Accrediti per una reciproca apertura di fiducia
Sulla fede
(linguaggi, riti, vangelo; essenzialità; spiritualità)
Patrizia Cazzaro
La necessità di un cambiamento nella forma della Chiesa non può che derivare, oltre che dal cambiamento delle realtà sociale, anche da una mutata forma di vivere la fede. Infatti la profonda crisi che stiamo vivendo nella Chiesa e la difficoltà della trasmissione della fede non riguarda solo questioni di metodo e contenuti, ma abbraccia tante altre dimensioni tra cui le forme del credere, la spaccatura tra fede e agire quotidiano. Il problema non è, quindi, prima di tutto pastorale. Non è neanche un problema di fede, ma di forma della fede e del cristianesimo, una questione di «inculturazione della fede», si tratta di cercare una forma di fede capace di rendere credibile il Vangelo nella cultura attuale.
Per secoli l’appartenenza religiosa ha corrisposto all’adesione a determinati precetti e pratiche che venivano trasmessi da una generazione all’altra e accolti per adesione, «con una forte saldatura tra fede e forme pratiche della vita, tra dimensione privata e pubblica del credere»[1]. Si tratta di un modello tridentino basato «sul progressivo sforzo di corrispondere nel modo più preciso possibile a una regola di vita che il soggetto assumeva dall’esterno come proprio punto di riferimento»[2]. Il contesto sociale mutato degli ultimi cinquant’anni, con l’ultima ondata di secolarizzazione, ha condotto le nuove generazioni a vivere un’epoca di soggettivazione che avvolge tutti gli ambiti della loro vita, tra cui anche l’esperienza religiosa che rende questa impostazione di fede superata, oltre che inopportuna e inefficace[3]. I modelli di trasmissione e di forme della fede si sono inevitabilmente svuotati di senso perché slegati dalla vita quotidiana, privi di affetti, e hanno evidenziato sempre di più il distacco dei giovani dalle forme istituzionali del credere. Ogni generazione, infatti, è chiamata a credere con le generazioni precedenti ma non come loro[4].
La questione della forma della fede tocca inesorabilmente la questione del linguaggio. Anzitutto perché nella Chiesa si usa un linguaggio esclusivamente verbale a vantaggio di uno che coinvolga tutte le dimensioni della persona (fisica, corporea, emozionale).
Il luogo ecclesiale dove i limiti del linguaggio sono più chiari è sicuramente la liturgia[5]. I giovani vivono una loro ritualità per celebrare la vita, con dei linguaggi che sono loro propri[6] e per nulla connessi con i riti cristiani. Negli ultimi secoli si è dato spazio a un linguaggio astratto, ad una ritualità intellettuale a scapito di tanti altri linguaggi di cui la liturgia è portatrice, e che potrebbero essere canali comunicativi efficaci dell’esperienza di fede, ma che ancora si vedono con sospetto[7]. Anche su questo versante più che vedere questo fatto come un problema pastorale si può prendere come «voce profetica perché più coraggiosa nel far presente le fatiche e le difficoltà […], perché parla a volte anche con il proprio silenzio della dolorosa diserzione»[8] esprimendo che le difficoltà dei giovani sono le difficoltà di molti. La sfida che ci troviamo di fronte è di «imparare ad esprimere la nostra fede attraverso il linguaggio della musica e delle immagini, di internet e delle reti sociali, un linguaggio simbolico e non astratto»[9].
Un altro punto difficile sulla questione della forma della fede è la poca chiarezza delle regole e dei contenuti della fede. È un chiaro segno della difficoltà della Chiesa di «stare in questo tempo», e di saper parlare e dare ragione delle proprie norme alle persone di oggi. I giovani hanno bisogno di capire sia l’origine, che il significato, degli insegnamenti della Chiesa e delle sue norme morali: «è la regola dell’incontro che lo impone: proprio il profondo rispetto per l’altro che è il giovane chiede alla Chiesa di esplicitare la sua posizione»[10] oltre che consolidare la formazione culturale della fede[11]. A volte si tratta solo di un problema di mediazione[12], in altre più di contenuto. Probabilmente non si tratta solo di trovare parole nuove per spiegare la fede e le sue regole, ma anche di un nuovo modo di pensare il cristianesimo e porsi, quindi, in discussione:
«sorgono problemi quando la maggioranza dei fedeli resta indifferente alle decisioni dottrinali o morali del magistero, o quando le rifiuta del tutto. Questa mancata recezione può essere segno di una debolezza o di una mancanza di fede da parte del popolo di Dio, provocate dall’assunzione non sufficientemente critica della cultura contemporanea. Ma in taluni casi, può essere segno che determinate decisioni sono state prese da chi ne ha autorità senza tenere in debito conto l’esperienza e il sensus fidei dei fedeli, o senza che il magistero abbia consultato a sufficienza i fedeli»[13].
