Una meditazione a cura di Antonio Martinelli
(NPG 1987-02-63)
Dopo tante contrarietà, dopo un lungo cammino di tre giorni attraverso una città sconosciuta, dopo un parlare e parlare contro voglia e con l'astio nel cuore, in ultimo Giona trova riposo all'ombra di un ricino, cresciuto tutto per lui nella notte. Ma improvvisamente, come crebbe, seccò.
E con la tenera pianta, anche la speranza nel cuore del missionario, indocile e ribelle, perse ogni radice. La vita, oltre che difficile come sempre, parve, ormai piú, impossibile.
«Dio disse a Giona: 'Ti sembra giusto essere sdegnato per una pianta di ricino?'. Egli rispose: 'Sì è giusto; ne sono sdegnato al punto di invocare la morte!'» (Giona 4,9).
UOMO TACITURNO E SOLITARIO
Tre quadri raccolgono la storia di quest'uomo chiamato da Dio per una mis sione che, a suo dire, era completamente sbagliata.
Il primo è la vocazione di Giona e occupa l'intero capitolo primo del libro. Il secondo è il compimento della missione in Ninive, raccontata nel capitolo terzo.
Il terzo è il meraviglioso dialogo tra Dio e Giona, contenuto nel capitolo ultimo, il quarto, che per alcuni aspetti è anticipato dalla preghiera del secondo capitolo.
Giona è taciturno e solitario, perché Dio gli parla con parole di pace e di misericordia e vorrebbe coinvolgerlo in un'opera che non condivide.
Fuga da Dio e inseguimento dell'uomo esprimono il dramma interiore del missionario che non vuole la salvezza del lontano; ma anche la risposta dell'intervento misericordioso del Signore che non si rassegna e non accetta le condizioni del cuore insensibile di Giona.
È taciturno Giona: non trova parole di risposta per il Signore, il dialogo lo riduce ad un monologo di Dio, preferisce vivere ritirato da tutti.
Non gli resta che la fuga. E scappa continuamente: da Dio, dalla sua vocazione, dagli altri, dalla missione che gli viene affidata, dalla misericordia salvifica, dalla preghiera che apre il cuore e la vita, dalla disponibilità totale. Perché in fondo scappa da se stesso.
Alla fine della storia, Giona, quando ripensa tutto il suo itinerario, conclude, ancora una volta, amaramente: «Signore, non era forse questo che dicevo quando ero nel mio paese? Perciò mi affrettai a fuggire a Tarsis» (Giona 4,2).
Fuga inutile, perché c'è sempre in agguato Dio, che si presenta con forme diverse: i marinai che cercano scampo e salvezza dalla tempesta e lo scovano nel luogo piú riposto della nave; il grosso pesce, quasi in attesa con le fauci aperte, che lo accoglie per tre giorni e tre notti nel suo ventre; il ricino che cresce al di sopra di Giona per fare ombra alla sua testa e liberarlo dal suo male; la misericordia di Dio che lo perseguita per convincerlo che è il modo piú efficace per rispondere all'uomo peccatore: tutto congiura perché il missionario sia salvo insieme con tutti isuoi ascoltatori.
Una storia semplice, drammatica, avvincente, carica di contraddizioni, ricca di trovate che sanno d'ironia, imprevedibile e sempre originale: una pagina di poesia, il cui argomento è l'amore di un Dio che non si stanca di usare misericordia, anche quando il suo apostolo invocherebbe la distruzione.
La storia di Giona si chiude su un interrogativo che Dio lancia come sfida e come messaggio: «Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita, e io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?» (Giona 4,10-11).
IMMAGINE DI DIO: UNA MISTERIOSA PRESENZA
Il vero protagonista nella storia di Giona non è il profeta, ma Dio. Alcuni tratti in particolare lo descrivono.
- Irrompe nell'esistenza dell'uomo in modo improvviso, provocando e richiedendo una ristrutturazione del comportamento. Giona aveva un'idea sua di Dio: padrone di tutto e di tutti, vendicativo delle offese, pronto a far valere i propri diritti, interessato ai vicini e ai buoni solamente, indifferente alla sorte dei peccatori.
La vicenda che vive non gli darà ragione dell'immagine che si è costruita. E come l'improvvisa irruzione di Dio lo obbliga a lasciare l'ambiente familiare e le normali occupazioni quotidiane, così lo costringerà a rivedere i suoi schemi mentali.
Dio è ben altro dall'immagine che si è costruita!
- C'è un mistero che conduce la storia: la scelta di uomini incapaci di amare per essere testimoni dell'amore incrollabile di Dio.
