Accrediti per una reciproca apertura di fiducia

    Sul dialogo chiesa-cultura

    Patrizia Cazzaro 

    La richiesta di cambiamento della Chiesa si poggia sulla polarità che sta perdendo di attualità, la dialettica chiesa-società, Vangelo-cultura, credenti-non credenti. Infatti la Chiesa vive nel mondo, la fede e il Vangelo vanno vissute nel contesto contemporaneo, eppure ci sono recinti che non sono ancora abbattuti.
    Con il Concilio Vaticano II si è aperta per la Chiesa un’epoca nuova, che ha colto il bisogno di abbandonare l’antagonismo nei confronti della modernità e la nostalgia dell’assetto medioevale della società, offrendo una prospettiva per liberare dall’oppressione di altri e dal proprio stesso potere. La posizione di religione di stato che aveva assunto dopo l’epoca delle persecuzioni è stata vissuta senza troppi imbarazzi per secoli e ancora oggi è difficile per molti avere perso questo ruolo nella società. Il Concilio aveva in progetto di dare una nuova forma alla Chiesa, perché fosse più fedele al Vangelo e al proprio servizio agli uomini, anche se non ha mai usato il termine “riforma” probabilmente per alcune diffidenze: parlare di riforma sembrava dare scarso rispetto al dono ricevuto nella Chiesa nel corso della sua storia, oltre a ricordare la dolorosa divisione protestante[1].
    Ci sono alcune grandi attenzioni del Concilio che esprimono questo fondamentale cambio di rotta della Chiesa. Il primo riguarda l’atteggiamento della Chiesa nelle sue relazioni verso il potere politico[2]. Non si tratta solo di «strategie della politica ecclesiastica: in tutto questo c’è ben di più, cioè la rimessa in luce e la valorizzazione della storia della salvezza rispetto a tutto il disegno della creazione, con una nuova visione del cammino del mondo verso il Regno, mosso in ogni suo passo dalla grazia di Dio»[3]. Un secondo cambio di rotta riguarda l’atteggiamento verso il mondo e la società: Gaudium et spes, Ad Gentes sono i punti di forza di questo mutamento, anche se il cammino si prospetta ancora lungo[4]. Un altro cambio di atteggiamento riguarda la nuova attenzione alla persona nella quale l’evento della fede scaturisce e si sviluppa accogliendo Dio e intrecciando con Lui una relazione. L’evento della rivelazione non consiste solo nell’enunciare verità e affermazioni da credere, ma si svolge «in tutta la storia della salvezza, con tutta la ricchezza e la complessità degli eventi che la compongono, nell’intreccio fra l’azione degli uomini e l’opera di Dio»[5]. Un ultimo cambio di atteggiamento avviato nel Concilio riguarda lo sguardo che la Chiesa dovrebbe avere su se stessa. Lo spunto nuovo e originale fu quello di presentare il mistero della Chiesa assimilandola ai sacramenti. Non fu un modo di limitare la Chiesa a ritualità, ma al contrario «di allargare la piattaforma della realtà sacramentale e leggervi la Chiesa come voluta dal Signore, perché fosse nella storia segno e strumento del cammino dell’umanità verso il regno di Dio»[6]. La Chiesa veniva così liberata dall’idea antica di essere punto di arrivo della storia, e del cammino dell’umanità, la Chiesa è, invece, «un segno e uno strumento al servizio dell’umanità, mentre il fine della storia è il Cristo, luce delle genti, e l’instaurarsi definitivo del Regno di Dio che viene dalla sua grazia»[7].
    Alla base di queste riflessioni si percepisce il ruolo che la Chiesa dovrebbe assumere in se stessa e nel mondo. Il futuro della Chiesa è lontano dal garantire la preminenza sociale del passato; essa è chiamata ad avere un ruolo più modesto, quasi vulnerabile, ma diretto a sostenere ciò che è costitutivo del cristianesimo e il suo fondamento: Gesù Cristo. La Chiesa sarà chiamata a uscire dall’introversione che l’ha caratterizzata nell’ultimo millennio per confrontarsi sempre più con la storicità. Questo consente un decentramento da se stessa, una conversione dal clericalismo verticista e un atteggiamento di apertura, di ascolto e di apprendimento del vissuto di ogni donna e uomo. Il termine «apprendimento» presuppone una dinamica in cui ogni singolo, nella sua unicità, si lascia toccare e cambiare dall’altro. Questa visione ci offre una Chiesa che vive l’oggi come una possibilità di ridefinire e ricreare continuamente la propria forma dall’incontro con l’altro. Secondo C. Theobald, non è una semplice conseguenza dell’attuale pluralismo, quasi fosse un’accettazione rassegnata della situazione, ma una dinamica intrinseca alla Rivelazione[8]. Essa è un mistero inesauribile che non può essere assolutizzato in una sola prospettiva, culturale e temporale, ma si apre alle diverse esperienze della situazione attuale. Si può notare come questa prospettiva concorda con la figura del poliedro di papa Francesco[9] e la concezione di S. Dianich dell’attenzione alla persona: è resa così possibile la vita e lo sviluppo della Chiesa in un determinato ambiente storico e locale. Questo permette di andare incontro alla richiesta dei giovani di una Chiesa attenta alla sensibilità di tutti, non per sostenere una forma di relativismo, ma per dare la possibilità di sperimentare la bellezza del Vangelo a tutti, senza distinzione tra vicini e lontani, dentro o fuori la Chiesa.


