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    “Amoris Laetitia”

    secondo “Coco”

    Interdetto, carpe diem e memoria della famiglia felice

    Andrea Grillo

    Il dono di una collega teologa – un film di animazione, visto poi in famiglia – ha suscitato in me una serie di riflessioni che considero di un certo interesse. Il film è “Coco”, della Walt Disney.
    La storia è molto semplice, anche se presenta articolazioni e dettagli tutt’altro che banali e che vale la pena recuperare con una certa precisione: il piccolo Miguel, 12enne, nel giorno dei morti, il 2 novembre, che in Messico è sentito come “giorno di doni ai defunti e di riunione familiare tra vivi e defunti”, fa esperienza bruciante dell’interdetto della sua famiglia. Non può suonare la chitarra, non può fare né ascoltare musica. Questo interdetto musicale corrisponde, nelle immagini iniziali del film, ad un altro interdetto relazionale, legato alla vista e non all’udito. Al “culmen et fons” delle “imagines” che compongono il “sacrario di famiglia” sta una fotografia della “coppia di origine”, i trisavoli, in cui alla madre (Imelda) e alla piccola figlia (Coco), raffigurate sorridenti, corrisponde un padre “senza volto”, la cui testa è stata strappata via dalla fotografia. Ecco il secondo interdetto: al divieto della musica corrisponde il divieto di vedere e di riconoscere il “trisavolo”. Nelle scene iniziali questi due interdetti sono paralleli e correlati. Si capisce anche la narrazione che li sostiene: il trisavolo era scappato e aveva abbandonato moglie e figlia per essere libero di cantare e suonare. Così, ora, la tradizione di famiglia rifiuta la musica perché si è sentita rifiutata dal musicista. Dopo il rifiuto, la moglie ha iniziato a produrre scarpe: i Rivera sono calzolai e non musicisti. Questo deve valere anche per il giovane Miguel. E tutto ciò avviene di fronte alla silenziosa presenza della vecchia Coco, l’unica ad essere presente nelle “imagines”, ma ancora viva, con più di 100 anni, quasi immobile ma non insensibile.
    Miguel si ribella all’interdetto e disobbedisce. Coltiva una passione per la chitarra, ascolta in modo quasi ossessivo le canzoni del grande “Ernesto de la Cruz”, e impara a suonare la chitarra. Ma di nascosto, nel chiuso di una soffitta, dove solo un cane, Dante, viene ammesso. Ma quando la decisione di infrangere l’interdetto è presa e il ragazzo decide di partecipare, contro il parere della famiglia, ad un concorso di chitarra, per un errore fa cadere la cornice con la fotografia “mutilata” del volto del trisavolo. E scopre, con sua grande sorpresa, che la fotografia, liberata dalla cornice, presenta una parte nascosta e ripiegata, dove appare, accanto all’uomo senza volto, una chitarra. Quella chitarra che lui ha visto tante volte nei filmati del grande eroe, Ernesto. Chitarra che è appesa sopra la tomba dell’eroe della canzone, nel cimitero della città. Ma la famiglia scopre Miguel, davanti alla cornice infranta, con la chitarra in mano. E per punizione la nonna sfonda la chitarra, con violenza, davanti ai suoi occhi. Qui avviene la rottura, la piena disobbedienza: Miguel rinnega la famiglia e corre verso il concorso nel giorno dei morti. Ma non ha più la sua chitarra. Prega i vivi di averne una, ma invano. Allora medita di rivolgersi all’eroe, ad Ernesto, che dalla immagine nascosta ha ritenuto di riconoscere come il suo trisavolo! Corre al cimitero, sfonda la finestra e si precipita all’interno della cappella ,facendo sua la chitarra di Ernesto.
    Qui il film salta di dimensione: e introduce Miguel nel mondo dei morti. Qui egli trova tutta la sua famiglia di progenitori, che lo riconoscono e lo vogliono restituire alla terra, con una benedizione, perché permetta a tutti loro di tornare a casa, per la festa; a ciò però subordinano, allo stesso modo dei familiari vivi, il divieto di suonare. Così Miguel inutilmente torna sulla terra: perché appena afferra la chitarra di Ernesto per correre al concorso, si ritrova nell’aldilà, al punto di prima.
    Ecco allora che, insieme ad Hector, un defunto che non può tornare sulla terra non avendo più nessuno che esponga la sua immagine, Miguel prova ad arrivare direttamente a Ernesto, che anche nell’aldilà è campione di musica e uomo di successo. Hector lo aiuta con la promessa che, una volta di nuovo tra i vivi, Miguel esporrà la foto che ha ricevuto in consegna, permettendogli di visitare anche lui il mondo dei vivi, in occasione della festa dei morti e ricevere doni da parte loro.
    Alla fine Miguel incontra Ernesto, gli rivela di essere il suo pro-pronipote e resta per qualche tempo con lui. Ma proprio quando sta per ricevere la benedizione da lui, ecco che Hector entra in scena e rivela il suo rapporto con Ernesto. In vita collaboravano in modo molto stretto, ma quando Hector aveva deciso di tornare dalla sua famiglia, Ernesto, vistosi perduto, lo aveva avvelenato e si era impadronito di tutte le sue canzoni. Ernesto, di fronte a questa rivelazione, reagisce in modo malvagio e fa gettare entrambi, Hector ed Miguel, in una cisterna.
    Qui si comprende che il trisavolo di Miguel non è Ernesto, ma Hector! Il problema, però, è che Coco sta ormai perdendo la memoria e si avvicina alla morte. Se lei morirà, anche Hector perderà ogni consistenza e si dissolverà. I “defunti”, infatti, mantengono una sussistenza solo se i vivi si ricordano di loro. Se vengono totalmente dimenticati, svaniscono. Dopo una prima morte c’è dunque una seconda morta, definitiva e piena. L’unico giudizio è la memoria del prossimo. Non vi è un giudizio ultimo diverso dalla memoria del prossimo. Così Miguel, dopo aver perduto la fotografia di Hector, per l’ultima malvagia azione di Ernesto, torna con la benedizione dei trisavoli sulla terra. Dove ritrova tutta la famiglia che vuole impedirgli di suonare. Ma, vinte le resistenze, corre dalla bisnonna, che pare assorta, distante, quasi assente. Allora tenta l’ultima carta: canta “Ricordami”, quella canzone che il trisavolo aveva scritto per la figlioletta Coco e che Hector aveva rievocato nella cisterna, al colmo della disperazione. E mentre Miguel canta “ricordami”, la vecchia Coco si rianima, socchiude gli occhi, canta le ultime parole della canzone e dal cassetto del comodino trae il frammento mancante della fotografia: Hector, Imelda e Coco, di nuovo insieme, in effigie e in comunione. E il film si chiude, l’anno successivo, di nuovo il 2 novembre, con il giorno dei morti: nella casa dei Rivera la tradizione familiare è cambiata. La musica non è più un interdetto e la immagine dell’origine è tornata “simbolo”. Le parti divise si sono riunite. E si è aggiunto il ritratto di Coco, defunta durante l’anno, e tutti i cari accompagnano la festa dei vivi, intorno ad una tavola, con cibi e bevande.

