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    Michel de Montaigne:

    la vita,

    istruzioni per l'uso

    Gavino Manca

    Non posso dire (a differenza di molti) che la lettura e la rilettura di Montaigne abbiano accompagnato la mia vita. Non ricordo (ovviamente) con precisione quali furono le impressioni giovanili, ma il fatto che – diversamente da altri libri – non abbia sentito il bisogno di riprenderlo negli anni seguenti, mi induce a pensare che non mi abbia lasciato un profondo segno né nella mente né nel cuore. Tuttavia, l'impressione di ora (sono over 70) è che si tratti di un'opera straordinaria di un autore straordinario. I Saggi (Essais) di Michel Eyquem de Montaigne (1533-92) sono una lunga confessione/conversazione destinata a consentire a qualcuno ("i miei parenti e amici") di trarre vantaggio dall'esperienza intellettuale e operativa di una vita. Una vita interessante più per la ricerca interiore e l'originalità del protagonista che per le vicende vissute: non furono certo gli incarichi pubblici, il più importante dei quali fu – per quattro anni – quello di sindaco di Bordeaux, a far maturare una filosofia esistenziale che affonda invece le sue radici nell'osservazione minuziosa della realtà – passata e presente – filtrata dall'assimilazione profonda della migliore cultura umanistica classica.
    È questa che attraversa – quasi ossessivamente – ogni pagina, ogni riga, degli Essais e rappresenta, credo, la chiave di volta per interpretare il pensiero di Montaigne. Il quale, è bene ricordarlo, fino all'età di sei anni fu affidato a un precettore tedesco che non conosceva una parola di francese e, quindi, imparò – quasi fosse la sua lingua – il latino, e in quell'idioma si esprimeva. Successivamente proseguì gli studi nel collegio di Guyenne, poi a Tolosa (giurisprudenza), sempre rileggendo e approfondendo gli autori più amati, i filosofi dell'antichità. Non è affatto da escludere che proprio a queste letture sia legata la scelta fatta da Montaigne di ritirarsi, nel 1571, a soli 38 anni, nel castello avito del Périgord per dedicarsi alla riflessione e alla stesura del libro; oltre, naturalmente, alla gestione dei suoi beni, all'assistenza dei familiari e alla – vana – ricerca, nei viaggi in Italia e Germania, di una soluzione, attraverso la cura delle acque, alla sua cronica e grave afflizione fisica: la calcolosi renale.
    È stato detto, credo giustamente, che è inutile cercare nei Saggi un sistema filosofico, anche se è possibile (e relativamente facile) trovare le componenti della ricetta di queste 'istruzioni per l'uso" della vita: una ricetta chederiva da una sapiente miscela di stoicismo, epicureismo e scetticismo. Quest'opera, ispirata ai classici, Lucrezio, Seneca, Tacito, Plutarco, che ha per oggetto se stesso e la condizione umana, ebbe subito un notevole successo e divenne il modello per tutta la successiva grande prosa moralistica francese; ne furono pubblicate tre edizioni, nel 1580, 1588 e, postuma, 1595.
    Ma quello che maggiormente colpisce rileggendo Montaigne, e che rappresenta il suo carattere forse più originale, come osservava André Gide, è il suo "sentimento" del cambiamento di tutte le cose: sentimento collegabile al periodo in cui visse, di profondi rivolgimenti nella cultura e nella storia europea. La caduta del geocentrismo, la critica ai princìpi aristotelici, le innovazioni mediche, dimostravano la precarietà delle acquisizioni scientifiche; mentre, d'altro canto, la scoperta del continente americano imponeva una riflessione più profonda su valori morali fino ad allora giudicati eterni e immutabili per tutti gli uomini.
    Se vogliamo soffermarci in particolare sugli insegnamenti morali di Montaigne, non ci sembra sostenibile l'accusa di individualismo (o addirittura di egoismo) mossa nei confronti di chi affermava, come prima di lui lo stoico Seneca, il dovere dell'impegno verso la collettività sia con l'esempio – nella vita privata – sia, ancor più, con l'accettazione di responsabilità pubbliche dove e quando ciò si rivelasse possibile e utile. «La mia filosofia consiste nell'azione – scriveva Montaigne  pratica naturale e presente». Stoico è anche l'insistente richiamo alla libertà dai desideri e dai timori, conseguita attraverso la ragione; e stoica è la tranquilla disponibilità verso le alterne vicende della sorte e l'indifferenza al giudizio della gente comune.
