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    Celebrare la vita

    o il mistero?

    Come la liturgia mette la persona
    al centro della sua proposta celebrativa e formativa?

    Gianfranco Venturi

     

    CELEBRARE LA VITA O IL MISTERO?

    È un dilemma che spesso affiora. A volte viene proposto in modo dicotomico, cioè come aspetti che si escludono o elidono mutuamente, che non possono essere veri contemporaneamente. Alla base di una tale contrapposizione sta una concezione di mistero, di culto, di rito, di celebrazione, di vita. Secondo tale concezione mistero, culto, rito, celebrazione, liturgia, sarebbero qualcosa che non ha a che fare con la vita, eventi formali, privi di concretezza, fuorvianti dal quotidiano. Ma le cose stanno proprio così? Cominciamo con il chiarire brevemente qualche idea, partendo dalle situazioni della vita per arrivare al celebrare.

    Le situazioni o avvenimenti della vita

    Non mi propongo di dare una definizione filosofica o teologica di vita. Prendiamola da un punto di vista semplicemente fenomenologico, dinamico, quotidiano, in divenire, come insieme di "situazioni concrete di vita", di avvenimenti, in cui manifestiamo il nostro "esserci in questo mondo", da protagonisti, da dialoganti, da capaci di relazioni.
    Ciascun uomo realizza se stesso nella quotidianità, attraverso avvenimenti o situazioni ordinarie e straordinarie, attraverso cui passa e scorre la nostra vita. Essa non si riduce al monotono trascorrere del tempo, ma è segnata da "punti fermi" della storia personale, da "centri esistenziali", o nuclei di verità, o momenti privilegiati, che la "segnano" profondamente. Tali momenti o situazioni sono, per esempio, la nascita e la morte, l'assunzione di una responsabilità, il coinvolgimento nell'amore, la malattia, il peso della rottura di una relazione, la scelta di un lavoro o di un'impresa, l'emigrazione o il primo contatto con un nuovo gruppo sociale... Alcune di queste situazioni coincidono con i cosiddetti momenti "di transito"; per lo più costituiscono momenti antropologici di chiamata ad andare oltre, a passare dall'altra parte. Scrive L. Boff:

    "La vita, specialmente nella sua dimensione biologica, ha dei momenti chiave. Sono una specie di noi esistenziali dove si incrociano le linee decisive del senso trascendente dell'umano. In questi "noi esistenziali" l'uomo sente che la vita non si regge da sola. Egli la possiede, ma la possiede perché l'ha ricevuta. Si sente immerso nella corrente vitale che aleggia sul mondo e sulla comunità. Sperimenta: io mai vivo, ma sempre convivo... sperimenta l'intervento di una forza che ci trascende ma che si manifesta nella nostra vita. Questi "noi esistenziali" acquistano un carattere eminentemente sacramentale. Per questo li circondiamo di simboli e riti. Anche nella vita più profana" [1].

    Dalle situazioni o eventi della vita alla loro celebrazione

    Mi soffermo sull'ultima espressione di Boff. Le situazioni o eventi particolari di cui parliamo, - questi "noi esistenziali" -, portano in sé un'esigenza a trascendersi. Siamo coinvolti nella quotidianità, ma alla fine ogni evento o situazione quotidiana appella a qualcosa di altro e di oltre; senza rinnegare il quotidiano, vogliamo che si apra per "essere più", per vivere in pienezza.
    L'uomo che vive diverse situazioni, le sente importanti, portatrici di un significato che va oltre il contingente, il presente; sente che non coinvolgono solo l'individuo ma interessano anche gli altri. Attendono di essere vissute ed espresse in un modo particolare: partendo dal presente per aprirsi al futuro; radicandosi nel contingente ma facendovi germinare il trascendente; situandosi nel corporeo rivelando lo spirituale; assumendo il frammentario per costruire l'unitarietà; vivendo l'individualità realizzando la comunione; prendendo atto della negatività superandola nella positività; accogliendo la morte riaffermando la vita. Il modo migliore per dare consistenza a questa esigenza profonda, a volte inconscia, per realizzarla e manifestarla, è quello di arrivare a celebrare le diverse situazioni. Nella celebrazione viene accolto e portato al suo più alto compimento ciò che è insito in ogni particolare situazione o avvenimento. Quando celebra l'uomo percepisce di giungere ad una forma alta di vivere, di riscattare la quotidianità dalla banalità per darle pienezza di significato, di toglierla dall'oscurità per illuminarla, di affermarne il suo valore oggettivo per trascenderlo.
    La celebrazione nasce perciò dalla vita e ad essa conduce. Per comprenderla nella sua genesi potremo distinguere tre momenti, che ritroviamo anche seguendo, a modo di esempio, l'itinerario fatto dai discepoli di Emmaus o da due giovani che si innamorano: momento dell'avvenimento, della domanda, della celebrazione.

