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    Paolo apostolo afferrato da Cristo


    Una meditazione per animatori

    Antonio Martinelli

    (NPG 1987-04-63)


    Nell'ambito cristiano la riflessione su Paolo apostolo è molto vasta, ricca, approfondita. E ci sono motivi sufficienti perché la chiesa e le comunità ecclesiali cristiane gli abbiano dedicata tanta attenzione.
    Per le vicende personali e i viaggi apostolici nei paesi del Mediterraneo, per i numerosi scritti e le comunità fondate, per la novità del suo pensiero e la solida sintesi attorno al Cristo e al cristianesimo, è il personaggio piú conosciuto, assieme a Pietro, dei primi credenti; l'apostolo piú attivo che le chiese ricordino, mai pago di ciò che ha fatto per il suo
    Signore; il cristiano piú convinto, che esprime nelle sue lettere missionarie l'identità piú ferma e senza compromessi, né di fronte alla cultura del suo tempo, né di fronte ai potenti della terra.
    Per l'ampio spazio che occupa nella vita cristiana, l'esperienza personale di Paolo assurge a criterio di confronto e di verifica di ogni altra esperienza di Dio. Un credente non può, pena il rinunciare alla fede e all'adesione a Cristo, mettere tra parentesi, come se non fosse mai esistita, l'esperienza paolina. Per essere credenti piú veri e apostoli piú entusiasti è indispensabile almeno conoscerla.

    ASPETTI DELL'ESPERIENZA DI DIO IN PAOLO

    La forte personalità di Paolo potrebbe sortire un effetto di distanza incolmabile in chi lo accosta: ci sono, invece, nella sua vita elementi che lo rendono vicino alla storia di ciascuno di noi.
    * Innanzitutto, la certezza sperimentata ed eswessa con le parole della lettera ai cristiani di Corinto: «Ti basta la mia grazia, poiché la forza si perfeziona nella debolezza», o con altra traduzione: «la mia potenza si mostra appieno nella debolezza» (2 Cor 12, 9).
    La potenza di Dio non può dispiegare le sue virtualità, non può raggiungere tutti i suoi effetti, se non nella debolezza dell'uomo. È un paradosso evangelico, un aspetto della dottrina della fede. L'apostolo, conscio della sua debolezza, diventa come un' incarnazione di Cristo! Non ci troviamo di fronte al caso singolare di un apostolo, sia pure il piú grande, San Paolo. Si tratta, in realtà, di una legge generale, di cui tutti i grandi servitori di Dio hanno fatto un giorno l'esperienza.
    * Un secondo elemento accomuna l'esperienza di Paolo alla nostra: resi-genia di comunità.
    Ogni credente ha bisogno di una comunità, non tanto per ricevere un appoggio di tipo psicologico, bensí per avere l'annuncio del vangelo e il messaggio da proclamare agli altri. Una comunità in cui sperimentare la presenza del Signore risorto nella comunione e nella fraternità.
    È vero che il Signore sceglie l'apostolo, ma è sempre una comunità che lo forma e porta a termine l'opera educativa iniziata con la vocazione.
    La comunità cristiana non solo educa l'apostolo, ma suggerisce anche i temi del suo vangelo, i motivi della sua predicazione, le accentuazioni piú significative già sperimentate nella propria vita; orienta gli ambiti di lavoro; organizza gli interventi dove maggiormente si manifesta il bisogno.
    Compie un'opera che nessun altro può sostituire.
    È, in definitiva, il luogo dove possiamo incontrare Gesú vivo. Paolo parla con abbondanza del corpo del Signore, del Gesú storico e mistico, della presenza del Risorto in tutti i fratelli, in tutti gli uomini: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? È inutile che tu recalcitri contro il pungolo».
    «Chi sei Signore?».
    «Io sono Gesú che tu stai perseguitando» (At 9, 4-5).
    Non abbiamo nella vita cristiana altri luoghi per incontrare il Signore, né possiamo contare su altre possibilità per sentirci suoi inviati. Suoi inviati, perché inviati dalla sua comunità di fede, di amore e di culto.
    * Un terzo aspetto rende l'esperienza di Paolo vicina all'esperienza del credente: la difficoltà d'integrare la propria vita nel cammino di una comunità. Non è l'esatto contrario dell'aspetto precedente, ma solo l'indicazione di un problema che ritorna continuamente, e che attende una risposta di maturità.
    La comunità di Gerusalemme, quella di Antiochia, la comunità di Corinto e le altre da Paolo stesso fondate, hanno creato seri problemi di integrazione, di accettazione, di condivisione. Cosa fare? «Chi ci separerà mai dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, o l'angustia, o la persecuzione, o la fame, o la nudità , o il pericolo, o la spada? Io sono infatti sicuro che né morte, né vita, né Angeli, né Principati, né cose presenti, né Potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesú, Signore nostro» (Rom 8, 35-39).
    L'amore della comunità, quello che ha come soggetto la comunità e quello che ha come oggetto la comunità, è sempre un amore difficile, contrastato e dialettico.
    Fa parte del cammino della personale maturazione riuscire ad amare Dio e il prossimo nella sofferenza procurata da quanti condividono con noi la stessa fede e lo stesso Signore.

