Francesco Totaro
(NPG 1987-02-17)
Avevamo prospettato, in un dossier precedente (cf NPG maggio 1986), una triplice «via d'uscita» dalla crisi di senso che sembra uno dei fili rossi che collega le esperienze di vita dei giovani e uno degli elementi che compongono la loro cultura e autocoscienza.
Le tre vie erano così nominate: la cultura della pace, la qualità della vita, la solidarietà.
In dicembre '86 e gennaio '87 abbiamo ospitato due interventi, di Balducci e Penati-Vitanza, che tracciavano le coordinate al cui interno collocare possibili itinerari o esperienze per i giovani, nell'ambito della pace e della qualità della vita.
Avevamo chiesto un contributo a Francesco Totaro, docente di filosofia morale all'Università di Macerata. Dopo rimandi e pressanti richieste abbiamo, ricevuto una «lettera» sulla solidarietà. Non si tratta di un artificio letterario, né è da collocare nella serie dei «proclami», quasi parole profetiche su svariati temi che ogni tanto si leggono in giro.
La «lettera» che qui pubblichiamo ha la struttura di una riflessione «non impegnativa», di uno scambio di idee, di un argomentare «debole» su un tema che è certamente di moda, su cui si fa un gran parlare, che sembra una nuova bandiera ideale carica di suggestione... ma che nasconde che cosa?
La perplessità a parlarne o anche solo a nominare il concetto per le ambiguità che presenta, non impedisce, dopo una riflessione sull'esperienza «innata» della solidarietà nella vita quotidiana e nello stesso linguaggio, di esprimere la necessità oggi di una «cultura» della solidarietà, nonostante le difficoltà di vederne l'applicazione su larga scala, nel pubblico oltreché nel privato. Il discorso tocca temi di politica economica e sociale, le nuove forme del vivere sociale che oggi sembrano avere il sopravvento e che rischiano di veder naufragare il progetto della cultura.
Mancano nella «lettera» accenni piú squisitamente pedagogici: il quadro di fondo è comunque così articolato e «storico» che ogni itinerario educativo alla solidarietà - riteniamo - deve essere qui dentro costruito e verificato.
Caro Direttore,
Lei mi chiede un intervento sulla «solidarietà» e io mi trovo seriamente impacciato a trattarne. La «solidarietà» è, per un verso, un tema persino troppo ovvio e scontato. Tutti ne abbiamo un'idea approssimativa.
La contrapponiamo all'egoismo, alla chiusura negli interessi particolari, alla tendenza ad escludere gli altri per realizzare soltanto noi stessi.
Talvolta la invochiamo quando può portare soccorso ai nostri bisogni, pronti invece a disconoscerla quando esige che noi si debba andare incontro agli altri.
Comunque, non ci manca un concetto intuitivo di ciò che è solidarietà, come capacità di riconoscere qualcosa di comune che non possiamo tenerci solo per noi e dobbiamo invece condividere con gli altri, aspettandoci pure che gli altri facciano lo stesso nei nostri confronti.
La solidarietà si presenta insomma come una reciprocità di attese, di domande e di risposte, di azioni e reazioni secondo una misura di omogeneità e di riconoscimento comune.
Di questa solidarietà, che appartiene all'ordine delle evidenze immediate, noi facciamo esperienza già nel nostro linguaggio quotidiano, quando assumiamo l'altro come interlocutore e vogliamo che egli ci consideri in egual modo. Certo, non ogni forma come pure non ogni contenuto del linguaggio quotidiano sono sintomi di un'intesa solidale tra coloro (i soggetti) che ne fanno uso. Esistono modalità del comunicare, cioè della comunicazione linguistica, attraverso le quali passano contenuti distanti o addirittura in contrasto con l'idea della solidarietà tra i «parlanti». Attraverso il linguaggio si scambiano minacce, intimidazioni, pretese di dominio e di sottomissione, oppure si esprimono lusinghe, seduzioni e raggiri.
