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    Il viandante di Samaria. Appunti sulla fraternità /7

     

    Cf. Il viandante di Samaria. Appunti sulla fraternità secondo la parabola del buon samaritano


    Se soltanto la chiesa sapesse…

    La parabola «ci rivela la verità agente dell’amore, al di là di tutte le apparenze, svincolata sia da ogni sentimento estetico di seduzione (valore del desiderio nel nostro mondo) sia dal piacere-ricompensa o dal dolore-punizione della colpa (errore del desiderio). La parabola ci dice che se, umiliati, spogliati, sconfitti nella battaglia della vita e della morte, abbattuti dalla sofferenza, avendo perso la faccia a causa nostra o altrui, e consegnati in una solitaria disperazione alle forze naturali disgreganti della nostra epoca, un altro si riconoscesse nostro simile, ci restituirebbe, con la sua presenza e la sua azione efficace, volto e dignità umana fra gli uomini. Ebbene, quest’altro, chiunque sia, è il nostro prossimo: amiamolo come noi stessi» [168].
    La chiesa di oggi, attraversata da una stagione di letterale spolpamento delle file dei fedeli, invece di essere preoccupata soltanto per la perdita dei credenti a messa, dell’assenza dei giovani, della mancanza dei preti, e di riportare i fedeli in chiesa, dovrebbe imparare la stessa libertà del maestro, puntare sull’essenziale, riconoscere il vangelo all’opera anche al di fuori del recinto del sacro, non fermarsi all’ossessione di riempire gli spazi né ingaggiare battaglie valoriali che oggi hanno solo il sapore di una difesa identitaria e di una rivendicazione.
    Tornare al vangelo non significa svendere la propria identità o derubricare la grande Tradizione della chiesa o il deposito della fede ma assumere quel primato dell’umano che Gesù ha servito e amato e per il quale ha dato la vita in obbedienza al Padre.
    S’intuisce l’appello – provocatorio e insieme accorato – di tanti nostri contemporanei che invocano lo “scioglimento” della chiesa (come struttura, istituzione) per edificarla nuovamente. Sciogliere questa chiesa e non la chiesa. Ripararla sullo stile di san Francesco.
    Per ripartire, per risorgere. Non è un caso che un giovane cantautore di origini napoletane come Giovanni Truppi si senta in dovere di scrivere – e mettere in musica – una Lettera a papa Francesco I [169] o che uno scrittore affermato e visionario come Antonio Moresco un po’ di anni fa si fosse rivolto a Benedetto XVI: «La sfida è estrema. Bisogna liberare una enorme forza latente che – forse – è imprigionata da qualche parte. Bisogna pensare l’impensato perché l’impensato è esattamente ciò che ci sta succedendo. L’idea più estremistica e grande del cristianesimo è quella della resurrezione. C’è bisogno di questo estremismo in questo passaggio di specie su questo pianeta sovrappopolato e stremato. Servirebbe un gesto estremo, impensabile, irradiante, compiuto da chi avrebbe la potenza esemplare per farlo. Bisogna creare un vuoto dinamico e una speranza di rigenerazione e resurrezione. Perciò chiedo anche a lei, qui, direttamente, di sciogliere la Chiesa. Di dare un segnale che inneschi una reazione a catena, di indicare una strada a tutte le altre istituzioni umane non più proporzionali che si sono sviluppate nel corso del tempo. La Chiesa non è nulla se non è la Chiesa della resurrezione. La Chiesa non può risorgere se prima non attraversa la propria morte. Se anche la Chiesa si vuole salvare, si perderà nei tempi che ci aspettano.
    Mi rendo conto di quanto sia ingenuo e abnorme quello che le sto chiedendo. E so bene che mi si potrà rispondere: nessun uomo può sciogliere la Chiesa, perché è stata istituita dal Figlio di Dio. Ma c’è bisogno di liberare tutta la spiazzante potenza resurrettiva del cristianesimo.
    Bisogna che si liberi dall’interno del suo vuoto una potenza nuova ancora sconosciuta, proporzionale a quanto ci sta succedendo.
    Che si liberi la potenza creativa e resurrettiva dell’umanità femminile che è imprigionata anche al suo interno. Che la Chiesa non rimanga bloccata in una sterile guerra di posizione tra le altre potenze secolari imperiali» [170].
    E tutto questo prima che la chiesa bruci o collassi [171].