    LA STRADA DEL CREDENTE PASSA PER DAMASCO

    L'itinerario spirituale di Paolo segna le tappe fondamentali che tutti siamo chiamati a percorrere, per afferrare Cristo, da vincitori, nella gara della vita. Non sono un cammino cronologico, ma la qualità della risposta al dono dell'amore di Dio.
    * Da Saulo a Paolo. Saulo israelita di Tarso visse cittadino di una non ingloriosa città della Cilicia, sede di una università resa famosa da Atenodoro, maestro e amico di Augusto.
    Oratore nato, conoscitore della lingua greca, parlata in modo sconnesso e impetuoso, sa alternare una prosa rude e difficile ad espressioni piene di amabilità.
    A contatto con la filosofia e con l'ellenismo, familiare con la teologia giudaica, avvicina gli ambienti greci e con autorità parla ai giudei-cristiani.
    Cosí fino all'esperienza di Damasco. Il Signore Gesú, poi, lo cambia. Sarà per sempre Paolo.
    Ma Saulo si è camuffato da Paolo, o piuttosto Paolo ha soffocato l'antico Saulo?
    La sua vita è l'emergenza progressiva di Paolo. È l'itinerario esistenziale da Saulo a Paolo, cioè la scoperta, gioiosa e faticosa insieme, dell'atteso e del riconosciuto Gesú di Nazareth.
    Dall'indifferenza verso di lui, meglio dalla negazione del suo significato, alla passione incredibilmente viva per Gesú, Paolo esprime la ricchezza di umanità che lo ha plasmato fino a Damasco, arricchendola del fuoco dello Spirito.
    Lo sviluppo del nome interiore è garanzia dell'incontro con Cristo.
    * Da giudeo a romano. Non è tanto un problema di appartenenza, quanto di prospettiva.
    «Rispondimi, sei cittadino romano?». «Sí», risponde Paolo. «A me ci sono voluti molti denari per procurarmi questa cittadinanza». E Paolo: «E invece io ci son nato» (At 22, 27-28).
    Intransigente, mal sopportava le contraddizioni e non tollerava compromessi. Nessuno, tuttavia, fece piú di lui per l'unità e la pace della Chiesa. Sottomesso all'istituzione, egli trovava in Dio, in cui tutto ha origine, l'unità della sua vita. E in Dio ritrova gli orizzonti aperti della sua missione evangelizzatrice, non solo attenta alle singole persone ma anche preoccupata dalle intere popolazioni: per questo è l'apostolo delle genti, l'evangelizzatore delle nazioni.
    Paolo è il ministro che conduce al Cristo i pagani. Sarà il modello dei cristiani del paganesimo. Sarà la luce delle nazioni alla ricerca del Cristo. Tutto ciò rappresenta Roma, la Roma del suo tempo.
    L'universalismo sarà la sua seconda passione: i viaggi apostolici occuperanno non solo il tempo, ma anche la mente e le forze; la riflessione sui rapporti tra il vangelo e l'umanità intera troverà in Paolo un tenace studioso e un attento contemplativo dell'opera di Dio misericordioso.
    Da giudeo a romano significa in Paolo il difensore accanito della libertà cristiana. È finita la situazione intermedia nella quale la legge teneva il giudaismo, sottomettendolo a tutori o a pedagoghi per condurlo fino a Cristo. Siamo ormai liberi della libertà di Cristo.
    * Da carnale a spirituale. «Scopro in me questa legge quando voglio fare il bene: che solo il male è alla mia portata. Io mi diletto, seguendo l'uomo interiore, della legge di Dio; ma sento nelle mie membra un'altra legge in conflitto con la legge della mia ragione, che mi tiene prigioniero della legge del peccato esistente nelle mie membra. Ah! me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?»(Rom 7, 21-24).
    L'esperienza descritta è comune a tutti gli uomini, e rivela il fondo della vita, divisa fra due tendenze. Una, che risiede nella carne, nel corpo, si è stabilita nel peccato, nel male, per una scelta tragica che costituisce il primo allontanamento da Dio: il peccato d'origine. L'altra, di cui l'intelligenza è l'organo e l'esponente, appartiene propriamente all'uomo. «Resta dunque che io stesso servo con la ragione la legge di Dio e con la carne la legge del peccato» (Rom 7, 25).
    Fortunatamente interviene lo Spirito. Il centro di gravità della persona si sposta. Lo Spirito diffuso nel cuore dell'uomo si pone al centro dell'esistenza. Attraverso la fede guida, con autorità e con sicurezza, il credente nella legge di Dio.
    La legge interpretata nello Spirito si mette al servizio della santità e della carità.
    Nascerà una nuova schiavitú, la libera schiavitú alla carità, perché la carità è aperta ad un servizio senza misura. Obbedienza non piú da schiavi, ma vera obbedienza di figli veramente figli, perché lo Spirito che ci viene elargito è quello del Figlio, che ci apre e dispone ad una consuetudine di santità.
    Siamo cosí al vertice della vita da credenti. All'immensa stanchezza del mondo antico, alla delusione del giudaismo, seguono la speranza, la gioia e la certezza di Dio.