    NOTE

    [1] Cf. S. Dianich, La Chiesa cattolica verso la sua riforma, Queriniana, Brescia 2014, 78-79.
    [2] Significativo, a tale riguardo, è stato il messaggio dei padri conciliari ai governanti al termine del Concilio: «Che cosa chiede a voi questa Chiesa, dopo quasi duemila anni di vicissitudini di ogni genere nelle sue relazioni con voi, Potenze della terra; che cosa chiede oggi? Ve l’ha detto in uno dei suoi testi principali di questo concilio: non vi chiede altro che la libertà. La libertà di credere e di predicare la sua fede, la libertà di amare il suo Dio e di servirlo, la libertà di vivere e di portare agli uomini il suo messaggio di vita», Messaggi del Concilio all’umanità. Ai governanti, S. Dianich, Il Concilio Vaticano II. Quale senso nel divenire di una Chiesa dalla storia bimillenaria?, «Vivens Homo» 24 (1/2013), 43.
    [3] Ivi, 43. «In moltissime delle pagine che essi hanno scritto, infatti, si propone la necessità di una svolta nella sensibilità e nell’attività della Chiesa dal suo tradizionale impegno nell’apologetica e nella polemica politica, tesa a difendere i suoi diritti e a salvaguardare o ripristinare le vecchie posizioni di egemonia sulla civiltà civile, alla ricerca di relazioni costruttive con i non credenti, indispensabili per riaprire le strade alla proposta della fede. Il concilio, anticipando la più vivace coscienza ecclesiale di oggi, ha cominciato a interrogarsi, di fatto e con vigore, se la posizione odierna della Chiesa sia o no adeguata alle esigenze proprie dell’evangelizzazione», Id., La Chiesa cattolica, 57.
    [4] «Si tratta di recuperare lo spirito di libertà, proprio delle chiese che non hanno mai goduto di una posizione di potere nella loro società, e di abbandonare i vecchi antagonismi e competizioni, tendenti alla difesa di antichi privilegi», Id., Il Concilio Vaticano II, 55.
    [5] Ivi, 46.
    [6] Id., Il Concilio Vaticano II, 48.
    [7] Id., La Chiesa cattolica, 19.
    [8] C. Theobald, Urgenze pastorali. Per una pedagogia della riforma, Dehoniane, Bologna 2019, 334.
    [9] EG 236.

     

    RUBRICA DI RIFERIMENTO:
    https://www.notedipastoralegiovanile.it/rubriche-on-line/ripartenze-per-un-dialogo-fiduciale-tra-giovani-e-chiesa