LA COMUNICAZIONE, UN'ESPERIENZA DI SOLIDARIETÀ
Tutto ciò è vero e sarebbe ingenuo, oltre che semplicistico, ritenere che nel comunicare sia sempre presente l'intenzione di trattarsi da pari a pari, in una attribuzione reciproca della capacità di costruire il discorso. Ciò nonostante, noi siamo sempre in grado di distinguere una comunicazione, per così dire, alla pari da una comunicazione nella quale uno dei due interlocutori è oggetto di una volontà di dominio o di manipolazione.
Non c'è nemmeno da essere pessimisti oltre misura a causa della scarsità effettiva della comunicazione alla pari. Si può concedere che il comunicare nel quale uno degli interlocutori assume l'altro come strumento da dominare o da utilizzare, caratterizza gran parte delle relazioni umane, sia di quelle che appartengono all'ambito pubblico sia di quelle che appartengono al privato (bisogna infatti guardarsi dalle idealizzazioni di un privato che si presume del tutto libero da condizionamenti strumentali). Si deve però ammettere che, qualora il comuni-care si reggesse esclusivamente sulla volontà di trattare l'altro come strumento (cioè sulla intenzionalità di tipo strumentale), esso giungerebbe inevitabilmente alla sua stessa soppressione. Il comunicare si autosopprimerebbe poiché verrebbe a mancare dell'elemento essenziale alla sua soddisfazione: il darsi di un interlocutore che accredita chi comunica nella sua capacità di comunicare proprio in quanto egli, a sua volta, sia accreditato come capace di comunicare. La pienezza comunicativa (attuale o potenziale) di un interlocutore sta o cade insieme alla pienezza comunicativa (attuale o potenziale) dell'altro interlocutore. La comunicazione esclusivamente strumentale, sebbene assicuri vantaggi immediati a chi la gestisce per i propri interessi, fa intorno a sé terra bruciata e, nel vuoto che viene a circondare colui che se ne serve incautamente, il comunicare viene ridotto all'impossibilità.
Mi scusi per la complicazione che ho introdotto.
Volevo dire semplicemente che il comunicare esige, nel suo movimento essenziale, il riconoscimento tra interlocutori che si attribuiscono una dignità comunicativa illimitata, non mortificata cioè da pretese di dominio e di manipolazione né da una parte né dall'altra. Se non si rispetta questa reciproca dignità comunicativa, libera da pretese restrittive dettate dall'interesse egoistico dei comunicanti, allora la comunicazione ha tutte le premesse della sua estinzione (piú o meno prossima). Perciò penso si possa concludere che o il comunicare è un atto solidale, nel quale io sono pronto ad assumere le ragioni dell'altro e l'altro ad assumere le mie per fonderle in un orizzonte che ci trascende entrambi e insieme ci comprende, oppure viene a destituirsi di senso.
SOLIDARIETÀ E VITA QUOTIDIANA
Mi rendo conto di avere di nuovo ingarbugliato la matassa e, comunque, di essere rimasto finora nell'astratto (l'astratto, si sa, è il vizio dei filosofi). In concreto potremmo pensare a quelle esperienze del nostro vivere che non durerebbero a lungo o forse non comincerebbero nemmeno se non fossero ispirate e regolate dal criterio di un'interesse comune e a pari dignità.
L'amore, l'amicizia, la cooperazione ad un medesimo agire (seppure con mansioni talvolta diverse) non farebbero molta strada senza il sostegno che deriva dall'identità comune legata al riconoscimento reciproco.
Anche nel gioco noi facciamo esperienza di un legame comune, legame che ci unisce ai nostri amici ma si estende pure ai nostri avversari se - come è nella logica del gioco - noi riconosciamo ad essi la stessa dignità di vincitori attuali o potenziali che ricerchiamo per noi. Certo, la logica di un gioco così inteso non deve essere a somma zero, tale cioè che chi perde venga eliminato definitivamente dal gioco; al contrario per quest'ultimo la sconfitta, per quanto grave, deve apparire pur sempre una possibilità subordinata e la prospettiva di vincere deve rimanere la possibilità principale.
