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    Il viandante di Samaria. Appunti sulla fraternità /4


    Cf. Il viandante di Samaria. Appunti sulla fraternità secondo la parabola del buon samaritano


    Il vero maestro

    Come già anticipavamo, Gesù viene chiamato maestro, non senza ironia. Il maestro non è maestro perché insegna delle cose – una filosofia, una dottrina, un’etica – ma perché indirizza la libertà dell’interlocutore verso la sua destinazione. È il comportamento che addotta nel confronto con il dottore della Legge che proprio per questa ragione rimane spiazzato anche se pensava di essere lui a spiazzare l’illustre personaggio. Forse il nostro dottore si rivolge a Gesù non solo per provocarlo o metterlo alla prova, forse è seriamente in ricerca – anzi di sicuro lo è (perché no?) –, forse davvero ha bisogno di sapere come fiutare tracce di vita eterna nell’aldiquà senza aspettare l’aldilà, forse è perfino in crisi… Cerca di appellarsi a una figura riconosciuta come autorevole. La domanda, sottaciuta, è: quando si è maestri? E perché Gesù lo è? Rimbalzo la domanda a Francesco Stoppa: «Un cosiddetto buon maestro (beninteso: può esserlo chiunque, anche qualcuno in cui ci imbattiamo per caso ma che ci consegna un po’ della sua umanità) è chi contribuisce a mettere in crisi il nostro buon senso, il punto di vista che abbiamo sulle cose e che è solitamente caratterizzato da punti di assoluta e sintomatica cecità (in questo senso Gesù è il maestro dei maestri). La crisi designa il momento in cui un certo fatto più o meno traumatico genera in noi un risveglio soggettivo, una serie di domande che dovranno portarci a effettuare delle scelte.
    Non possiamo dunque rimanere ciò che eravamo solo poco prima.
    O meglio, dobbiamo divenire noi stessi trasformandoci, mutando il nostro rapporto col mondo e con gli altri. Il desiderio è questa fonte sorgiva che ci apre alla vita».
    Intanto, c’è chi teorizza che il nostro tempo non disponga più di maestri accreditati (soprattutto per le nuove generazioni). Stiamo trastullandoci – senza troppo accorgerci o scandalizzarci, rincorrendo i pifferai magici del mercato e del divertissement – dentro una gigantesca bolla di nichilismo (centocinquant’anni dopo Nietzsche), il «più inquietante fra tutti gli ospiti» che decreta: oggi non ha più alcun senso porre la domanda sul Senso76. La ricerca della felicità, e del Senso, serve soltanto per distoglierci dall’ineluttabile pensiero della morte o della inevitabile distruzione. È un’illusione. Alle nuove generazioni «manca lo scopo» [77]. Cioè, esse continuano a mancare lo scopo, a fallire l’obiettivo. Loro, i giovani, non lo trovano. Ma sembra che non ci siano adulti “padri” disposti a mostrarglielo. È l’idea di scopo ad essere ormai fuori gioco, è stata investita di attese e speranze troppe religiose. Meglio rimanere sul presente: almeno sappiamo di cosa parliamo, senza perderci a inseguire chimere. Godersi la vita non sarà lo scopo ma suona già come un buon obiettivo. La nostra è la stagione culturale del presentismo.
    È stato il filosofo francese Ricoeur ad aver coniato l’espressione “maestri del sospetto” (diventati poi cattivi maestri). Si riferiva a Freud, Nietzsche, Marx. Tutti e tre hanno abbattuto i bastioni della “verità”, quella dell’Io, dell’Essere metafisico, della natura economica del mondo e della società. I maestri oggi riconosciuti dalla opinione pubblica si chiamano mercati finanziari, tecno-scienza e comunicazione.
    Una “trinità” appetibile. Inutile demonizzarla. Impariamo, però, ad esercitare un minimo di coscienza critica. Le gloriose istituzioni oggi sembrano in crisi di credibilità, incapaci di assumersi compiti educativi o di guida: i genitori sembrano “evaporati” [78], ma “evaporate” sembrano essere le nobili istituzioni della scuola e della chiesa. Soprattutto quest’ultima, non più percepita come madre ma nemmeno più richiesta come maestra (secondo il dittico dell’enciclica di papa Giovanni XXIII Mater et magistra del 1961).