    Dal momento dell'avvenimento...

    La nostra vita è un susseguirsi di cose che ci capitano, nelle quali siamo immersi: avvenimenti che percepiamo chiaramente e altri che ci sfuggono o hanno un'eco soltanto nel nostro inconscio.
    Ogni avvenimento ha un aspetto di istantaneità. Ci si trova talmente immersi dentro che si fa fatica a rendersi conto di ciò che ci capita, non siamo in grado di dominarlo adeguatamente.
    Produce in noi un miscuglio di impressioni e di sentimenti diversi, addirittura contraddittori, confusi; ci viene da dire: "Non so cosa mi capita"...
    È qualcosa di molto globale e molto forte. Ci sentiamo talmente presi dentro, da non poter distinguerne i particolari e il senso globale; ci troviamo quasi accecati, confusi. Nello stesso tempo siamo costretti a riconoscere all'avvenimento una consistenza ineliminabile: i fatti sono qui, con tutto il loro realismo. Ben presto cesseranno di essere l'irruzione brutale di qualcosa di nuovo nella vita, per diventare la nuova situazione.
    I discepoli di Emmaus si scontrano con ciò che non avevano previsto: la morte del Signore. Non riescono a darsi ragione del fatto. L'avvenimento è così improvviso, forte, che essi non ricordano quanto il Maestro aveva detto loro. Quando si allontanano da Gerusalemme, la città del fallimento e delle deluse speranze, essi sono immersi nella notte dei "non capisco": "Speravamo che fosse lui a liberare Israele".
    Qualcosa di analogo avviene quando tra due giovani scoppia la scintilla dell'amore: si trovano improvvisamente catapultati in una situazione nuova. Se prima stavano bene insieme a tanti, ora quell'evento li porta sta bene solo tra loro due. Ciascuno dei due dice a se stesso: "che cosa mi sta capitando?"; "perché non riesco a far senza dell'altro/a?".

    ... al tempo del parlarne, dell'interrogarsi....

    La nuova situazione porta ad interrogarsi; magari si parla con qualcuno, si racconta ciò che ci è capitato, magari ripetutamente. È il momento dello scambio in cui ricostruiamo l'avvenimento e ci distacchiamo da esso.
    Avviene che raccontando ciò che è avvenuto, parlandone, lo ricostruiamo. Nei giornali vi sono tanti racconti dello stesso avvenimento quanti sono i giornalisti presenti e il diretto interessato è raramente d'accordo con tutte le cose che riferiscono! Riportare un fatto significa organizzare un racconto, entrare nell'avvenimento attraverso una data porta, selezionare dei particolari e sicuramente nasconderne altri.
    Raccontandolo, parlandone, operiamo un distacco dall'avvenimento, e così lo possiamo dominare meglio. Anche se la nuova situazione nella quale ci ha immersi è sempre presente in tutta la sua realtà, la cosa non occupa più tutto il campo della nostra coscienza. Il fatto di poter raccontare determina in noi una liberazione e una chiarificazione.
    Per i discepoli di Emmaus tutto questo avvenne nell'incontro con Gesù. In un primo momento essi parlano tra di loro, raccontano l'uno all'altro l'evento; fra loro è come un gioco di specchi: l'uno e l'altro altrettanto tristi e delusi, a vicenda rinnovano il loro scoraggiamento! Si avvicina Gesù, raccontano nuovamente gli avvenimenti e arriva il capovolgimento: Gesù spezza lo specchio, introducendo elementi dimenticati o taciuti; l'avvenimento acquista un nuovo volto, il cuore comincia a pulsare diversamente. Si fa chiarezza su tutti i fatti, proprio ricorrendo ad altre "parole", quelle dei salmi, della legge, dei profeti.
    Analogamente, all'evento del fatidico incontro tra due giovani, segue un tempo in cui i due innamorati cercano di chiarire a se stessi che cosa stanno provando; se lo dicono con parole e gesti. Gradualmente vedono che sono fatti l'uno per l'altra, che la loro vita ha senso solo se si uniscono; studiano come arrivare a questo passo, che li porterebbe a lasciare l'attuale situazione per entrare in un'altra, quella di sposi.