Insomma, i giochi non a somma zero sono quelli nei quali c'è sempre qualcosa da vincere o c'è sempre dell'altro da vincere anche per chi finora non ha ancora vinto: perciò i benefici del gioco sono riconosciuti a tutti i giocatori e, in fondo, per tale motivo tutti continuano a giocare.
Quest'ultimo esempio, che ho tirato un po' in lungo, mi pare possa essere una metafora dello stesso rapporto che lega gli individui nella relazione sociale, dalla quale tutti si aspettano maggiori chances di quelle che ciascuno si immaginerebbe di poter perseguire con la sua azione strettamente individuale. Se si sta insieme, si può vincere molto di piú di quanto ciascuno non possa sperare di vincere da solo. In questa intuizione, che appartiene magari confusamente all'immaginario di ogni soggetto che conferisce un senso al rapporto sociale, ci sono gli elementi istintivi di una filosofia del «bene comune» che, sebbene rozza, non merita affatto di essere sottovalutata.
Fin qui ho cercato di mettere in evidenza gli elementi o gli embrioni di solidarietà che, con uno sforzo minimo di riflessione radicale sulla vita quotidiana, vengono alla luce. Tutti noi, penso, dovremmo impegnarci maggiormente nella scoperta delle coordinate di solidarietà emergenti nell'esperienza quotidiana. Sarebbe un utile esercizio di discernimento e una conquista graduale ma sicura di valori diffusi e magari dispersi, punti solidali però di una confidenza reale con la solidarietà.
Come Lei ha notato, da parte mia ho insistito molto sui tratti di solidarietà inerenti alle condizioni fondamentali della comunicazione linguistica.
Mi sono così collegato, a mio modo e alla buona, agli esponenti della cosiddetta svolta linguistica della filosofia contemporanea, fiorente soprattutto in Germania (i nomi principali sono Apel e Habermas), ma innestata pure sul filone del pensiero anglosassone e presente nello stesso panorama filosofico italiano. Mi limito a questo accenno per qualcuno dei giovani lettori della sua rivista che avesse ambizioni di approfondimento.
É POSSIBILE COSTRUIRE UNA 'CULTURA' DELLA SOLIDARIETÀ?
Ora vorrei venire agli aspetti difficili del discorso sulla solidarietà. Li introduco con questa domanda: se è relativamente facile scoprire i significati fondamentali della solidarietà, perché è invece molto difficile costruire una cultura della solidarietà? Per cultura, Lei ha già compreso, intendo un tessuto robusto di convinzioni e un seguito di azioni che siano coerenti con esse. Al contrario, a me sembra che noi versiamo in una situazione storica nella quale sappiamo bene cos'è la solidarietà, possediamo cioè il significato fondamentale, ma siamo rassegnati a vederla confinata in una zona ristretta della complessa organizzazione dalle sfere diverse in cui si svolge la nostra esistenza. In sostanza, la solidarietà è intuita come importante ma è considerata difficilmente praticabile, ove si vada al di là dei luoghi privilegiati dell'amore, dell'amicizia, del gioco disinteressato. Si può persino aggiungere che, negli anni piú recenti, l'ideale di solidarietà ha perso colpi proprio nell'ambito nel quale si era affermato in tutta la sua potenza di valore pubblico, cioè nell'ambito del lavoro. Lo sappiamo, la solidarietà tra i lavoratori si è affievolita o, meglio, non è piú quel grande sentimento che contrassegnava quasi istintivamente chi, appartenendo al «mondo del lavoro», si viveva come partecipe di un medesimo destino e di una stessa causa. Oggi i profili del lavoro si sono moltiplicati e, con essi, i profili del lavoratore. Non intendo suscitare nostalgia, indico un dato di fatto.
Gli spazi del privato e del pubblico
Perciò, mi scusi se mi ripeto, le pretese o le ambizioni degli ideali di solidarietà hanno subìto un processo di raffreddamento nell'ambito pubblico e hanno manifestato la tendenza a concentrarsi nei luoghi privilegiati della dimensione privata.