    L'ORIGINALE VANGELO DI PAOLO

    La ricchezza e la profondità della riflessione di Paolo attorno al mistero di Cristo non possono essere raccolte nella brevità di alcuni stimoli alla meditazione.
    La contemplazione però di tre grandi temi della- vita cristiana non potrà mai essere esaurita, per l'insondabile ricchezza del mistero e per le conseguenze pratiche che inducono nell'esistenza di un credente.
    * Il Padre di misericordia. Tutto procede da Dio in quanto è Padre.
    Nel suo unico Figlio ci ha eletti nell'amore, ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi: favore incomparabile che ci ha accordato nell'Amato, colui che la lettera ai Colossesi (1,13) chiama «il Figlio del suo amore». L'amore di Dio sorgente della nostra filiazione non è l'amore, per quanto grande, con cui nell'Antico Testamento Dio amava Israele; ma è l'amore stesso con cui il Padre ama il suo Figlio unico. L'amore del Padre ci fa «figli nel Figlio». L'adozione a figli, ciò che Paolo, inventando un termine nuovo per esprimere una realtà nuova, chiama «filiazione», che trasforma intrinsecamente l'anima del credente, è il grande mistero che si compie in noi e attira una lunga contemplazione d'amore.
    Dio è Padre. Dio è invocato come Padre.
    Ma ciò che piú sorprende non è che Cristo nella sua preghiera si rivolga a Dio chiamandolo «Padre/Abbà», come se fosse la cosa piú naturale; ma che questa invocazione sia diventata la preghiera anche del piú umile cristiano. «La prova che siete figli è che Dio ha mandato nei vostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà» (Gal 4, 6). «Avete ricevuto uno Spirito di figli adottivi che ci fa gridare: Abbà, Padre» (Rom 8, 15). «Abbà», espressione tipica aramaica, è parola carica di confidenza, tenerezza e amore. Il cuore di un fanciullo, quando si rivolge a suo padre, grida: «papà».
    Tutta la confidenza, la tenerezza e l'amore che riempivano il cuore di Cristo quando si rivolgeva a Dio, si manifestavano con «Abbà, Padre».
    * Cristo il ricapitolatore. Il piano divino di salvezza, il «mistero» nascosto nei secoli in Dio consiste nel fatto che tutte le cose e gli esseri creati, celesti e terrestri, vengono finalmente «ricapitolati», cioè trovano il loro significato e valore, in Cristo.
    Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una realtà che non ha un vocabolo corrispettivo nell'esperienza ordinaria. Si tratta di creare un termine. Paolo costruisce la parola «ricapitolatore», assommando nel suo concetto un insieme di indicazioni.
    Il verbo composto «ricapitolare» contiene due idee. Quella di ri-assumere, riprendere, ri-unire che comporta riportare all'unità, dare consistenza, fare comunione. L'altra, poi, di mettere sotto la sovranità di qualcuno, espressa dalla radice «capo», e comporta il fare riferimento ad una realtà superiore.
    Ne risulta un significato denso: non resta estranea una terza idea che è quella di «restaurare» ciò che era distrutto, come interpreta san Girolamo traducendo il testo sacro.
    Dal complesso si può dedurre che Cristo è il principio di unità e di intelligibilità, di ordine e di riformulazione di quella prima amicizia fra Dio e gli uomini che il peccato aveva spezzata.