    ... al momento della celebrazione...

    Il passo successivo alla ricerca di risposte e di senso è quello della celebrazione. È un passaggio che sentiamo obbligato: non possiamo farne a meno; se lo escludessimo ci sembrerebbe di lasciare incompiuto l'avvenimento, quasi privo di una luce o di una direzione, quasi tessera di un mosaico solo disegnato ma non compiuto.
    Questo celebrare è vivere l'avvenimento nel suo significato ultimo ed impegnativo. È pure superamento della individualità per viverlo insieme. La celebrazione s'innesta sulla ricerca di comunione.
    Nella celebrazione i discepoli di Emmaus scoprono il senso del tutto e lo vivono, vi partecipano e sentono impellente il bisogno di "essere insieme" agli altri discepoli per dirsi e vivere la nuova situazione.
    I fidanzati, dopo la loro frequentazione e chiarificazione, scoprono il senso del loro primo incontro e innamoramento e arrivano alla decisione di sposarsi. In base alla loro ricerca sceglieranno la celebrazione civile o religiosa che risulterà come il punto culmine e chiarificatore dell'avvenimento iniziale.

    Allora che senso ha "celebrare la vita"?

    A questo punto siamo in grado di poter esplicitare il senso che può avere "celebrare la vita".
    Un primo significato potrebbe essere questo: la vita in se stessa ha il valore di una celebrazione, è una vera liturgia, per cui si arriva a dire che non c'è più bisogno di momenti rituali celebrativi; essi finirebbero per essere formalisti, fuorvianti dalla vera realtà, gesti vuoti, privi di concretezza storica. La vita quotidiana con i suoi tempi, i suoi gesti, i suoi simboli, i suoi ritmi è la più autentica celebrazione.
    A questa concezione, per altro molto diffusa, si potrebbe obbiettare: è ciò che facciamo ogni giorno che ci salva? Non sono proprio le diverse situazioni, come abbiamo detto sopra, che domandano di trascendersi? Come arrivare a questa trascendenza?
    Vi è un secondo senso, che è quello che ho cercato di esporre e che cerca di tenere unita la vita quotidiana e la celebrazione, l'apporto umano e quello divino. Ogni situazione, ogni avvenimento della vita ha un suo reale valore, ma non totalizzante; è aperto ad un movimento per trovare una sua pienezza di significato e di realizzazione che si trova nella celebrazione. Non si dà pienezza di vita e di significato se non si arriva a celebrare; e d'altra parte non c'è vera celebrazione se non si parte
    dalla vita e ad essa si fa ritorno. Celebrazione e vita sono due realtà ben distinte, non si equivalgono o identificano; però non possono esistere se non c'è un continuo rimandarsi dell'una all'altra.

    LA PERSONA AL CENTRO O FUORI DELLA CELEBRAZIONE?

