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    L’eclisse del futuro


     

    Mario Pollo

    (NPG 2001-08-3)


    Da quando l’uomo ha abbandonato il riparo delle foreste pluviali per affrontare, dall’alto della sua posizione eretta, l’esplorazione dello spazio segnato dai confini indefiniti dell’orizzonte, l’angoscia è diventata una componente fondamentale della vita umana.
    Per l’uomo primitivo, costretto ad affrontare un mondo sconosciuto, l’orizzonte è divenuto il luogo simbolico da cui potevano sopraggiungere pericoli ed eventi distruttivi imprevisti ed imprevedibili.
    L’angoscia nasce appunto dalla indeterminatezza di ciò che può sopraggiungere. Al luogo simbolico dell’orizzonte appartiene a pieno titolo il futuro da cui possono fare irruzione, senza alcun preavviso, la sofferenza e la morte così come la felicità e la vita.
    Per esorcizzare l’angoscia che l’orizzonte del futuro può produrre, l’uomo ha elaborato sin dai tempi più antichi delle strategie molto variegate e diversificate, che vanno da quelle divinatorie a quelle basate su progetti e calcoli razionali.
    Attraverso queste strategie l’uomo ha cercato, e ancora cerca, di dare nomi all’innominabile, di spiegare l’inspiegabile, di attribuire le cause a potenze arcane.
    Attraverso queste interposizioni simboliche l’uomo cercava e cerca di rendere determinato l’orizzonte indeterminato delle possibilità e, quindi, di vincere l’angoscia.
    Il dare cause, spiegazioni e interpretazioni, ovvero il concentrare l’attenzione verso il determinato (immaginario sovente) è sempre stato ed è ancora il modo principale attraverso cui l’uomo cerca di esorcizzare l’angoscia che l’orizzonte indeterminato del tempo gli procura.
    La ricerca di esorcizzare l’angoscia del futuro non ha però prodotto solo fughe consolatorie, ma in molte situazioni una vera e propria progettualità che ha consentito all’uomo di evolvere la sua umanità e la civiltà in cui essa si inscrive.
    Il sogno e la profezia sono stati importanti per questa progettualità.
    Il sogno e non la fantasticheria. Il sogno è diverso dalla fantasticheria perché esige dal sognatore la fedeltà e, quindi, l’agire per realizzare ciò che ha sognato.
    Il sogno è sempre stata una dimensione familiare, oltre che ai profeti, agli eroi fondatori, ai rivoluzionari e ai santi, che da esso traevano l’orientamento e la fiducia nelle possibilità del loro agire quotidiano.
    Queste persone che hanno preso sul serio i loro sogni sono sempre state disposte a pagare il prezzo che la fedeltà ad essi richiedeva loro e a impegnarsi sul serio per la loro realizzazione.
    Tutto questo senza disegni prometeici, senza abbandonarsi alla fiducia cieca negli strumenti in loro possesso, fossero essi di natura tecnica o semplicemente ideologica, ma con l’umiltà di chi è consapevole di possedere strumenti che nello stesso tempo sono poveri, deboli e fallibili, ma anche in grado di cambiare, magari non nel breve periodo, la storia delle persone e del luogo che sono oggetto del sogno.
    Ben diversa dal sogno è la fantasticheria, che non nient’altro che la consolazione offerta da una fuga dalla realtà verso un mondo o una situazione immaginaria in cui la persona vive in modo simulato ciò che non può vivere nella sua vita quotidiana.
    Questa fuga offre sì una consolazione, ma rende la persona che la vive ancora più incapace di diventare protagonista del cambiamento della realtà in cui vive.
    Osservando come nella società attuale la maggioranza delle persone, giovani in particolare, o evita che il proprio sguardo si orienti verso l’orizzonte del tempo in cui inscrive la loro vita, oppure fugge dall’impegno e dalla responsabilità del sogno per rifugiarsi nella fantasticheria, nasce il sospetto che la potenzialità di angoscia del futuro non sia affrontata in modo evolutivo bensì regressivo.
    Infatti la maggioranza dei giovani, ma anche degli adulti, tende a non lanciare lo sguardo al di là del presente verso l’orizzonte del futuro, evitando qualsiasi forma di progettualità esistenziale e l’elaborazione di aspirazioni, sia personali che sociali, che non siano legate all’utilità immediata.
    Questo però non significa che i giovani non abbiano dei sogni circa il futuro della società, ma solo che essi pensano che i loro sogni non potranno realizzarsi. E questo indica che non sono riusciti a far vivere i loro sogni al di là dell’alba, perché sono oppressi da una sorta di rassegnazione fatalistica prodotta dalla convinzione che il futuro della società e del mondo non possa in alcun modo essere influenzato dalla loro azione individuale e politica nel presente.
    Infatti per la quasi totalità dei giovani il futuro della società e del mondo è determinato da poteri e eventi che sfuggono al loro controllo, e non hanno perciò alcuna fiducia nei confronti delle azioni di cambiamento sociale che possono essere prodotte dal loro eventuale impegno sociale e politico.
    A questo si deve aggiungere la presenza nel mondo giovanile di un certo fatalismo generato dal fatto che è diffusa la credenza che il proprio futuro dipenda solo in parte dalle proprie scelte, perché per l’altra parte dipende dal destino.
    L’immagine che rende bene l’atteggiamento di questi giovani verso il futuro della società e del mondo, ma forse anche di quello personale, è quella dello spettatore disincantato e passivo.
    Se si vuole che il futuro non sia solo un luogo di angoscia, di impotenza da cui fuggire, è necessario ridare ai giovani la voglia di sognare, ovvero di agire nella speranza che i sogni possono cambiare la loro vita e il mondo.



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