    La riflessione della prima comunità cristiana ha attinto a questa parola-realtà della lettera agli Efesini per approfondire, da una prospettiva unificante, la teologia della chiesa e la spiritualità credente.
    * La chiesa «pienezza» di Cristo. È un terzo nucleo portante tutta la riflessione paolina.
    Come i libri, anche le parole hanno il loro destino.
    Quando i cristiani di Gerusalemme designarono la loro assemblea con il nome di «chiesa», chi avrebbe immaginato l'avvenire di questa parola?
    Di questo avvenire, Paolo fu il principale artefice. Nelle sue lettere si moltiplicano le immagini nel tentativo di descrivere la natura, le caratteristiche, le funzioni.
    La formula preferita resta alla fine quella del «tempio». La chiesa è l'edificio che sale verso il cielo come «tempio santo» del Signore, dimora di Dio in Spirito. «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1 Cor 3, 16).
    E in questo tempio spirituale tutto il culto propriamente detto, sacerdozio, sacrifici, liturgia, è per sua natura spirituale, legato e animato dallo Spirito.
    Con un'applicazione interessante, Paolo conclude i suoi ragionamenti sulla chiesa «tempio» con l'affermazione che l'esercizio stesso della fede e della carità celebra un culto spirituale. Le sofferenze fanno parte della nuova liturgia; l'annuncio del vangelo è il nuovo sacrificio; il compimento della missione per la realizzazione del mistero di Cristo è sacerdozio spirituale. Siamo al vertice del culto cristiano.
    Viene da domandarsi: come è possibile tutto ciò?
    La risposta di Paolo è semplice, nella densità del contenuto teologico. Perché la chiesa è «la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose» (Ef 1, 23).
    La Chiesa è chiamata la pienezza di Cristo. Essa è ricolmata delle ricchezze della vita divina dal Cristo, il quale, a sua volta, ha la pienezza da Dio.
    Si arriva cosí alle espressioni del vangelo di Giovanni: il Padre è nel Figlio, il Figlio è nei discepoli, i discepoli sono nel mondo, perché la pienezza di Cristo penetri in tutto l'universo.

    COME PAOLO LASCIARSI AFFERRARE DA CRISTO

    Incontri di spiritualità per animatori alla «scuola» di Paolo


    Abbiamo provato a rileggere le pagine della meditazione avendo a cuore alcuni problemi che con facilità si riscontrano tra gli animatori.

    1. L'esperienza di grazia. Rifacendoci agli aspetti piú originali dell'esperienza di Dio in Paolo, si possono mettere in evidenza due serie di problemi.
    Anzitutto il radicamento dell'attivismo paolino nella «grazia» di Dio. Il primo interrogativo è: fare animazione nasce da una voglia di impegnarsi e basta, senza alcun vero riferimento religioso, oppure trova il suo fondamento in una esperienza di "accoglienza gratuita di Dio", e per di piú in una esperienza che non esclude la debolezza personale, la inadeguatezza?
    Fino a che punto si è fatta esperienza di essere afferrati da Cristo e immersi nella grazia?
    Un secondo problema è il riconoscimento che la grazia viene sperimentata in una concreta comunità di credenti. Senza questo incontro la folgorazione sulla strada di Damasco non matura in una piena esperienza di grazia. L'animatore è capace di ricostruire la storia della sua fede, per evidenziare l'aiuto ricevuto da singoli credenti e dalla comunità fino a lasciarsi afferrare da Cristo?