Il peccato piú grande di Giona non è tanto la fuga, quanto la meschina grettezza che lo possiede. La ricerca di sé e della pace, come mancanza di fastidi epreoccupazioni che gli altri possono dare; il tirarsi continuamente fuori dai punti caldi della relazione interpersonale, per nascondersi dalla faccia di tutti; il vivere appartato lo rendono il simbolo della persona che non sa e non vuole amare. Eppure dovrà lui essere l'annunciatore dell'amore universale del Signore. Mentre vigila sul suo Dio perché non compia pazzie d'amore, verrà vinto dalla pazienza educativa del Signore.
- Conduce il progetto della salvezza sempre attraverso la mediazione, anche povera e semplice, della creazione e delle creature.
I momenti difficili trovano sempre uno sbocco. L'intervento del Signore si concretizza in elementi naturali, non scontati e non previsti, ma efficaci e legati allo sviluppo dell'avventura che viene presentata.
C'è sempre un modo di venirne fuori. La speranza, quella legata all'Onnipotente, non si arrende e non muore così facilmente, come il ricino di Giona. Rispunta continuamente, perché la misericordia e la benevolenza, la longanimità e l'amore di Dio si estendono di generazione in generazione.
- Speranza, universalismo, misericordia non ammettono limiti: si estendono a tutti e a tutta la vita. Sono perciò espressione della presenza e dell'opera di Dio. Anche quando le minacce si fanno categoriche non assumono mai, nel modo di
manifestarsi del Signore, il tono del distacco e della rottura definitiva. Con Giona e con i Niniviti identica è la ricerca paziente e misericordiosa di Dio, che escogita mille novità impensabili per riportare l'uomo a sé.
IL NEGATIVO E IL POSITIVO DELL'APOSTOLO
- Giona incarna la resistenza piú radicale possibile alla vocazione personale. Tante volte chiamato, altrettante segue la sua strada, non quella che lo porta ai destinatari della sua missione.
Per vivere in pace, spesso cerca di liberarsi del suo Dio. Segue i suoi sentieri, per non incontrarlo. E allontanandosi dalla sua missione, condanna se stesso allo smarrimento.
Chi va dove Dio non lo manda, perde la sua vita.
C'è una prima convinzione importante che bisogna coltivare: essere chiamati è essere prigionieri della parola. Ogni tentativo di possedere la parola è vano, perché si è sempre e comunque posseduti da essa. Siamo costituiti dalla parola che esce dalla bocca di Dio, perché di essa ci nutriamo e con essa cresciamo. È la nostra vocazione piú profonda. Come afferma l'Apocalisse, tutti portiamo un nome che dcfbbiamo saper scoprire: è il nome della vita. Arrendersi alla sua voce è poi il servizio piú prezioso che possiamo offrire a tutti i fratelli.
- Giona, inoltre, è un tipico rappresentante di coloro che affrontano Dio in combattimento aperto. Non si accóntenta di resistere, ma lo contraddice. Non gli basta non ascoltare la voce, ma vorrebbe
imporgli le sue condizioni. Non sa essere immediatamente obbediente, perciò si fa autoritario con Dio stesso. Perché non vuole, in modo categorico, accettare le conseguenze a cui Dio lo conduce.
È una lotta che dura poco tempo, perché il profeta si rende conto che poco o nulla può contro l'amore invincibile di Dio. Non gli resta che arrendersi. Anche se le parole suonano come un ultimatum posto a Dio: «Ne sono sdegnato al punto di invocare la morte» (Giona 4,9), non ha scampo. L'ultima parola è di Dio, dell'amore, della bontà.
E Giona tace, vinto.
È difficile accettare che la vocazione all'annuncio della salvezza passi attraverso la personale conversione: imparare cioè a condividere i pensieri di pace e di accoglienza di Dio.
È difficile, nel compiere la propria missione, trovarsi soli e abbandonati da tutti, anche da Dio. È duro accettare di trovarsi rigettato sull'asciutto, senza forze e senza sostegni.
La parola di Dio, però, arriva puntuale a rimettere sulla strada giusta.
Chi combatte con uno piú forte deve essere disposto a perdere, a lasciarsi spogliare di tutto, e farsi docile alle condizioni di resa.
LA PREGHIERA FIORISCE NELL'OBBEDIENZA ALLA MISSIONE
Il breve testo del libro di Giona riporta due preghiere che condensano, in modo mirabile, sia la situazione dell'orante, sia le prospettive tipiche della preghiera di un credente.