    NOTE

    76 «Manca lo scopo, manca la risposta al perché, tutti i valori si svalutano»: questo è il nichilismo secondo l’aforisma filosofico di Nietzsche. Sul tema del rapporto tra giovani e nichilismo Galimberti, per esempio, ha speso qualche riflessione: U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, ed. Feltrinelli 2007 e Giovane, hai paura?, ed. Marcianum Press 2014.
    77 «Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al perché? Che cosa significa nichilismo? – che tutti i valori supremi perdono il loro valore» in F. Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, in Opere vol. VIII, 2, fr. 9 (35) ed. Adelphi 1965.
    78 M. Recalcati, Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, ed. RaffaelloCortina, 2011.


    Agisci (se vuoi sapere chi sei tu e chi è Dio)

    «Fa’ questo e vivrai».
    «Va' e anche tu fa’ così».
    Alla domanda dell’esperto in Legge, Gesù risponde ponendo un’altra domanda: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?» Da grande maieuta, figlio della tradizione ebraica che ha inventato il metodo socratico prima di Socrate, egli “tira fuori”, letteralmente “strappa” la risposta che l’interlocutore non s’aspettava di dover essere lui a fornire.
    La maieutica è arte della levatrice, aiuta a partorire, a dare alla luce.
    Il devoto osservante ripropone le parole intoccabili della “tradizione catechistica”, citando con zelante precisione la Legge e prendendosi la libertà di assemblare due versetti dei cinque libri della Torah (la Legge), un’inedita crasi tra Deuteronomio (versetto 6,5) e Levitico (19,18): «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» [79]. Cosa possiamo dedurre dall’impeccabile citazione del teologo? Per esempio: la risposta alla domanda di Senso – e alla ricerca della felicità – è curiosamente legata alla prassi. Come dire: se vuoi sapere qual è il segreto della vita non devi mandare a memoria teorie filosofiche o formulette dottrinali ma sentirti chiamato ad agire.
    La fede ebraica – come la Parola di Dio – è soprattutto un fare. L’identità dell’individuo (oltre che del credente) è legata al “fare”: c’è un fare che ci fa essere. «Fa’ questo e vivrai» (Luca 10,28) e «Va e anche tu fa’ così» (Luca 10,37). Per ben due volte la promozione del proprio desiderio di vita – della pienezza di felicità – è organizzata attorno all’invito a fare. Probabilmente è una legge universale. L’amore del prossimo – fare – decide la qualità della fede religiosa – essere. Forzando un po’ si potrebbe dire: Dio va praticato più che sacralizzato. O riverito.
    «L’imperativo fa’ si concentra non su una singola azione, ma su una relazione permanente. […] L’importante è “vivere ora” e non essere concentrati sulla “vita eterna”». «Il dottore della legge ha fatto una domanda sulla vita eterna, ma dovrebbe piuttosto occuparsi delle persone lasciate a terra mezze morte» [80]. Nessun differimento temporale.
    Si tratta di agire adesso, senza concentrarsi su paradisi futuri. Le Scritture sacre, contrariamente a quello che pensiamo, hanno un grande senso del presente.
    Luca è il maestro di questa prossimità incarnata dal samaritano, libera e gratuita, disinteressata e senza secondi fini (che i padri della chiesa delle origini abbiano visto in questa allegoria la figura di Gesù non va dimenticato), mentre è Matteo a consacrare l’idea – oserei dire perfino laica (sempre che questa categoria non venga fraintesa, come solitamente accade) – della giustizia che si deve all’umano come specchio della stessa giustizia divina. Il brano del capitolo 25 è paradigmatico.
    Lo riconosciamo subito non appena si ascolta la teoria delle sei azioni di giustizia che assicurano la dignità dell’uomo: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» [81] (Matteo 25,35-36).
    Ogni gesto di cura dell’umano è segno della cura per Dio. Come è possibile? «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo 25,40). Il criterio veritativo del- la devozione religiosa è sempre la cura [82]. Giovanni è lapidario quando scrive «chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (Prima lettera di Giovanni 4,20). L’amore e la cura per il fratello custodiscono una promessa enorme, basterebbe da sola a colmarci il cuore di felicità: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (Prima lettera di Giovanni 3,14).
    Il teologo Pierangelo Sequeri sintetizza che «non c’è prossimità senza Dio, perché non c’è Dio senza prossimità». E aggiunge: «Il cristianesimo è l’unica figura storica della forma-religione che istituisce la prossimità dell’uomo con l’uomo alla stessa altezza della prossimità di Dio con l’uomo (“l’avete fatto a me”)» [83]. Il cristianesimo – il vangelo – più che una religione è uno stile: quello già ricordato di un’ospitalità gratuita e disinteressata, senza calcoli, vuoto a perdere. La qualità della relazione religiosa va sempre misurata dalla cura dell’altro. Con un’avvertenza: Dio va amato in assoluto, l’amore per il fratello è relativo al “come te stesso”: «Ama il tuo prossimo che è come te stesso, ama il tuo prossimo come ami te stesso; ama il tuo prossimo perché egli è te stesso» [84]. Conosciamo i limiti del nostro amore, del nostro voler bene all’altro. Non dobbiamo strafare. Nessuno può impalcarsi a salvatore assoluto.