Ma, Lei mi obietterà, è davvero giustificata una distinzione così netta tra ambito pubblico e ambito privato?
Non è ingenuo pensarli come compartimenti stagni privi di influenza reciproca?
Le preciso subito, allora, che non intendo affatto avallare una separazione di ambiti che non si dà in modo assoluto, sebbene su di essa sia fiorita tutta una leggenda parasociologica che ne ha accreditato non solo l'esistenza ma, spesso, anche la legittimità esclusiva e l'inarrivabile bellezza. Quando parlo del rifluire (e del restringersi) della solidarietà nell'ambito privato, penso alla mentalità (che poi diventa anche pratica di vita) disposta a concedere che i luoghi, per così dire, strutturati della convivenza siano ormai perduti allo spirito della solidarietà e siano votati irrimediabilmente alla logica della pura efficienza, oppure - è il rovescio della stessa medaglia - alla burocratizzazione ottusa e alla irrazionalità dello spreco e della disorganizzazione. In sintesi, la persuasione serpeggiante in questo atteggiamento è la seguente: alle istituzioni della convivenza, cioè ai luoghi che in modo duraturo e costante dovrebbero organizzare la risposta ai bisogni e ai valori-diritti di tutti i cittadini, spetta soltanto l'obbligo del buon funzionamento (ammesso che ne siano capaci); la parte autentica e coinvolgente dell'agire è invece riservata alle relazioni fluide e spontanee della sfera privata. C'è qui l'eco lontana di antiche scissioni o dicotomie antropologiche oltre che filosofiche (anima/corpo, spirito/materia, libertà/ necessità, ecc.), con l'aggiornamento magari della piú recente terminologia sociologica, quale quella (penso a Niklas Luhmann) che insiste sulla evoluzione delle due dimensioni parallele, lungo l'arco della modernità, della «intimità» e dei «sistemi organizzati».
L'intimità accanto, ma senza incontrarsi mai, all'organizzazione. Non è questo, per farla breve, il punto di vista oggi piú condiviso e lo stato d'animo con cui ci si rapporta prevalentemente alle istituzioni e alle strutture «pubbliche»? E questa rappresentazione delle cose si estende quanto piú ciascuno spera di rivalersi nel «privato» (nonostante si tratti spesso del privato erogato dai mass media e quindi di un privato deprivatizzato) dalle delusioni e dalle carenze che dà ormai per scontate nella sfera pubblica?
Chi di noi non si è abbandonato almeno qualche volta a questo modo di pensare? Eppure, al di là di una comprensibile funzione di raccoglimento e di ricarica dell'iniziativa personale, come atteggiamento costante esso non può che servire alla consacrazione di una vera e propria scissione tra ciò che i soggetti sono (o immaginano di essere) nel privato e ciò che sono (o permettono che li si faccia essere) nel pubblico.
Quale privato per quale pubblico?
Mi sembra allora di avere chiarito che il problema non è tanto quello della separazione tra pubblico e privato, che separati non possono essere mai, ma piuttosto quelld di quale privato per quale pubblico e viceversa. L'immagine che attualmente tende a dominare è quella di un ambito pubblico della convivenza destituito di autenticità e quindi di «spirito», attribuito invece massicciamente all'ambito privato, tranne poi a scoprire che lo «spirito» del privato - preso senza correttivi e integrazioni - si appiattisce non di rado sull'interesse egoistico. Ecco, per concludere su questo punto, le rappresentazioni del nesso tra pubblico e privato oggi egemoni impediscono notevolmente l'affermarsi di una cultura della solidarietà e lacerano il tessuto sociale nell'impoverimento sia del pubblico, svuotato della convinzione e del coinvolgimento interiore, sia del privato, eretto a luogo di consumo di una personalità ridotta e diminuita appunto perché espropriata del pubblico.
Lei però starà ora pensando che il mio discorso pecca di sottovalutazione e di pessimismo nei riguardi del privato.