È, innanzitutto, interessante ritrovare le motivazioni piú palesi della preghiera di Giona e di ogni uomo, che vive come lui nella ribellione e nella disobbedienza alla vocazione.
- L'esperienza amara, la coscienza lucida della propria inutilità apre all'invocazione.
Il senso del proprio limite supera quella forma di irreligiosità che Giona aveva manifestato «dormendo profondamente», mentre gli altri, nel pericolo, sono in preghiera.
«Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore» (Giona 2,8).
- Giona, al termine della sua predicazione, «si mise all'ombra in attesa di vedere ciò che sarebbe avvenuto nella città» (Giona 4,5).
Non è una semplice e trepidante attesa di vedere i risultati della propria missione, il compimento di ciò che aveva annunciato. No! è l'attesa del compimento dell'ira di Dio: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta» (Giona 3,4). E spera di godersi lo spettacolo.
Che delusione! La fine tanto desiderata per i peccatori della città, la cui «malizia era salita fino a Dio», non arriva. Tutt'altro: Dio prende le loro difese. È il colmo per il povero Giona.
E nella tristezza piú profonda, prega, anche se le parole sono cariche dei suoi sentimenti: «Meglio per me morire che vivere (Giona 4,8). È sempre un'invocazione, una richiesta d'aiuto, il riconoscimento che un altro governa e possiede la sua vita.L'accettazione della missione apre alla preghiera del cuore e interiore che è fondamentalmente l'accettazione di sé e del servizio che viene richiesto.
La solitudine del ventre del pesce è stata la migliore condizione per il ripensamento di Giona. La segregazione forzata da tutto e da tutti, la concentrazione sulla propria vita, sul significato che ha in sé e per gli altri, l'accettazione della «salvezza che viene dal Signore» riportano Giona in mezzo alla gente, alla destinazione iniziale, a ricominciare daccapo, a riprendere il dialogo con il suo Signore. «Fu rivolta una seconda volta a Giona questa parola del Signore» (Giona 3,1). Riprende il dialogo. La ritrovata vocazione si apre alla preghiera.
- La speranza pervade l'intera avventura del libro di Giona, perché il protagonista è il Signore che porta a compimento le attese di tutti. I marinai in pericolo di vita aspettano di essere salvati; Ninive aspetta di essere liberata dalla sua iniquità; i piccoli che «non sanno distinguere fra la mano destra e la mano sinistra» attendono misericordia; perfino gli animali attendono di partecipare alla salvezza del Signore.
Tutti hanno fiducia che l'attesa non sarà vana, né verrà tradita, perché Dio previene i desideri e realizza il progetto di felicità.
LA SOSTANZA DELLA PREGHIERA
Mi riferisco a tre elementi fondamentali.
- Diventa preghiera la personale incapacità ad amare.
Ha l'apparenza di un paradosso, eppure tocca un aspetto di straordinaria importanza, perché mette subito in chiaro che attendere la perfezione per entrare in servizio dei fratelli è un'illusione e ancor piú una grave tentazione del credente. La parola può essere efficace (cf Giona 3,1-10) nonostante il profeta, come lo dimostrano i marinai, il mare, il vento, il cetaceo, i Niniviti, gli animali, il ricino.
È la prima lezione, sempre da imparare e da ricordare in pratica.
- È preghiera la scoperta dichiarata che la salvezza viene dal Signore.
Il dramma che si consuma attorno alla ricerca della vita: quella fisica da parte dei marinai in pericolo, disposti a liberarsi di tutto ciò che considerano superfluo di fronte al supremo bene dell'esistenza, «buttandolo in mare per alleggerire la nave»; quella spirituale propria degli abitanti di Ninive, che si ricoprono di sacco, digiunano e si confondono nella cenere, si conclude con l'invocazione a Dio salvatore degli uomini.
L'autosufficienza farisaica chiude il cuore di Dio, perché essa non è capace, in sincerità, di rivolgersi a Lui, ma unicamente si compiace di sé.
Il riconoscimento pubblicano che da sé soli si compie poco o nulla e che la salvezza viene dal di fuori, è la condizione prima per sentire Dio vicino, per stabilire, in sincerità, un rapporto di amicizia, per vivere continuamente alla sua presenza.
- È preghiera, infine, la celebrazione
dell'amore di Dio senza numero, della misericordia che tutti avvolge, della capacità offerta all'uomo di continuare ed essere il sacramento del suo amore, particolarmente per coloro che ne hanno maggiormente bisogno.








































