, ad opera di privati, che sfruttano sfrontatamente bambini del posto o immigrati, spesso in combinazione con loschi trafficanti che, contro ogni legge umana e divina, importano questo tipo di manodopera. I ragazzi lavoratori, deprivati dell’istruzione e delle gioie della loro età furono il primo campo di lavoro di don Bosco: piccoli manovali dei cantieri, o impiegati nelle fabbriche. Egli si accorse che le molte ore di lavoro, il trattamento punitivo che i ragazzi ricevevano quando sbagliavano o non rispondevano adeguatamente ai compiti loro assegnati, l’allontanamento dalla famiglia e i cattivi esempi stravolgevano irrimediabilmente la loro esperienza umana e compromettevano il loro cammino di fede. Il lavoro minorile lo impressionò a tal punto che ne fece un riferimento per l’oratorio e sull’argomento scrisse persino una breve romanzo. Ne è protagonista un fanciullo di nome Pietro. Suo padre, cliente assiduo dell’osteria, lo mette a lavorare all’età di otto anni in una fabbrica di fiammiferi. Il fanciullo però conosce l’oratorio, comincia a frequentarlo, si affeziona all’ambiente, dove trova tanti veri amici, e lì può prepararsi alla prima comunione. Appoggiato e compreso, egli va guadagnando fiducia in se stesso e raggiunge livelli di responsabilità. Ma soprattutto sperimenta gioie e occupazioni diverse dal sottostare a un padrone e a una organizzazione con il solo obbligo di produrre. In quel tempo non c’erano poteri con pretese di globalizzazione. Oggi i fatti sono pubblici. E nessuno sa perché coloro che intervengono nelle finanze di una nazione non possano anche prendere in considerazione, nelle loro relazioni, fatti di questo tipo. L’educatore e ogni istituzione educativa sono chiamati a mettersi dalla parte dei ragazzi attraverso tutte le vie possibili: quella del potere, quella della cultura o formazione della mentalità collettiva, quella delle iniziative di prevenzione o ricupero, quella dell’aiuto al singolo. Ed è auspicabile che si uniscano anche alle organizzazioni umanitarie che già cercano di eliminare questa infamia.



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