Non c'è infatti solo il privato dell'interesse egoistico e dell'appiattimento sul consumo. Quest'ultimo è certo piú appariscente, ma come trascurare che proprio a partire dal privato sono nate e si sono sviluppate le numerose iniziative volontarie a favore degli anziani, dei portatori di handicap, dei tossicodipendenti, ecc.? Al di là di tanti schemi astratti e del sogno bello ma irreale di una società tutta solidale, non bisogna vedere nelle attività concrete dei privati che si adoperano nella risposta ai bisogni sociali piú capillari e piú suscettibili di emarginazione il segno di una solidarietà viva e già a portata di mano?
È vero, si devono valorizzare al massimo la realtà e il significato del «privato sociale» e apprezzarne gli effetti radicali nella trasformazione della mentalità e del costume.
Io penso però che la sfida per una convivenza solidale, già concretamente operante nelle esperienze del volontariato, sarà tanto piú credibile ed efficace quanto piú non rinuncerà allo sforzo di elaborare una cultura della solidarietà che, oltre a visualizzare i bisogni immediati e la loro soddisfazione, si misuri anche con i problemi generali dello sviluppo sociale e della sua qualità.
IL MODELLO DI UNA NUOVA CONVIVENZA SOCIALE
Qui ci si imbatte in difficoltà enormi: come fare della solidarietà una proposta culturale che non si metta al rimorchio di uno sviluppo di civiltà orientato, nelle sue linee prevalenti, in tutt'altra direzione? e come elaborarla in modo tale che non si risolva in una pretesa puramente moralistica? Mi pare che dalla capacità di non eludere queste domande dipenda il destino della solidarietà come cultura (fermo restando che la solidarietà come testimonianza può esprimersi in qualsiasi tipo di cultura, anche la piú lontana e antitetica ai suoi ideali).
Se riteniamo giusto intraprendere un cammino di culture situato tra precise condizioni di tempo e di spazio, dobbiamo disporci ad andare oltre una concezione della solidarietà intesa come supplemento d'anima che ha il compito di rimediare in seconda battuta ai guasti e alle insufficienze organizzative del sistema (o dei sottosistemi: sanità, assistenza, previdenza, abitazione, lavoro, ecc.).
Su questo versante è sempre preferibile impegnarsi in prima battuta per chiedere e realizzare efficienza e funzionalità organizzativa, incanalando innanzitutto in tale compito le risorse proprie di soggetti eticamente formati (e politicamente ben educati). Non si dovrebbe, insomma, indulgere al paradosso negativo di una solidarietà che si esprima principalmente grazie al fallimento dell'efficienza e dell'organizzazione, incoraggiando quindi, sia pure involontariamente, il loro perpetuarsi.
Curare la perversione degli effetti senza intaccare la perversione delle cause è comunque una terapia dimezzata.
Si può essere piú audaci nel proporre oggi il modello di convivenza solidale?
Io ritengo - in questo, vede, sono ottimista - che proprio oggi è possibile elaborare un modello elevato di solidarietà. Si sono infatti modificate le condizioni storiche che, in un certo senso, imponevano alla solidarietà di rimanere atteggiamento importante e significativo ma subordinato (culturalmente «perdente», sebbene il termine a questo proposito non mi piaccia). Siamo ora in grado, mi sembra per la prima volta nella storia del genere umano e comunque in una misura prima inesistente, di disporre delle condizioni e dei mezzi materiali per rendere plausibile un discorso di solidarietà come discorso prioritario e decisivo per le sorti dell'uomo.
Dai condizionamenti negativi alle condizioni positive
La possibilità non vuole dire ancora realtà. Sappiamo bene che gli uomini sono attualmente unificati piú da condizionamenti negativi (la minaccia nucleare, la paura della guerra, lo spreco e l'inquinamento delle risorse naturali) che da condizioni e da mete positive (il perseguimento della pace, la reciprocità dei bisogni e dei diritti, l'equilibrio nell'uso delle risorse). Come passare da una civiltà del condizionamento negativo a una civiltà delle condizioni positive a tutti riconosciute e per tutti realizzabili?
