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    Il fariseo e il pubblicano: la vocazione cristiana è invito alla novità


     

    Una meditazione per animatori

    a cura di Antonio Martinelli

    (NPG 1987-09-57)

    Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava cosí tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo.
    Il pubblicano invece fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore.
    Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato (Lc 18,9-14).
    Siamo nel contesto di una parabola originale in quanto attraverso un esempio presenta un comportamento da imitare e l'altro da evitare.
    Non è una similitudine o un paragone che illustra un contenuto dottrinale, rendendolo immediato e comprensibile anche alle persone piú semplici.

    Parlava attraverso parabole

    L'aspetto enigmatico, studiato con arte comunicativa, proprio della parabola, è qui assente.
    Le prospettive che vuole mettere in luce e gli obiettivi da raggiungere sono già contenuti nel testo biblico, come introduzione e come conclusione della parabola (cf Lc 18, 9. 14).
    La parabola è allora tutta giocata sull'esigenza della conversione. Nessuno è escluso da questo impegno, neppure chi fa professione di voler vivere nella perfezione della legge, come un fariseo. Che anzi. Di fronte alla perfezione della legge c'è la perfezione della misericordia e del dono.

    DUE PERSONAGGI MISURATI DALLA LORO PREGHIERA

    È proprio vero: la preghiera è lo specchio di sé. Prima di esprimere un sentimento, la parola della preghiera dice l'immagine della vita che ciascuno si costruisce, e nella vita l'immagine di se stessi.
    Ciò risulta evidente dalla parabola del Signore.
    Ma potrebbe essere detto in modo piú generale della «parola» in sé.
    Prima che gettare un ponte di comunicazione con gli altri, la parola scava nella profondità dell'esistenza e delle scelte che si vanno compiendo.
    L'immagine del fariseo che emerge dalle parole della parabola è quella «classica».
    Al punto che non ci troviamo dinnanzi una persona ma un movimento: non un fariseo ma il fariseismo. Quello di ieri, presente e diffuso in Palestina, e quello di sempre, vivente anche tra noi che ci chiamiamo credenti.
    Eccolo: fedele e cavilloso, osservante e intransigente. La sua peculiarità e la sua forza sono anche la sua debolezza e il suo peccato.
    Prigioniero dell'universo legalistico, tenta di catturare la grazia del Signore nei piccoli schemi delle tradizioni caduche e degli umori etnico-politici.
    Forte della comprovata osservanza dinnanzi agli uomini, crede di poter accampare diritti dinnanzi a Dio.
    Difensore del buon nome di Dio e della sua gloria e preoccupato della sua purità legale, esclude dal suo amore i peccatori e gli ignoranti. Con loro e per loro non c'è molto da fare. Sono già perduti alla causa del cielo.
    La descrizione che il pubblicano fa di sé corrisponde alla situazione universale dell'umanità, di ogni uomo.
    Il Papini parlava dell'uomo come del «povero uomo», cioè dell'essere fragile e bisognoso di essere sostenuto ed aiutato, di trovare cioè attorno comprensione e misericordia.
    Alcuni atteggiamenti simbolici lo definiscono nella sostanza della sua esperienza religiosa: gli occhi a terra, lontano dall'altare, percuotendosi il petto.
    Non è l'atteggiamento classico dell'orante, quello che ha assunto il fariseo: in piedi, lo sguardo negli occhi di... Dio, le mani sollevate verso il cielo, la declamazione del bene compiuto.
    Il pubblicano conosce la propria povertà, la distanza che lo separa dalla giustizia di Dio. Non ha altro modo di esprimere se stesso che prendendo le opportune distanze.
    Nessuno confonda il dono con la conquista, la grazia di Dio con la buona volontà dell'uomo, la realizzazione della salvezza con la moltitudine dei desideri che albergano nel cuore della creatura.
    I piani sono totalmente diversi.
    Dio resta sempre Dio.
    Il pubblicano è veramente uno «lontano», diversamente da ciò che la parola fariseo etimologicamente e culturalmente suggerisce, cioè «separato».
    Nella parabola di Gesú un separato e un lontano si ritrovano nello stesso ambiente, di fronte allo stesso Dio e Signore, con la stessa preoccupazione della preghiera.
    Verrebbe da chiedersi: come reagirà Iddio?
    Su questo interrogativo nasce la vera parabola evangelica.