    La celebrazione si presenta come un evento che implica una presenza e una interrelazione tra più persone, cioè una comunità, un'assemblea, designata come vero soggetto dell'azione liturgica. Proprio questo fatto pone alcuni interrogativi. In questo concezione la persona ha la possibilità di esprimere se stessa? Il continuo uso del "noi" che avviene nella celebrazione liturgica non estranea la persona da se stessa, la livella a un minimo comun denominagtore? La celebrazione con la sua caratteristica di "oggettività" non soffoca ogni espressione emotiva? La persona singola non viene assorbita dal tutto indistinto? Le è possibile pregare individualmente o è costretta a pregare sempre coralmente, senza potersi esprimere?
    A delineare una persona - parlo sinteticamente - concorrono fondamentalmente due fattori: l'individualità-identità e la relazione-socialità; si pensi alla Trinità. Nella misura in cui questi elementi sono presenti nella celebrazione potremo dire che essa è sensata, umanizzante.

    Valore individuale della celebrazione

    La celebrazione cristiana richiede la partecipazione personale. Ognuno deve sentirsi conosciuto e chiamato personalmente. Fin dal primo momento, all'inizio del catecumenato, la persona viene chiamata per nome e le viene chiesto se desidera incominciare quel cammino che la porterà al battesimo; a lei personalmente viene consegnato il vangelo. Nel rito della elezione, ciascun catecumeno viene chiamato nominativamente (potrebbe anche assumere un altro nome, quello cristiano) e il suo nome viene scritto nel registro degli eletti. Al momento del battesimo nuovamente gli viene richiesto se vuole ricevere il battesimo, fa individualmente la sua professione di fede (quando ci sono altri, ognuno dei battezzandi fa la sua professione); pronunciando il suo nome, il sacerdote o vescovo lo battezza.
    Senza passare in rassegna le varie celebrazione, accenno solo ad ultimo esempio. Il pane e il vino che vengono offerti nella messa sono "il frutto della terra e del lavoro dell'uomo": quei doni simboleggiano tutta l'attività dell'uomo. Nella celebrazione eucaristico l'uomo non può essere spettatore, ma lasciarsi coinvolgere con tutta la sua persona se stesso nell'offerta di Cristo. Dice la Costituzione sulla chiesa Lumen Gentium:

    "Tutte le loro (dei laici) attività, preghiere e iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e le molestie della vita anche se sono sopportate con pazienza, diventano offerte spirituali gradite a Dio attraverso Gesù Cristo (cfr. 1 Pt 2,5); nella celebrazione dell'Eucaristia sono in tutta pietà presentate al Padre insieme all'oblazione del Corpo del Signore" (LG 34).

    Valore sociale della celebrazione

    Ogni persona che entra celebrazione porta tutta la sua individualità, la sua originalità, i suo carismi, e li mette a disposizione. Non prega solo individualmente, ma sa fare comunione con gli altri per dire "Padre nostro". La liturgia educa a "fare insieme", a "sentirsi insieme", a "essere insieme".
    Celebriamo un avvenimento per riscattarlo dalla sola individualità e viverlo insieme. La celebrazione s'innesta sulla ricerca di comunione. Nel matrimonio l'innamoramento e la successiva decisione di mettersi insieme passa da essere "nostro" personale avvenimento ad evento che coinvolge tutta la comunità. Nel funerale di una persona cara il mio avvenimento diventa nostro. Nella celebrazione i discepoli di Emmaus scoprono il senso del tutto e lo vivono, vi partecipano e sentono impellente il bisogno di "essere insieme" agli altri discepoli per dirsi e vivere la nuova situazione.
    Celebrare un avvenimento è dargli un più ampio respiro, renderne partecipi altri, viverlo più intensamente grazie alla loro partecipazione. La celebrazione fa sì che ogni avvenimento diventi patrimonio comune, entri a far parte della storia della comunità, venga sottratto alla coscienza individuale per far parte di quella comune.

    Conclusione

    In ogni celebrazione avviene un mirabile gioco tra la persona e la comunità, tra vita quotidiana e celebrazione, dove ciascuna di queste realtà, nel momento del rito, si manifesta e si realizza. Contrapponendole o minimizzando una di esse a scapito dell'altra produce una disarmonia che impoverisce entrambe

    NOTE

    1. BOFF, I sacramenti della vita, Borla, Roma 1985, 64-65.



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