    NOTE

    79 Significativamente il doppio comandamento è citato anche dagli altri sinottici Matteo (22,37-39) e Marco (12,29-31). Ma qui è Gesù stesso a operare il lavoro di fine sartoria dei testi sacri. Se ne assume la paternità.
    80 A.-J. Levine, Le parabole di Gesù. I racconti enigmatici di un rabbi controverso, ed. Effatà 2020 (pp. 111 e 119).
    81 La tradizione della chiesa aggiungerà la cura della sepoltura dei morti come la settima “opera di misericordia corporale”. È attinta dal libro biblico di Tobia là dove si racconta di Tobi che usciva per le strade della città a raccogliere i morti, lavarli, e poi inumarli.
    82 «La radice indoeuropea da cui nasce (la parola cura, ndr) è *ku / *kav, che vuol dire “osservare”, “prestare attenzione”» (vedi M. Balzano, Cosa c’entra la felicità? Una parola e quattro storie, ed. Feltrinelli 2022, p. 55). Da cui l’inglese to care. Da qui all’I Care di don Lorenzo Milani è un attimo.
    83 P. Sequeri, La prossimità di Gesù e i limiti del sacro in La Rivista del Clero Italiano n. 4 / 2012 (pp. 255-268).
    84 L. Manicardi, L’invenzione della prossimità in La Rivista del Clero Italiano, 10 / 2011, VeP, pp. 652.


    Try walking in my shoes (nei panni della vittima)