È questo passaggio una urgenza inscritta nelle cose, per quanto imbrigliata e mortificata dal suo opposto?
Le stesse oscillazioni che registriamo nelle vicende piú cospicue della politica internazionale non ne sono, a loro modo, una dimostrazione almeno implicita? Non siamo forse in presenza di una possibilità che chiede prepotentemente di farsi realtà?
Se questi interrogativi sono autentici, dobbiamo chiederci qual è la cultura all'altezza di accompagnare e promuovere il passaggio qualitativo che si annuncia con tanta urgenza. Infatti nessuna vera novità storica può accadere senza una vera novità di cultura.
Al vertice delle possibilità storiche e delle questioni suscitate da esse, la solidarietà si offre come modello globale e insieme capillare di nuova convivenza e, perciò, non come rimedio subordinato ai mali del «sistema», ma piuttosto come progetto trainante di razionalità sociale e politica.
La logica o lo spirito di riconoscimento reciproco e paritario, che danno concreta ossatura alle esperienze vissute di volontariato, acquistano in questa prospettiva una valenza di costruzione planetaria.
Ma, mi dirà Lei ora, non stiamo correndo troppo e con troppa incoscienza sui sentieri di una utopia della solidarietà, allo stato delle cose scarsamente attendibile? E poi, questo generico parlare di solidarietà non sa di proclama artificioso, utile solo a provocare vampate effimere di esaltazione dei sentimenti e, magari, delle téste (e da teste esaltate chissè cosa può venir fuori)? E infine, a furia di decantare il carattere planetario della solidarietà, non si rischia di perdere il contatto con il terreno che effettivamente si calpesta e di dimenticare i problemi piú scottanti di questa nostra società, nella quale più convincenti appaiono i «miti» dell'individualismo, della competizione fine a se stessa e del «chi non ce le fa, si arrangi»?
Non mi nascondo che alcuni dei rischi sopra elencati sono da tallonare in modostretto. Mi permetto di ritornare a dire che il modello della convivenza solidale deve articolarsi come un progetto di razionalità e perciò, piú che facili entusiasmi ed effimeri colpi di testa, esige una costruzione intelligente e - poiché è giusto che non manchi - una passione calibrata.
SOTTO LA COLTRE DEL NEOINDIVIDUALISMO
Quanto poi al rapporto con gli stili di vita e di pensiero che attualmente sembrano avere la meglio nella nostra società (neoindividualismo, neoliberismo...), concordo nel rilevarne l'incompatibilità e, comunque, la distanza dagli ideali di solidarietà. Del resto, nella prima parte di questa lettera, mi sono trattenuto a lungo su certe disposizioni soggettive che rendono difficile il percorso della cultura della solidarietà. Ciò nonostante, sarei del parere che si debba scavare sotto la coltre superficiale del neoindividualismo (a livello di costume) e del neoliberismo (a livello di concezione dell'economia).
E scavare vuol dire anche sceverare il valore dell'individualità, la quale in un'ottica di solidarietà deve esprimersi adeguatamente e non essere mortificata dal coagulo di velleità esclusivistiche ed egoistiche che la circondano; e, così pure, vuol dirle distinguere il valore del protagonismo e della capacità «imprenditiva» dall'idea che tutto ciò si possa realizzare solo nell'acquiescenza incondizionata alle leggi del mercato e ai suoi «animal spirits».
