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    I malati


    Juan E. Vecchi

    (NPG 2001-03-3)


    «Strada facendo predicate che il Regno dei cieli e vicino, guarite gli infermi, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni» (Mt 10,7). Sono preziose parole di Gesù rivolte ai suoi discepoli prima di inviarli in missione. Parole destinate non solo ai 12, o ai 72, ma a tutta la sua Chiesa lungo tutti i secoli. Perciò essa si è presa sempre cura dei malati. Sono nate addirittura congregazioni religiose per dare un senso superiore a un servizio tecnico, o per completare un servizio sociale che appariva insufficiente. La celebrazione inoltre aiuta a vedere la malattia alla luce della bontà di Dio.
    La salute è una delle preoccupazioni principali della persona.
    Lo confermano i detti popolari in tutte le lingue. Perciò è uno dei punti fondamentali che lo stato sociale da sempre privilegia insieme all’occupazione, l’educazione e la previdenza. Oggi il numero di malati è aumentato. L’allungamento delle vita comporta nuovi rischi specialmente in età avanzata. Inoltre i progressi della medicina in non pochi casi sono riusciti a fermare ma non a guarire le malattie.
    La malattia viene ad essere l’esperienza di ogni persona e, soprattutto, di ogni famiglia: al suo interno sempre capita che ci sia un membro, un parente stretto, un congiunto che sta affrontando questa prova. Inaspettata, essa arriva e in qualche parte del corpo ci tocca. Sono innumerevoli i casi di famiglie che devono prendersi cura di qualche malato, così come sono numerose le persone che devono sottomettersi a lunghi trattamenti per guarire, e non si sa se in effetti ne verranno fuori.
    Inoltre per le caratteristiche della nostra civiltà e dei costumi si sono diffusi nuovi mali: il tumore ha avuto una crescita non prevista. Il mondo oggi è spaventato della diffusione dell’Aids soprattutto nell’Africa, dove non si ha la possibilità di fermarlo per carenza di risorse. Le più grandi discussioni etiche odierne riguardano la salute e la vita delle persone: la clonazione, i trapianti d’organi, l’eutanasia o conclusione volontaria della sofferenza, ecc.
    È interessante ricordare la parte che nei vangeli hanno la malattia e la salute. Forse dopo l’annuncio della parola è il primo dei temi: ciechi, muti, storpi, lebbrosi, paralitici, febbricitanti, epilettici. Gesù si manifesta signore della vita donando la salute. La fede dei malati si accende nella speranza che Lui possa cambiare il loro stato. Egli ha non solo parole spirituali per loro, ma delicati atteggiamenti e gesti umani. È consapevole che la malattia appartiene a quelle sequele del peccato che hanno ferito l’essere umano. Ma non attribuisce la malattia a particolari responsabilità morali della persona, tranne quelle che la scienza riesce a stabilire.
    Così lo spiega Gesù ai discepoli che domandano se il cieco sin dalla nascita, lo era per colpa propria o dei suoi antenati. Gesù respinge le due ipotesi: tutto è per la gloria di Dio e per il bene della persona.
    È una lezione per la comunità cristiana: essa deve prendersi cura dei malati. Con la presenza umana e spirituale lì dove altre istanze già provvedono; con la cura diretta lì dove per motivo di civiltà od organizzazione la società non se ne cura.
    È bello vedere come nelle missioni si sono curate simultaneamente tre dimensioni: quella dell’annuncio della parola o catechesi, quella dell’educazione o sana crescita delle nuove generazioni e, nella misura del possibile, quella della sanità.
    Quando in una famiglia c’è un malato, essa è chiamata a crescere nella carità. Viene invitata a riascoltare la parola del Signore: «Ero malato e mi avete assistito». E l’assistenza può assumere vari aspetti: dall’aiuto per pagare i servizi medici adeguati, fino alla compagnia, alla preghiera...



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