    2. L'esperienza di «conversione». Come per Paolo, anche per l'animatore l'esperienza di grazia è cammino di conversione. La meditazione suggerisce tre piste di lavoro.
    La prima pista (da Saulo a Paolo) indica la conversione come ricerca di un «nome nuovo», di una nuova visione di se stessi e della vita. Fino a che punto si persegue questa ricerca?
    La seconda pista (da giudeo a romano) riporta l'animatore alla capacità di essere di questo mondo e di «pretendere» di vivere la fede «dentro» questa cultura, sperimentando il fascino di essere cristiano, ma anche la sofferenza e la solitudine. Come non ricordare che tanti animatori, invece, usano del Cristo per rifiutare questa cultura?
    La terza pista (da carnale a spirituale) è la conversione alla libertà cristiana, alla creatività nello Spirito, alla fantasia, al non arrendersi al male, all'andare al di là di una osservanza legale, al porre al centro le persone prima di ogni legge. Fino a che punto l'animatore si sente «uomo libero» come lo è stato Paolo? Fino a che punto fa dell'educazione alla capacità di scegliere il suo grande obiettivo?

    3. L'esperienza dell'annuncio evangelico. ll confronto con l'esperienza di Paolo sottolinea tre elementi.
    Il primo è il volto di Dio. Paolo annuncia un Dio Padre, fonte di un disegno salvifico. È questo il Dio che l'animatore annuncia? Le sue parole e, prima ancora, la relazione che stabilisce con il gruppo portano a «sentirsi» figli di Dio?
    Il secondo è il volto di Gesú. Paolo propone Gesú come il ricapitolatore. Come rappresentare il volto di Gesú che si presenta ai giovani?
    Il terzo è il volto di chiesa che Paolo propone come «pienezza» di Cristo. Qual è l'immagine di chiesa che annuncia l'animatore nel gruppo? È una chiesa che dentro gli aspetti visibili lascia intuire un mistero invisibile, senza del quale non ha senso la sua esistenza?

    Una traccia di lavoro

    Suggeriamo una breve traccia di lavoro per utilizzare la meditazione alla luce delle domande e problemi sollevati. Il contesto può variare: un corso di esercizi spirituali,
    una serie di ritiri lungo l'anno, incontri di preghiera riservati agli animatori, un fascicoletto per la meditazione personale a casa.
    Prima tappa: ricerca dell'esperienza degli animatori. Il punto di partenza è la individuazione dell'«essere afferrati da Cristo» vissuta dagli animatori. Cosa è per loro questa misteriosa esperienza? Per farla emergere è possibile utilizzare diverse «tecniche», dal dialogo di gruppo a partire dalla lettura di Paolo, ad una metafora con il mandato: «Per me l'essere afferrati da Cristo è come...», alla scelta di alcune foto simboliche seguita da interpretazione in gruppo.
    Seconda tappa: il confronto con l'esperienza di Paolo. Può avvenire in piú modi. Si può dare in mano una fotocopia della meditazione e leggerla a piccoli gruppi. Si possono indicare i testi di Paolo riportati nella meditazione e farli riflettere alla luce delle domande elaborate nella prima tappa.
    Se il materiale della meditazione viene distribuito tra diverse giornate oppure in ritiri spirituali diversi è necessario vincere la tentazione di allargare il confronto a tutti i temi possibili. Di volta in volta ci si limita ad un tema, seguendo la ripartizione offerta da Martinelli. Questo momento deve fare appello, piú che al sentimento, alla intelligenza e ricerca critica.
    Terza tappa: la interiorizzazione e la preghiera. Per interiorizzazione intendiamo l'applicazione alla vita personale, attraverso un «dialogo» di gruppo, ma anche momenti di lavoro personale. Per preghiera intendiamo l'utilizzare il materiale elaborato in un momento di preghiera comunitaria e personale, in modo che l'arricchimento dalla tosta passi al cuore e dal cuore salga a Dio in un colloquio a tu per tu.



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