    Piuttosto che di individualismo, si dovrebbe parlare di indipendenza: “È pietoso e rischioso dipendere da un altro», dichiara infatti il filosofo francese con semplice sincerità. «Ho preso a odiare mortalmente d'essere obbligato ad altri né per altri che me stesso. lo m'impegno a far tutto il possibile per farne senza, prima di servirmi della beneficenza d'un altro in qualsiasi occasione, lieve o importante che sia». Questa non è nemmeno autàrkeia (autocontrollo); si tratta semplicemente di buonsenso.
    È indubbio, tuttavia, che in Montaigne sono presenti anche dosi notevoli di un certo epicureismo, bene analizzato da Jean Starobinski nel suo famoso saggio II paradosso dell'apparenza. I temi del corpo, del piacere e del dolore, della malattia, della morte, circolano quasi ossessivamente negli Essais, al punto da giustificare la conclusione dell'ormai classico testo di Sergio Solmi secondo cui «l'ideale della saggezza di Montaigne non consiste già nella vittoria contro il dolore e il terrore della morte, né nell'indifferenza e atarassia pirroniana, né nell'equilibrio aristotelico della virtù mediocre ... Il processo della saggezza di Montaigne consiste in una progressiva corrosione di tutti gli ideali e gli scopi che rendono difficile la vita, per proporre l'ideale più elementare e semplice possibile: quello di uno sciolto, esatto aderire dell'individuo al naturale movimento e ritmo della vita stessa. Un ideale che potrebbe chiamarsi, con parola intesa in senso alto, la salute». Insomma, al socratico «conosci te stesso» Montaigne preferisce il motto più terreno «gioisci di te stesso, della tua buona salute di corpo e di mente».
    Ma la componente che più colpisce (e impressiona) di questoben dosato cocktail offerto dagli Essais è quella definita – più o meno propriamente – scettica, che è strettamente collegata al 'sentimento" del cambiamento già ricordato. Montaigne ritiene che la verità delle cose è fuori portata, che il mondo delle essenze si sottrae all'uomo a misura che la sua ispezione dei fenomeni crede di progredire. La saggezza autentica conosce dei limiti che lo spirito non valicherà mai; questa «ignoranza forte e generosa» sancisce l'impossibilità di sapere: «No, no, noi non sentiamo nulla, non vediamo nulla; tutte le cose ci sono occulte, non ce n'è alcuna di cui possiamo dire con sicurezza che cosa essa sia». Quello che ci resta propriamente, è il vuoto. L'uomo è "nudo e vuoto", è un "foglio bianco"; siamo così trascinati via in un flusso perpetuo. «Ogni natura umana è sempre a metà fra il nascere e il morire, non manifestando di sé che un'oscura apparenza e un'ombra, e un'opinione incerta e debole». Lo scetticismo di Montaigne mira a fare dell'uomo il "foglio bianco" su cui il dito di Dio scriverà quello che vorrà. La cruda constatazione dell'impotenza della ragione umana di fronte al mistero dell'Universo è però temperata dall'atmosfera di curiosità intellettuale, di simpatia umana e di tolleranza che attraversa tutta l'opera del grande pensatore francese.
    Non so se con queste scarne osservazioni sono riuscito a cogliere e trasmettere al lettore alcuni dei temi rilevanti che attraversano questo libro straordinario. Mi consola tuttavia ricordare quanto lo stesso Montaigne, non privo di umorismo, scrisse a proposito dei "commentatori": «C'è più da fare a interpretare le interpretazioni che a interpretare le cose, e ci sono più libri sui libri che su altri argomenti; non facciamo che commentarci a vicenda. Tutto pullula di commenti, mentre di autori c'è gran penuria».
    Credo giusto chiudere con una considerazione sullo stile letterario di Montaigne, assai particolare, che si può apprezzare compiutamente leggendo le sue opere in lingua originale: uno stile efficace e convincente, caratterizzato da un periodare complesso, ma nello stesso tempo lucido e pittoresco. Ne posso dare una personale e diretta testimonianza: parecchi anni fa ebbi la sventura di sperimentare anch'io il malanno sofferto da Montaigne, con relative coliche, eccetera. Ricordo che, durante una crisi piombatami addosso mentre ero in viaggio di lavoro a Parigi, ebbi modo di leggere – del tutto casualmente – il Viaggio in Italia di Montaigne (compiuto dall'autore nel 1580-81, anche se il libretto fu pubblicato postumo nel 1774) con le descrizioni – ripetute e precise – delle crisi da lui patite nel lungo percorso a cavallo per le accidentate strade d'Europa. Non ebbi bisogno di arrivare all'ultima pagina del sofferto Viaggio per prendere il telefono e prenotare chirurgo e clinica, dove mi liberai al più presto del terribile sasso...



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