    Occorreva descrivere nel dettaglio la trama del film per scoprirne la densa tessitura simbolica. Proviamo a commentarne i tratti più interessanti.

    a) Interdetto in apertura
    All’inizio del film, come in molti libri e films, un “divieto” diventa il motore della azione. Dal racconto della creazione, ai Promessi sposi, a “Tempi difficili”, una “cosa vietata” mette in moto l’azione. Può essere un albero di cui non mangiare, un matrimonio da non fare o una cultura da non avere (niente immaginazione e niente fantasia è l’interdetto che apre Hard Times di Dickens), tutto questo fa bene al racconto e dà a pensare. E ci si chiede: ma perché Miguel non deve suonare o cantare? E si capisce che la identità della famiglia Rivera si è costruita – difensivamente ma aggressivamente – sul “rifiuto di un rifiuto”. Questo è, nella sua assolutezza, un limite della tradizione, familiare, comunitaria, ed anche ecclesiale. Il limite della tradizione è la “unilateralità del giudizio”. Come per la famiglia Rivera, un discernimento ulteriore può mutare il giudizio, riconciliare con il trisavolo e con la musica, rimuovere l’interdetto quando non è per la comunione, ma per la divisione. Per questa “rilettura” occorre una alleanza sorprendente: quella tra chi non c’è più e chi “non c’è ancora”. Giovani e defunti collaborano per aprire le strutture tradizionali degli adulti.