    IL PARADOSSO CHE SOTTOSTÀ ALLA PARABOLA

    Gesú nella parabola di Luca non giudica immediatamente il comportamento dei due uomini.
    Non esprime condanna circa l'impegno religioso e morale del fariseo, tacciandolo come controproducente e negativo.
    Non rigetta in modo definitivo l'attività fraudolenta ed equivoca del pubblicano, orientandolo od obbligandolo all'abbandono del lavoro da peccatore.
    Esprime però, alla fine del racconto, il suo modo di considerare l'insieme, concludendo in maniera inaspettata e sconcertante con un'espressione paradossale.
    Non ci sono veri giusti!
    Le parole materialmente non si ritrovano nel testo della parabola, ma sono il filo conduttore di molte riflessioni evangeliche in Luca.
    La parabola della pecorella smarrita si conclude con un'espressione sempre letta come la consolazione dei poveri e dei peccatori: «Cosí, vi dico, ci sarà piú gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15,7).
    La traduzione ecumenica della Bibbia (TOB, ed. LDC, Torino) cosí commenta: «se Luca pensa a dei veri giusti, quest'affermazione è un paradosso che sottolinea la gioia di Dio davanti alla conversione dei peccatori, l'attenzione che vi mette. Il contesto in cui Luca colloca questa parabola e le sue critiche contro la giustizia dei farisei suggeriscono che egli, qui, pensi piuttosto a dei falsi giusti, che dovrebbero riconoscere la necessità di convertirsi».
    È un'esigenza che riguarda tutti, farisei e pubblicani, separati e lontani, peccatori riconosciuti e increduli nascosti. Tutti hanno bisogno di incontrare Dio misericordia, perché Gesú non è venuto «a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi» (Lc 5,32).
    La parabola che stiamo analizzando ripete la stessa convinzione, riconferma il principio, richiama ai conseguenti atteggiamenti.
    Dio sovrasta tutti e da tutti chiede un cammino di conversione.

    I CRITERI DELLA NOVITÀ CRISTIANA

    Raccogliendo alcuni criteri che derivano dalla parabola di Gesú e che orientano il comportamento del credente-discepolo del Signore, si noterà quanto l'insegnamento dell'esempio illustrato risulta ricco di novità.

    * Primo criterio: l'empietà è nell'intelligenza dell'uomo.
    Il fariseo non è un bugiardo. Nella sua preghiera non esprime illusioni e pii desideri; offre un elenco dettagliato e controllabile del bene che va compiendo nella sua giornata. Un bene che è comandato, ma anche un bene che è scelto in sovrappiú.
    Eppure nel momento in cui realizza con tutte le sue forze ciò che ritiene essere il bene, proprio lui, fariseo per scelta ed impegno, è dichiarato empio e peccatore. «Tornò a casa non giustificato» (Lc 18,14).
    Qui è la prima novità dell'annuncio evangelico.
    Empio e peccatore è colui che trova in se stesso, nella propria forza, nella volontà risoluta l'origine della propria giustizia.
    Non è un dono, ma una conquista. Non è l'effetto della presenza salvifica di Dio, ma un merito dovuto all'azione virtuosa dell'uomo.
    «Separato» perché perfetto, il fariseo rischia di diventare «lontano» da Dio perché presuntuoso.

    * Secondo criterio: l'apostasia è erigersi a giudice della vita e della storia degli altri.
    Allontanarsi dalla propria fede, rinnegare le esigenze derivate dalla propria religione non consiste tanto nel porre alcuni gesti esterni che in qualche modo contraddicono alle regole stabilite.
    Non è, per dirla in altro modo, un fatto di tipo legale e giuridico. Si conteranno conseguenze anche su questo piano.
    La sostanza riguarda però un dato piú fondamentale: comportarsi in modo difforme rispetto al comportamento divino nei confronti dell'uomo.
    Quest'ultimo è tutto misericordia, accoglienza e comprensione della radicale debolezza e fragilità dell'uomo.
    Gesú dice di sé che non è venuto per giudicare ma per salvare.
    Il fariseo invece giudica il pubblicano. E le parti si capovolgono: colui che si credeva giusto si scopre non giustificato, mentre il peccatore si ritrova graziato.
    Ancora una volta, il fariseo «separato» per vocazione e per vicinanza alla giustizia di Dio si ritrova «lontano», perché della giustizia non assume la dimensione costitutiva che è la misericordia.

