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    L'educazione affettiva del preadolescente



    Cecilia Papi

    (NPG 1979-08-35)


    L'affettività è il potere di concentrazione sui motivi che spingono ad agire

    Nell'affrontare qualsiasi discorso educativo sul problema dell'affettività, occorre anzitutto precisare in quale accezione il termine va inteso, data la varietà dei significati che le si attribuiscono: poiché sull'affetto, sull'affettività, su questo aspetto fondamentale della personalità, le idee sono oggi numerose e l'approccio alla problematica che lo sottende è di diverso tipo. Quello psichiatrico, per esempio, considera l'affettività in modo molto differente da quello psicologico, o da quello pedagogico, o da quello semplicemente descrittivo; per cui alcune verbalizzazioni si possono accettare, altre si devono scartare.
    Il modo più pertinente di definire l'affettività, mi sembra comunque quello secondo il quale essa è l'insieme dei sentimenti, a livello conscio ed a livello inconscio, che ogni individuo nutre verso se stesso, gli altri, il mondo in generale; e, più particolarmente per l'affetto «il potere di concentrazione volontaria sui motivi che spingono ad agire; con la particolarità di essere tale da mantenere ben fermo l'indirizzo dell'azione» (vedi: Magistretti - «Il mondo affettivo del fanciullo» - Ed. La Scuola - Brescia). Considero esauriente soprattutto quest'ultima definizione, in quanto appare essenziale per impostare un discorso educativo: quando qualifichiamo dei soggetti «immaturi affettivi» – e alludo ai ragazzi dai comportamenti improntati a passività, abulia, negativismo, aggressività, irrequietezza, svogliatezza, mancanza di impegno e di perseverazione ai compiti, menzogna, falsità, fughe, ribellioni, furti – non ci riferiamo forse a coloro che non possono, che non sono capaci, di concentrare la volontà sui motivi per agire validamente? E non ne sono capaci perché non sono stati educati a concentrarla, questa volontà, che è un'attività psichica importantissima, determinante la stessa moralità, su motivi validi di azione.
    Quali sono i motivi per cui si agisce? Sono innumerevoli, ma in genere vengono raggruppati in tre ordini fondamentali: il servizio dei bisogni istintivi, primari; i sentimenti verso le persone, o addirittura le persone stesse; le norme, i fini, le proposte che la società nella quale si è inseriti, avanza. E per società intendo la famiglia, la scuola, la Chiesa, il gruppo di appartenenza in generale.
    Se dunque c'è una gerarchia tra le fonti dei motivi per agire (servizio dei bisogni – persone – valori super-individuali), è evidente che si è tanto più maturi – affettivamente –quanto più, potendo concentrare la volontà su quei tre ordini di motivi, la si concentra su quelli qualitativamente più validi. Per fare un esempio, rinuncio a servire un bisogno primario – fame, sete, riposo – per qualcuno, o in nome di un valore super-individuale, quale la Carità.

    Una persona è veramente matura affettivamente quando è capace di superamento, di sacrificio, di rinuncia

    La persona affettivamente matura è dunque quella capace di concentrare la sua volontà nell'agire tenendola ben ferma nella direzione di un scelta sempre più valida; e cioè la persona capace di superamento, di sacrificio, di rinuncia.
    Non si nasce maturi affettivamente. Si diventa. E lo si diventa tramite l'educazione, che deve condurre l'individuo a convogliare il proprio sentire (affettività) verso obiettivi accettabili, mediante il perfezionamento delle capacità di scelta ed il potenziamento delle forze di motivazione.
    Ecco perché dobbiamo anzitutto puntualizzare il discorso nei confronti della realtà educativa preadolescenziale: è possibile, è giusto, cioè, parlare di educazione affettiva nei confronti del preadolescente?

    Educare il preadolescente all'affettività significa orientarlo a dirigersi sempre più dal meno captativo al più oblativo

    L'educazione affettiva incomincia dalla culla, nel primo formarsi del rapporto oggettuale del bambino con la madre, quando essa, cioè, si presenta come qualcuno che chiede delle rinunce, dei superamenti; quando diventa una presenza che non soddisfa più soltanto dei bisogni, ma propone, esige, realizza degli adattamenti.
    Nello sviluppo affettivo si manifestano due tipi di tendenze fondamentali: le tendenze captative e quelle oblative. Le tendenze captative, per le quali si vuole prendere tutto (dal latino «capio» = prendo), appropriarsi di ogni cosa e farla propria in senso stretto, si manifestano appunto alla nascita. Ma a poco a poco, se al bambino vengono imposte alcune discipline che convogliano il comportamento verso scelte che esprimono la sua possibilità di compiacere l'adulto, soprattutto la madre, anche le tendenze oblative – per le quali si è spinti alla donazione di sé, alla preoccupazione per l'altro – si sviluppano; cosicché l'evoluzione affettiva si dirige sempre più dal meno captativo al più oblativo.
    Certo l'evoluzione affettiva propone il grosso problema degli scambi tra il bambino e l'ambiente di vita, particolarmente quello rappresentato dall'ambito familiare, che deve, sì, poter soddisfare i suoi bisogni primari, quelli biologici, ma anche quelli di amore, di tenerezza, di sicurezza, di autonomia. Ci sono bambini particolarmente esigenti dal punto di vista captativo: vanno guidati a sopportare con graduale accettazione le
    frustrazioni rappresentate dalle prime imposizioni che l'ambiente propone. Ma il superamento, il processo di annullamento sempre più diffuso delle proprie esigenze è lento, e vuole un ambiente idoneo, soprattutto le persone capaci di proporsi come motivi per l'agire e di dosare con ragionevolezza gli interventi educativi.
    Ecco perché diciamo che essi, con il preadolescente, sono tardivi. La preadolescenza è uno stadio evolutivo in cui l'individuo torna a condizioni psicologiche e a comportamenti che hanno caratteristiche comuni ad età precedenti, infantili, per cui le tendenze captative si ripresentano come rivivificate dai bisogni della crescita, che sono soprattutto espressi dalla scoperta dell'io, dal bisogno fortissimo della sua affermazione, nonché della sua liberazione.
    Il preadolescente, allora, deve essere ricondotto alla riflessione che le sue rinunce e la donazione di sé che l'ambiente e la realtà gli propongono sono possibili se lui ama, nel senso di essere disposto ad annullare le proprie esigenze in vista del bisogno dell'altro, degli altri.
    Don Bosco fu maestro in questo saper stimolare verso direzioni oblative il comportamento dei suoi giovani: e lo fu sapendosi calare nella loro realtà di crescita, nell'insegnar loro ad usare la ragione ed il discernimento, guidandoli a motivare oblativamente le loro scelte, ma soprattutto – penso –aspettando i risultati e stimolando il progresso morale con la proposta del diventar migliore, non con quella del non esser più «cattivo».
    In quanto educatori dobbiamo proporci al preadolescente come modelli e come stimoli a misurarsi con le rinunce, ad accettare scelte sempre più motivate: l'agire deve passare sempre più dal servizio dei propri bisogni al compiacere le esigenze delle persone e poi, via via, verso la sublimazione delle possibili frustrazioni, in vista dei valori super-individuali dell'Amore e della Carità.
    Meta finale dell'educazione affettiva, pertanto, diventa la maturità affettiva: tratto della personalità forse il più difficile da acquisire, per tutti, ma che dovrà rappresentare, per ciascuno, almeno l'ideale a cui tendere con perseveranza.



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