    «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto».
    Innanzitutto, si parla di un uomo in termini molto vaghi, non sappiamo nulla del suo nome, della sua storia, del suo lignaggio, della sua religione, del perché è in viaggio su quella strada pericolosa o se è lì solo di passaggio. È un uomo qualunque ma non senza qualità.
    Sconosciuto e anonimo. Potrebbe essere ciascuno di noi. Potremmo tutti noi immedesimarci in quest’uomo senza volto né nome. È il genere umano, nella sua condizione universale. Di quest’uomo si sottolinea soltanto la brutalità di un infausto incontro con dei briganti, la sua identità è definita dall’essere lasciato lì in mezzo alla strada “mezzo morto”. Ecco, chi è quest’uomo sventurato, toccato dalla violenza e da un male gratuito: un mezzo morto al quale non rimane – forse – se non mezza vita. Gli hanno portato via tutto e scippato persino la dignità. L’anima. È la figura emblematica dell’offeso, spogliato di ogni cosa, abbandonato senza più alcuna cittadinanza.
    Non ha più difese, giace inerme, potrebbe subire ancora altro male, il male di altri sciacalli. Vittima di sopraffazioni e ingiustizie. La sua è una non-identità (lo sfregio dell’identità riguarda l’immagine originaria creaturale, quella che fa di ogni essere umano un’immagine di Dio [Genesi 1,26-27]). Quanti potrebbero riconoscersi nell’umanità dolente di questo poveraccio o “poverocristo” che su quella strada vive la propria passione? Di sicuro in quell’umanità malconcia a riconoscersi è il Povero Cristo della bellissima canzone di Vinicio Capossela [85]. Sembra lì a nome di tutti i vilipesi della storia, a condividere la malasorte dei diniegati di ogni ordine e grado. Gesù prima ancora di essere il samaritano è il “poverocristo” abbandonato sulla strada. L’identificazione di Gesù con la vittima – come argomenta Adriano Sofri – non è per nulla azzardata: «L’identificazione di Gesù col buon samaritano non può che venire dopo l’identificazione di Gesù con la sofferenza della vittima innocente e agonizzante. Gesù, il Maestro – il Figlio di Dio, per i credenti – è “un tale”, l’ultimo, il più casuale e anonimo dei nudi umani» [86]. Se fosse così, volendo anticipare qualche conclusione, la parabola assumerebbe una narrazione diversa: se in ogni fratello sofferente è impresso il volto di Cristo crocifisso allora i “samaritani” di Dio, il suo prossimo siamo noi. È il pontefice a spingere il parallelismo tra il Dio crocifisso [87] e il volto del povero [88].
    Non è curioso che Gesù sul Golgota sia affiancato proprio da due briganti? Il Cristo – «sfigurato», «trafitto», «schiacciato», «disprezzato e reietto dagli uomini», «uomo dei dolori», «agnello condotto al macello» – incarna l’antica figura del Servo sofferente scolpita a chiare lettere dal profeta Isaia [89]. Gesù si riconoscerà in questa figura, anticipazione di ogni vittima che subisce l’ingiustizia degli uomini e della storia.
    Quindi, accanto alla lettura primaria che identifica Gesù con il samaritano (lettura che va rigorosamente salvaguardata e sulla quale torneremo) se ne dovrebbe prevedere parallelamente una seconda e cioè quella in cui il narratore intende apparentarsi proprio alla vittima, indossare i panni dell’ultimo uomo. Non sarebbe interessante riscrivere la storia dalla parte delle vittime e degli offesi? A patto però che ci si astenga dalla tentazione di fare della vittima un santino devozionale o la promozione di una qualsivoglia religione sacrificale.
    Il vittimismo è qualcosa che non appartiene alla nostra parabola.
    Come riscriverebbero la storia i poveri, loro che spesso sono costretti a vedere le cose dal basso? L’uomo che scendeva verso Gerico probabilmente non è un povero perché altrimenti non l’avrebbero derubato, ma è una vittima (del sistema, della società, della barbarie umana?) e sarebbe interessante conoscere il suo punto di vista. Chi sono le vittime e chi sono i briganti oggi? Dovessimo attualizzare la parabola risponderemmo dicendo che i briganti sono le molte strutture di potere e le vittime, a questo punto, potremmo essere tutti noi. Ma le vittime, cioè coloro che non hanno potere per riscattarsi, sono soprattutto quei popoli, donne, uomini, anziani e bambini, costretti a lasciare il proprio paese, i migranti economici o climatici, chi subisce l’assurdità delle guerre (e ci sono ben 37 conflitti in atto, tutti rigorosamente dimenticati) o è oppresso da ingiustizie (giudiziarie, sanitarie, economiche, lavorative…). O, ancora, chi rischia di essere in ostaggio di ricatti affettivi (dentro le mura domestiche dove si consumano inenarrabili femminicidi), chi è stato trascinato in baratri relazionali da cui non emerge più… E molti altri ancora.
    E i briganti? Attualizzando ancora un po’ «i “briganti” possono essere le età, le dipendenze, le malattie, le pretese eccessive, il burnout, le esperienze negative, i fallimenti, gli irrigidimenti, l’abbandono, la sensazione di essere ignorati, le difficoltà caratteriali, l’esclusione da parte degli altri, le ferite. Ida Friederike Görres esprime in poche parole ciò che molti soffrono per tutta la vita: “Le debolezze e le brutture umane sono una sofferenza già per il fatto che di solito allontanano l’amore degli altri”» [90]. Il samaritano non ha tenuto lontano la vittima dal suo amore. Mettersi nei panni della vittima significa anche comprendere che la compassione non è scontata. Sentirsi allontanato è l’esperienza più crocifiggente.
    C’è una bellissima espressione inglese, tradotta in musica dal gruppo britannico dei Depeche Mode, che forse riassume tutto. Se la vittima avesse potuto parlare avrebbe detto: try walking in my shoes [91] – che noi traduciamo con “prova a metterti nei miei panni” ma letteralmente sarebbe “prova a vedere se riesci a camminare con le mie stesse scarpe”.
    Per capire il dolore e la sofferenza dell’altro occorre sintonizzarsi sulla sua stessa lunghezza d’onda. Il che è decisamente scomodo. (È praticabile? Si può chiedere a qualcuno di mettersi al posto di un altro? Non suonerebbe forse come una pretesa arrogante questo processo di identificazione con la vittima?). E questo vale per le tantissime storie di dolore sia personale che sociale. Gli esempi si sprecano. Non serve essere buonisti ma nemmeno sfoderare biechi cinismi [92].
    Ricordo una singolare e giovane esperienza oratoriana che con l’intento di volerci far fare l’esperienza dell’alterità ci chiedeva di calzare le scarpe di un altro amico. Il gioco di ruolo (sic!) consisteva nello spogliarsi le calzature, ammucchiarle a caso nel centro del cerchio umano, e poi su invito pescare una scarpa alla cieca e indossarla.
    Confesso il disagio di allora (e la vergogna per chi avrebbe dovuto indossare la mia). Chissà perché quando vogliamo “fare la carità” ai più poveri, offriamo loro scarpe e indumenti che noi non metteremmo più. Se fare la carità vuol dire mettere a disposizione quello che noi scartiamo e di cui riteniamo di poterci disfare, allora c’è qualcosa che non va. Non si può fare carità con il superfluo, con quello che ci avanza. È un insulto.