    * Terzo criterio: la scelta del bene o del male non sottostà allo scrutinio rigido delle diverse normative nella vita, ma al discernimento interiore.
    Sembrerà strano, ma è un dato riscontrabile nelle circostanze evangeliche piú varie.
    Gesú interrogato perché esprima il suo giudizio sul comportamento dei discepoli, degli estranei, degli uomini in genere, non si lascia irretire dalla logica legale e minuziosa propria del fariseismo.
    Discute, ma si pone ad un livello diverso.
    Non cataloga alla luce di disposizioni scritte sulla carta.
    Gesú non tende a descrivere le categorie diverse degli uomini che incontra.
    Si rende conto che queste tendono a distinguere, a dividere, a separare gli uni dagli altri.
    Gesú annuncia invece la riconciliazione, opera per l'unità tra gli uomini.
    Risulta essere una meta possibile in ragione dell'unità che l'uomo ha ricostruito nella propria esperienza, attraverso la ricerca della volontà di Dio.
    Il discernimento è la regola nuova del rapporto con Dio e con gli uomini, e il criterio per giudicare il comportamento di tutti.

    * Quarto criterio: la prospettiva del-l'impegno cristiano non è di diventare uguale a Dio, ma di saper portare in sé la sua immagine.
    È stato sempre un sogno dell'uomo diventare uguale al suo Signore, fin dalla prima esperienza descritta dal libro della Genesi.
    Il fariseo fa parte ancora di quella schiera che prende tanto sul serio il proprio far bene da sostituirsi a Dio nel giudicare la vita. Anticipa all'oggi il giudizio che è riservato al domani. Conta tanto sulle proprie capacità e risorse da considerare inutile l'aiuto di Dio. È cosí impegnato nel giocare la parte del Signore, il farsi tanto a Lui uguale, da dimenticare che la vita è compiuta quando si riesce ad essere simili a lui, a portare in sé la sua immagine.
    Non è piccolo compito. Non è facile itinerario. Non è ridurre l'impegno dell'uomo. È orientarlo piú decisamente nella ricerca della volontà di Dio e nella realizzazione della sua piú profonda vocazione.
    Al pubblicano non mancano le premesse. La giustificazione ricevuta lo rassicura del cammino intrapreso.
    Abbandonato all'amore di Dio, raggiungerà la sua vera esaltazione: figlio e immagine del Padre.
    La parabola nella sua semplicità contiene indicazioni e stimoli per rinnovare la vita cristiana lungo il difficile sentiero evangelico dell'amore che non si guarda allo specchio, che non misura il bene compiuto, che non si giudica dalle realizzazioni materiali e legali, che non fa paragoni per condannare gli altri.
    Una parabola che ci impresta uno sguardo incorruttibilmente realistico sulla situazione dell'uomo e sulle possibilità aperte dall'intervento di Dio.

    BEATITUDINE DEL CREDENTE IN ASCOLTO OPEROSO

    La parabola raccontata da Gesú aiuta ad approfondire il significato di un altro elemento della vita di un credente: il rapporto ascolto della parola - azione nella vita concreta.
    Sono molte le indicazioni evangeliche che parlano della beatitudine dell'ascolto.
    Una recensione completa dei brani diventerebbe lunga. Mi accontento di un riferimento che per la collocazione nel vangelo di Luca e i destinatari cui si rivolge interessa tutti i discepoli del Signore.
    «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l'udirono» (Lc 10,23-24).
    La parola ascoltata è ricca e feconda, inquietante e rinnovatrice.
    È struttura della vita di un credente. Si può verificare, però, di fronte alla parola un pseudoascolto.
    Nasce qui la beatitudine legata all'azione conseguente l'ascolto.
    Non bisogna nascondersi il rischio che anche di fronte all'azione si possa assumere un atteggiamento che la riduca ad una pseudoazione, priva del suo fondamento e della sua efficacia vitale.
    Ascoltare e contemporaneamente agire significa affidare ogni cosa al Signore Gesú, rimanere uniti a Cristo, vivere della sua grazia, esprimersi con la sua misericordia.
    È tutta qui la novità cristiana.
    Siamo nel campo dell'amore.

