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    La vergogna del turismo sessuale


    Juan E. Vecchi

    (NPG 2002-03-5)



    Non parlerò di casi individuali che la giustizia, con ragione (non so se con sufficienti mezzi), persegue, ma di quell’altro ignobile fenomeno per cui si organizzano viaggi turistici, mettendo in programma la possibilità di adescare ragazzi/e messi a disposizione delle perversioni dell’uomo.

    La rivista Spartacus (n. 763 e 765) propagandava lo Sri Lanka come il paradiso di attività pedofile, con riferimenti ad alberghi appositi. Così nel 1997 arrivarono nel Paese 366.165 turisti, e la BBC in un servizio annunciava che, degli stranieri che entravano in quello Stato, uno su cinque cercava l’occasione per soddisfare il proprio piacere sessuale. Le vittime? Le fanciulle e i fanciulli più poveri, generalmente senza sostegno familiare, spesso analfabeti o drop-out.
    Missionari e organizzazioni internazionali hanno incominciato un’opera di prevenzione, protezione e ricupero. Voglio accennare a quanto i figli di don Bosco stanno facendo. Dai pulpiti delle chiese è stata allertata la comunità cattolica, perché divenisse consapevole dei danni fisici e morali che incombevano sui minori sfruttati in questa vergognosa maniera. Vennero organizzate marce di protesta e campagne di poster che s’imposero all’attenzione dei media: alcuni di questi poster, in cingalese, erano rivolti a genitori e adulti, altri in inglese ai turisti. Non mancarono violenti contrasti con gli albergatori, allarmati dalla possibile diminuzione dei clienti. Perfino il ministro del turismo s’infuriò, e sottopose al Presidente della Repubblica un quadro a tinte fosche, insistendo su possibili effetti negativi per la bilancia commerciale e gli investimenti. Il governo tuttavia s’impegnò contro gli abusi sui bambini, e nel 1991 formò una task force con membri della Chiesa, della polizia e del governo impegnati nell’area educativa. È stata una collaborazione fruttuosa. Intanto il «Don Bosco Negombo» ha continuato e continua il suo impegno di prevenzione e reintegrazione. I salesiani parlano con i ragazzi esposti all’adescamento e cercano di recuperare coloro che si dimostrano disponibili; hanno predisposto diversi percorsi educativi a seconda dell’età e dell’esperienza subita. Per tutti risultano fondamentali l’ambiente di famiglia, il rapporto con i compagni, le attività formative. In due anni sono passati attraverso i campi di riabilitazione 250 ragazzi.
    Questo cammino di recupero alla vita «normale» comprende diverse fasi.
    La prima è stabilire comunque un contatto. Serve per suscitare nei minori nuove attese, invogliarli a una vita diversa, ottenere informazioni per approntare programmi specifici di riabilitazione. Questo stadio è affidato a persone competenti come psicologi e assistenti sociali, aiutati da volontari adeguatamente preparati.
    La seconda è l’entrata nel campus: una grande comunità all’interno della quale convivono gruppi diversi con programmi specifici di recupero. Il campus può anche provocare rigetto, per cui con fasi successive ci si adopera per riabituare i ragazzi a un orario e alla vita comune. I giochi, le passeggiate, le amicizie e lo stesso ambiente sono pensati per suscitare il loro l’interesse e creare appartenenza.
    La terza fase prevede la frequenza regolare ai corsi scolastici, offrendo a chi ne ha bisogno la possibilità del semipensionato. Negombo può accogliere un centinaio di ragazzi. Nel pomeriggio si uniscono agli altri giovani del campus e fino alle 18 svolgono attività comuni prima del rientro nelle rispettive abitazioni. Un elemento importante per la loro «rinascita» è la psicoterapia e l’incontro con un educatore (counselling) ogni giorno. Così possono «rielaborare» la traumatica esperienza vissuta e formarsi un’altra immagine di sé, per essere pronti a riprendere la vita normale avendo una professione e un lavoro.
    A qualcuno certamente interessano i risultati. Ebbene oggi Negombo può presentare i suoi successi; 736 sono i ragazzi che hanno portato a termine il processo di riabilitazione con effetti positivi; quasi 70 mila quelli contattati attraverso interviste, seminari, attività sportive, culturali e programmi di prevenzione; 600 giovani sono accolti nelle scuole di sostegno; 230 sono state le presentazioni per illustrare la situazione e anche i rischi dell’AIDS.
    È un bel campo di missione per chi vuole fare qualcosa.



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