    NOTE

    85 Povero Cristo appartiene al disco Ballate per uomini e bestie (2019): «Il povero Cristo / è tornato sulla croce / con il dono che / a tutti qui ha portato / la buona novella dove per scritto e messo / ma il prossimo tuo come fosse te stesso / ma troppo era difficile forse anche oltre l’umano / così si è ritirato, all’uomo ha rinunciato / Una veste di silenzio si è cucito addosso / il povero Cristo tace, grida all’uomo a più non posso». Nel 1992 Vasco Rossi aveva già tradotto in note il suo Povero Cristo (album Miserere) ma il tono è altro: «Tutti mi chiedono se credo in Dio / e lui crede a me? / Povero Cristo, povero che / Povero Cristo e povero me».
    86 A. Sofri, Chi è il mio prossimo, Sellerio editore 2008 (p. 18).
    87 J. Moltmann, Il Dio crocifisso, ed. Queriniana 1973.
    88 San Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli e dottore della chiesa, nel IV-V secolo, esprime il pensiero con grande chiarezza: «Volete onorare veramente il corpo di Cristo? Non disprezzatelo quando è nudo. Non onoratelo nel tempio con paramenti di seta, mentre fuori lo lasciate a patire il freddo e la nudità» (Homiliae in Mattheum, 50, 3-4: PG 58, 508). A questo proposito illuminante la preghiera del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer Cristiani e pagani dove è chiara l’intuizione: «Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione, / lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane, / lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte. / I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza. / Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione, / sazia il corpo e l’anima del suo pane, / muore in croce per cristiani e pagani / e a questi e a quelli perdona» (D. Bonhoeffer, Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, ed. San Paolo 2015).
    89 Il libro biblico del profeta Isaia dedica ben quattro canti al Servo: Isaia 42; 49; 50; 52-53.
    90 M. Werlen, Dove andremmo a finire?, ed. Qiqajon 2022 (p. 179).
    91 La canzone Walking in My Shoes dei Depeche Mode è inserita nell’album Songs of Faith and Devotion (1993).
    92 Stoppa afferma che «ognuno deve stare nelle sue scarpe, evitare l’identificazione che è una pericolosa semplificazione messa in atto dal nostro io. Dovremmo arrivare all’altro sempre, come dire, a mani vuote. Armati (o meglio, disarmati) non della nostra commiserazione, delle nostre risposte, ma innanzitutto del nostro – ancora una volta – silenzio, della capacità di stare, almeno per un po’, fermi. Sostare accanto al dolore dell’altro, fargli eco senza intromettersi troppo.
    Attendere che sia lui a insegnarci se e come essergli utili».