E poiché «lupus in fabula», parliamone pure. Naturalmente, dobbiamo sottrarci alle pesanti staffilate che la schiera sempre piú numerosa dei convertiti all'idea della bontà indiscutibile del mercato è pronta a battere contro chi sarebbe reo, in una duplice inscindibile nequizia, della colpa di sfiducia nel mercato e del delitto di oltraggio alla democrazia. Occorre infatti avere il coraggio di riaffermare che democrazia e mercato non coincidono e che la legge del mercato, al di là degli indubbi vantaggi nell'allocazione di certe risorse e di risposta a certi bisogni, è insufficiente agli effetti di una risposta adeguata, sia quantitativa che qualitativa, alle esigenze e ai bisogni presenti ed emergenti nel corpo sociale. Lasciato a se stesso, il mercato con le sue leggi priviligerebbe i bisogni suscettibili di essere soddisfatti attraverso i valori di scambio, cioè convertibili nell'offerta e nell'acquisto di merci, ed emarginerebbe invece i bisogni che, per la loro stessa natura o per la indigenza di chi li detiene, non sarebbero in grado di convertirsi in merci acquistabili.
Tra mercato, lavoro, disoccupazione
La lezione che, a dispetto dei suoi sacerdoti della prima o dell'ultima ora, ci viene dall'esperienza secolare del mercato è insomma la seguente: non tutto si può vendere e non tutto si può comprare. Cioè, non tutto è mercificabile (ciò sia detto senza disprezzo per le merci e per il servizio sociale che, nei loro limiti, sono capaci di rendere).
Se ciò sembra lapalissiano, lo è un po' meno quando si riflette sul fatto che l'insufficienza del mercato e (dell'esclusivismo) delle sue leggi nella risposta ai bisogni sociali e di democrazia sostanziale viene a nudo nella incapacità di dare adeguata ed equilibrata soddisfazione alle esigenze di lavoro, pur in presenza dell'aumento sia degli indici di produzione che degli indici della produttività.
Come uscire allora dal paradosso della presenza simultanea ma contraddittoria di un mercato efficace ed efficiente e di un lavoro scarso quantitativamente e/o qualitativamente?
Per dare soluzione a tali interrogativi occorre ben altro che un'intelligenza lapalissiana. Ma la crisi del lavoro e dell'occupazione, ferma restando la positività e l'irreversibilità della tendenza al risparmio del lavoro umano grazie soprattutto agli sviluppi informatici delle tecnologie, non fa rientrare in causa proprio l'intervento della cultura della solidarietà? Come è possibile uscire dalla crisi della scarsità sociale del lavoro senza concepire quest'ultimo come un bene da condividere (e da distribuire diversamente) e non invece come una merce finalizzata alla capitalizzazione privata e quindi, dal punto di vista dei datori di lavoro, da espungere non appena si rendano disponibili mezzi di produzione meno costosi e, dal punto di vista di chi presta il lavoro, da difendere fino a scacciare dal giro le «merci concorrenti», cioè gli altri soggetti portatori (del bisogno) di lavoro?
Certo, sto parlando di una conversione di cultura e di mentalità che riguarda gli stessi lavoratori (d'altronde non è questa la via per giungere a una riacquisizione di solidarietà nel «mondo del lavoro»?).
Ma chi non vede che o il lavoro esce oggi da una logica di accaparramento individualistico, cui soggiacciono spesso gli stessi lavoratori, oppure diventerà fatalmente l'elemento piú vistoso della scarsità sociale dei beni e quindi il motore di differenziazioni selvagge nella distribuzione della ricchezza?
Per tutti questi motivi il modello culturale della solidarietà mi sembra oggi proponibile non solo per la risposta da dare ai problemi che ci investono su scala planetaria, ma anche per le possibili soluzioni da offrire alle contraddizioni che viviamo nel nostro spazio esistenziale piú immediato (o che almeno tale ci pare).
Come vede, si tratta di embrioni di un discorso in buona misura ancora acerbo. Spero di essere riuscito, se non altro, a comunicare delle intenzioni interessanti e a delineare delle piste di ricerca valide.
La ringrazio allora per avermi aiutato, con il suo invito, a vincere le resistenze nell'affrontare un tema che richiede ancora, da parte mia, tante riflessioni e approfondimenti.
Mi rendo conto, anche, di avere taciuto di molte cose che forse a Lei stanno a cuore. Mi voglia scusare.
Suo Francesco Totaro.








