    b) Obbedisci alla famiglia e “cogli l’attimo”
    Miguel, come Edipo, cerca il proto-padre. In realtà cerca se stesso nel trisavolo. E all’inizio lascia la famiglia per il trisavolo. Agli occhi della famiglia, “diventa come lui” e li abbandona. Risuona nel film il tema del “cogli l’attimo”, del carpe diem, con tutta la sua carica di tentazione. Ma solo abbandonando la famiglia può riconciliarsi con essa e può riconciliarla con se stessa. Nella storia di Miguel 4 generazioni sono in gioco. E l’ultima generazione può restituire alla prima la sua verità, nascosta e bloccata da un interdetto parziale e unilaterale. La vera storia di Hector, il vero trisavolo, appare solo “superando la morte”. Lo sguardo di Miguel, che attraversa i tempi, può “rendere giustizia” ai singoli e alle famiglie. Cogli l’attimo, nella sua inevitabile necessità, non garantisce la verità, tanto quanto l’interdetto. Ma è passaggio inevitabile per ristabilire la verità. La “tentazione” è prova di verità. E’ evidente come la “somiglianza con Dio” dell’uomo produca una situazione di “prova” perché l’interdetto di Dio non è uguale agli interdetti degli uomini, Il primo è per la comunione, i secondi, certamente orientati alla comunione, generano divisione, oppressione, ingiustizia. Il discernimento tra gli interdetti è la “prova” a cui siamo sottoposti. La prova non è “se” obbedire, ma “quando” obbedire e “a chi” obbedire.

    c) L’esercizio della memoria e la riconciliazione complessa
    Come si esercita la memoria? La memoria dei vivi tiene “vivi” i defunti. Ma far memoria vera dei defunti, con tutta la sua complessità, mantiene in vita i posteri. Essere “cavalieri” con i morti non è facile. Infatti fare memoria non è solo osservare le tradizioni, ma anche rileggerle, tradurle, risignificarle. Le nuove generazioni non sono semplicemente un “rischio” per la tradizione, ma una opportunità. Possono introdurre nuovi criteri di lettura e nuove narrazioni del passato. Possono uscire dagli equivoci. “Decipimur specie recti”: siamo ingannati dall’apparenza del bene. Ogni tradizione è impastata di questa ambiguità. Senza un atto di libertà, che può sempre apparire come “lacerazione”, la tradizione rischia di confermarsi nelle sue distorsioni. Miguel, senza averne la piena intenzione, ristabilisce la “sana tradizione” dei Rivera. Non li condanna più ad essere “calzolai nemici della musica”. Apre ad una narrazione diversa, che riconciliando col passato apre ad un futuro pieno.

    d) La perdita della ingenuità e la verità della generazione
    L’intedetto non è solo “divieto arbitrario”. E’ anche possibilità di rapporto. Senza interdetti non si cresce. Ma non si cresce solo di interdetti. Il film, nella sua elementare linearità, recupera il bisogno di legame che costituisce ogni uomo e ogni donna. Nelle scene finali si assiste, col miracolo del cinema, ad una duplice rievocazione. Hector che canta “Remember me” alla Coco di 3 anni, un secolo prima, e il piccolo Miguel che canta, di nuovo, a Coco, 100 anni dopo, la stessa canzone. E così restituisce vita e comunione alla anziana bisnonna. I padri danno tradizione alle figlie, ma anche i pronipoti restituiscono tradizione alle bisnonne. Senza “assunzione di libertà” non c’è autorità. Ma senza riconoscimento di autorità non c’è libertà.
    Nel film è scritta, in modo elegante, la storia della tradizione familiare ed ecclesiale. Le ferite, di cui sono piene le famiglie domestiche ed ecclesiali, non si curano con le lacerazioni o con gli irrigidimenti. L’atto simbolico di ricomposizione, di riconciliazione passa attraverso la “prova della verità”. Verità di sé e verità dell’altro. Miguel è, allo stesso tempo, tentato come Adamo e messo alla prova come Gesù. Come il primo Adamo si illude di trovare se stesso “senza la famiglia”. Come il secondo, nel rapporto con il Padre nascosto, umiliato ed emarginato, trova se stesso e rende possibile agli altri una vera comunione, in una famiglia diversa, riabilitata, riconciliata. E alla fine tutti mangiano lieti il pane di vita e di comunione.
    Vedere il film permette di guardare alla famiglia – domestica ed ecclesiale – con uno sguardo molto simile a quello espresso nel testo di Amoris laetitia, quando, nell’ultimo numero, dice: “nessuna famiglia è una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre, ma richiede un graduale sviluppo della propria capacità di amare” (325). E non è affatto detto che, nel trovare questo graduale sviluppo, la interpretazione migliore della “verità” della famiglia non venga proprio da una sorprendente alleanza tra i più giovani e chi non c’è più. Con tutti i falsi interdetti da superare e con tutti gli apparenti “carpe diem” da smascherare.


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