Si rende necessaria, quindi, una continua opera di comprensione interpretativa del Vangelo, della cultura e della prassi ecclesiale; infatti:
«la Tradizione esiste per consentire un passaggio, non per trattenere in un recinto […] si dovrà fare in modo che le condizioni dell’ascoltatore di oggi, l’uomo concreto del nostro tempo, con le sue visioni del mondo e il suo modo di dare senso alla vita, non venga estromesso dal continuo atto di discernimento con cui, interrogando di nuovo la Scrittura, si cercano i criteri per consentire anche oggi allo Spirito del Vangelo di essere forma dell’esistenza di tutti. Il compito di non estraniare l’uomo dal continuo processo con cui Dio parla alla storia, tocca alla capacità di ascolto della Chiesa, che onora la sua presenza nel mondo facendosi anzitutto interprete di tutti gli esseri umani che lo abitano. Serve perciò una Chiesa che ascolta per essere interprete dell’umanità»[14].
Si tratta di un lavoro delicato, non semplice, ma necessario. Sono soprattutto le questioni morali che trovano maggiore resistenza e incomprensione tra i giovani e nelle quali lo scarto tra vissuto dei giovani e magistero è più grande[15].
Sicuramente una fede in cambiamento non può che far entrare la Chiesa in un’epoca di purificazione e di novità. Dove la fede non è imposta, ma essendo un’opzione tra tante altre, diventa scelta, consapevole, motivata, significativa nella quotidianità e identificata come necessaria[16]. Inoltre la condizione per un rinnovamento del linguaggio e dello stile della comunicazione non può avvenire senza una profonda comunicazione dialogica tra le parti e quindi tra i vari protagonisti della Chiesa, giovani compresi.
NOTE
[1] A. Toniolo, Forma Fidei e Forma Ecclesiae. Considerazioni estetiche in Teologia Pastorale, «Studia Patavina» 65 (3/2018), 455.
[2] C. Giaccardi - M. Magatti, La scommessa cattolica. C’è ancora un nesso tra il destino delle nostre società e le vicende del cristianesimo?, il Mulino, Bologna 2019, 67.
[3] Cf. ivi, 64-80. La soggettivazione della fede non produce necessariamente relativismo, «si crede solo se si hanno motivazioni proprie, passate al vaglio della propria ragione e della propria coscienza», Bignardi, Metamorfosi del credere. Accogliere nei giovani un futuro inatteso, Queriniana, Brescia 2022, 169.
[4] Cf. A. Fossion, Ri-cominciare a credere, Dehoniane, Bologna 2004, 67.
[5] «i giovani che partecipano alla liturgia sono una strettissima minoranza della popolazione in termini assoluti, e una stretta minoranza tra i cattolici. Sono inoltre sempre di più i giovani che non disdegnano di dirsi cattolici, ma che non hanno più alcuna esperienza dei riti cristiani, nemmeno saltuaria», M. Belli, Mondo giovanile ed esperienza liturgica. Un tentativo di status questionis, «Note di Pastorale Giovanile» 53 (2/2019), 14.
[6] Ivi, 16-18.
[7] Cf. E. Massimi, Le condizioni di una vera liturgia. Riscoprire il fondamento della partecipazione attiva, «Note di Pastorale Giovanile» 53 (2/2019), 24-38; Toniolo, Forma Fidei e Forma Ecclesiae, 463. «In molti contesti la pietà popolare svolge un ruolo importante di accesso dei giovani alla vita di fede in modo pratico, sensibile e immediato. Valorizzando il linguaggio del corpo e la partecipazione affettiva», DF 136.
[8] M. Gallo, Non basterà “celebrare con arte”. Da alcune esperienze, elementi utili per liturgie con i giovani, «Note di Pastorale Giovanile» 53 (2/2019), 43.
[9] Becquart, Lo Spirito rinnova ogni cosa. Una pastorale giovane con i giovani, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2020., 66.
[10] Avogadri - Carrara, Nel terreno dell’inestimabile. La pastorale giovanile tra realismo e determinazione. II, 29.
[11] Cf. Toniolo, Forma Fidei e Forma Ecclesiae, 460-466.
[12] Si tratta di liberarsi da «intellettualismi e moralismi, di alleggerirsi di una catechesi che è teologia in pillole, per acquisire il linguaggio semplice di una vita nella quale abita il mistero di Dio», Bignardi, Metamorfosi del credere, 204.
[13] Commissione Teologica Internazionale, Il Sensus fidei nella vita della Chiesa, Dehoniane, Bologna 2014, 124.
[14] G. Zanchi, Rimessi in viaggio. Immagini da una Chiesa che verrà, Vita e Pensiero, Milano 2018, 126-127; «Il senso della tradizione non è ripetizione del passato o mantenimento di forme antiche, ma un processo di identità in costruzione in una relazione vitale tra memoria e profezia», Noceti, La parola di tutti noi costituisce la Chiesa, 65.
[15] Problema che si nota anche nella votazione del DF del sinodo sui giovani, essendo la questione morale, uno dei temi che ha incontrato maggiori «non placet» nel documento.
[16] Cf. Jonas, La fede come opzione; cf. A. Toniolo, Teologia e università. La ricorrenza degli 800 anni dell’Università di Padova, «Studia Patavina» 69 (1/2022), 11.
RUBRICA DI RIFERIMENTO:
https://www.notedipastoralegiovanile.it/rubriche-on-line/ripartenze-per-un-dialogo-fiduciale-tra-giovani-e-chiesa