    Intermezzo III
    Etty, la ragazza che voleva aiutare Dio

    Dalla parabola apprendiamo che Dio si riconosce nella passione degli uomini e vuole farsi riconoscere nel volto di chi è vittima. Dio sta dalla parte della vittima, dell’offeso, dello spossessato, dell’esposto.
    Del crocifisso. Una scelta di campo [93]. Ed è lui paradossalmente – il mezzo morto delle nostre esistenze e delle nostre storie personali e di civiltà – a invocare il nostro aiuto.
    È stata una giovane ebrea olandese, Etty Hillesum (15 gennaio 1914 – 30 novembre 1943), ad avere intuito che il suo Dio, sepolto nei corpi di tanti ebrei innocenti, rischiava di essere diniegato, annichilito, dall’oppressione del Grande Male dell’Olocausto. È questa ragazza, complessa e lineare nello stesso tempo, a immaginare l’inimmaginabile: siamo noi i “samaritani” di Dio.
    Ha pagine illuminanti a tal proposito. Tenne quotidianamente un Diario dal 1941 al 1943 prima di venire internata nel lager di Westerbook, dove andò di sua spontanea volontà per condividere la sorte del suo popolo, per poi essere eliminata nel campo di concentramento di Auschwitz. I Diari di Etty rimasero in possesso della famiglia Smelik che riuscirono a pubblicarli solo nel 1981 con il titolo La vita disturbata. Leggiamo alcuni passaggi fra i più potenti e folgoranti.
    «Preghiera della domenica mattina. Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi.
    Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza.
    Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me […]. Diventa sempre più evidente che Tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che Tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai Tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare te, mio Dio. […] Dicono: me non mi prenderanno.
    Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia. […] Discorrerò con te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo t’impedirò di abbandonarmi. Come me vivrai tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio. […] Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle bufere di questi ultimi giorni […] ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre […]. Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino un gelsomino […] Voglio che Tu stia bene con me» [94].
    «E se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio. Su tutta la superficie terrestre si sta estendendo piano piano un unico, grande campo di prigionia e non ci sarà quasi più nessuno che potrà rimanerne fuori […] Ho una fiducia così grande: non nel senso che tutto andrà sempre bene nella mia vita esteriore, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona. […] Partirò sempre dal principio di aiutare Dio il più possibile e se questo mi riuscirà, bene, allora vuol dire che saprò esserci anche per gli altri» [95].


    NOTE

    93 È conosciuto il racconto dell’ebreo premio Nobel Elie Wiesel, testimone della shoah e del male assoluto. La notte, uscito nel 1958 in Francia, parla del suo internamento nel campo di concentramento di Auschwitz. All’interno di quel racconto straziante Wiesel inserisce l’episodio tragico dell’impiccagione di un bambino di cui lui fu testimone diretto: «I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.
    “Viva la libertà!” gridarono i due adulti. Il piccolo taceva. “Dov’è il Buon Dio? Dov’è?” domandò qualcuno dietro di me. A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte. Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.
    “Scopritevi!” urlò il capo del campo. La sua voce rauca. Quanto a noi, noi piangevamo. “Copritevi!”. Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più.
    La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora… Più di una mezz’ora restò così, a lottare tra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti. Dietro di me sentii il solito uomo domandare: “Dov’è dunque Dio?”. E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: “Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…” Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere» (E. Wiesel, La notte, ed. Giuntina, 1992). Di fronte all’appeso di Wiesel torna alla mente la “professione” di fede del centurione romano davanti al Crocifisso: «Davvero quest’uomo era il Figlio di Dio!» (Marco 15,39).
    94 Dal diario del 12 luglio 1942 in E. Hillesum, Diario 1941-1943 ed. Adelphi 2013 (vedi anche Lettere, ed Adelphi).
    95 Dal diario dell’11 luglio 1942 in E. Hillesum, Diario 1941-1943 ed. Adelphi 2013.



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