    DALLA PARTE DEL PUBBLICANO

    Traccia di lavoro per gruppi di animatori

    Gianni Ghiglione

    Offriamo una traccia per utilizzare la meditazione di A. Martinelli, un aiuto per gli animatori che, individualmente e come gruppo, potranno proseguire il cammino di maturazione spirituale.
    Le tre parti in cui suddividiamo il lavoro intendono sottolineare l'idea-base: riconciliare la fede (la preghiera) con la vita (trasformata dalla novità cristiana).

    1. La preghiera ci misura: «Un giovane vale quanto vale la sua preghiera». La preghieranlel fariseo è fatta di tante parole, belle parole, finalizzate a catturare Dio, a farlo sentire in debito nei suoi confronti. L'atmosfera è quella della durezza, del giudizio, del disprezzo, della presunzione sfacciata: «lo non sono come gli altri!». Il tutto è espresso in forma elegante, sottile.
    Può nascere qui una verifica del modo di pregare: quanto di «fariseo» vive in me e nel mio gruppo? Per scoprirlo è importante osservare gli atteggiamenti che ordinariamente si assumono:
    - animatori che stroncano tutto con i loro giudizi di condanna, che non apprezzano il lavoro altrui, che si credono dei «padretemi» e fanno capire a distanza che «loro
    non sono come gli altri»;
    - giovani che non ringraziano mai! Il ringraziamento è una spia importante, assente dal cuore del fariseo. Chi doveva ringraziare se tutto era frutto del suo impegno zelante?
    Si potrebbe, lavorando in gruppo, far emergere l'immagine di Dio presente nella mente del fariseo. Quali invece gli atteggiamenti del pubblicano? Come si traducono in preghiera? Una fetta di «pubblicano» c'è anche in te: come farla crescere? Cosa significa essere «dalla parte del pubblicano?».
    Ne può nascere una nuova spiritualità, cioè un modo nuovo di rapportarsi con Dio e di rileggere la propria esistenza. Prova a tracciarne le linee portanti (desiderio di Dio, impegno fiducioso, riconoscimento dei propri limiti, consegna di sé a Dio...).

    2. La preghiera diventa vita: «Non chi dice: Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre mio...». Se è vero che la preghiera misura la vita, è piú frequente e piú immediato il fatto che la nostra vita misura la nostra preghiera, ne saggia la qualità, ne constata lo spessore.
    Martinelli elenca quattro criteri della novità cristiana: meritano di essere ripresi e fatti oggetto di un'attenzione concreta, cioè fatti scendere nel quotidiano. Li riprendo sotto forma di convinzioni:
    - la salvezza è anzitutto e principalmente un dono da accogliere nella libertà e responsabilità;
    - il giudizio sulla vita e sulla storia degli altri spetta unicamente a Dio;
    - è nel cuore dell'uomo dove si operano le scelte per il bene o per il male: le realizzazioni materiali e legali sono secondarie, cioè vengono dopo;
    - impegnarsi è un compito che nasce dalla consapevolezza di portare in sé l'immagine di quel Dio in cui confido e che rimane il mio aiuto sempre.
    Il gruppo provi a tradurre queste convinzioni in atteggiamenti e in indicazioni operative concrete.

    3. Preghiera-vita: una sola cosa! La parabola in esame presenta ancora un altro spunto, ricco di prospettive: è quello del rapporto tra:
    - fede e opere;
    - dono e impegno;
    - proposta e risposta;
    - chiamata e conversione;
    - ascolto e azione;
    - fede e vita.
    In te e nel tuo gruppo si cammina verso la riconciliazione di questa realtà? Come?

     


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