    NOTE

    168 F. Dolto, I vangeli alla luce della psicanalisi. La liberazione del desiderio. Dialoghi con Gerard Sévérin, et al./edizioni 2012 (p. 119).
    169 «Francesco, scioglila / ricominciamo tutto daccapo, riproviamoci / È come una storia d’amore / certe volte bisogna fare tabula rasa / anche solo per riscegliersi / Francesco, scioglila / sono passati duemila anni / Sono successe troppe cose brutte, ci vuole un segnale importante / importante veramente / Certe volte bisogna fare delle cose impossibili / perché abbiamo visto dove ci hanno portato quelle possibili / bisogna pensare quello che non è stato pensato, / fare quello che nessuno ha mai avuto ancora il coraggio di fare / bisogna cambiare il nostro cervello, il nostro spirito, il nostro cuore / ci vuole un gesto che nessuno ha mai fatto prima / di morte e di resurrezione / per indicare a tutti un’altra strada / a tutte le donne, a tutti gli uomini, a tutti i bambini / agli stati, ai governi, alle istituzioni / Ci vuole qualcuno che parte per primo / Francesco, Francesco / facci mancare la terra sotto i piedi». La canzone di Giovanni Truppi è contenuta nell’omonimo album del 2015.
    170 La lettera è contenuta nel libro di Antonio Moresco, Lettere a nessuno, ed. Mondadori, 2008.
    171 L’espressione è dello storico Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio a Roma, che all’indomani dell’incendio di Notre-Dame a Parigi, nella notte tra il 15 e il 16 aprile 2019, prende a prestito l’immagine della chiesa che brucia per analizzare la situazione del cristianesimo occidentale: «L’evento (dell’incendio, ndr) ha assunto anche l’aspetto simbolico della scomparsa o del rischio di scomparsa non di una chiesa, ma della chiesa. Notre-Dame brucia e il cristianesimo si spegne: è l’immagine del venir meno della Madre, nel senso della Chiesa, che è alle radici di tanta storia e cultura d’Europa» (A. Riccardi, La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo, ed. GLF tempi nuovi 2021, p. 6).


    La morte del prossimo

    Sulla legge universale della prossimità e della fraternità – intesa come attenzione ai fragili, giustizia che si deve agli ultimi, cura della dignità degli offesi – si gioca perfino l’identità di una cultura, di una civiltà, la qualità di un certo modo di essere per rimanere umani in questo mondo. Qualche anno fa fece breccia il saggio di Luigi Zoja. Il titolo non aveva bisogno di molti commenti: La morte del prossimo. La tesi intrigante era che l’Occidente dopo aver “rottamato” l’idea di Dio (e con essa una qualsiasi ipotesi di riferimento Altro, verticale o trascendente) rischiava di dimenticarsi del prossimo orizzontale. Dio è morto [172] e la morte di Dio ha svuotato il cielo. La morte del prossimo svuota la terra del suo principio di convivialità e sussistenza: la vicinanza, la fraternità, pilastro dell’etica civile anche nella nostra cultura occidentale fondata su quella ebraico-cristiana [173]. La globalizzazione avrebbe dovuto affratellarci, almeno questo era il grande sogno, farci sentire come un solo corpo – grazie alle meraviglie della tecnologia, Internet, social etc. – in realtà ha maturato il suo effetto opposto: l’allontanamento, la separazione. La comunicazione social, oggi irrinunciabile, ha reso l’altro una figura astratta, incorporea, eterea. L’esperienza del Covid ha evidenziato un processo in corso: l’imperativo sociale del tenerci a distanza – per difenderci – ha finito per tenerci lontani per davvero. Con la logica liberal-capitalistica e il suo dogma del consumo (produrre, consumare per aumentare la produzione) il centro di tutto diventa l’individuo e il suo diritto al benessere, costi quel che costi (il diritto a godere di tutti i diritti, perché frutto di un desiderio insindacabile che appunto non può certo essere negato). L’Io portatore di desideri e diritti oggi la fa da padrone.
    Come suggerisce papa Francesco, è in atto uno scisma tra l’Io e il Noi [174]. L’altro, se non interessa e non attiene al successo del proprio Sé, viene espunto dalla lista delle priorità. Oggi troneggiano in serie: l’imperativo narcisista individualistico (come suggerisce il teologo Pierangelo Sequeri nel suo La cruna dell’ego dal sottotitolo esplicito: Uscire dal monoteismo del sé), l’idolatria “quasi-religiosa” dei consumi e del mercato (di fronte alla quale non si guarda in faccia a nessuno), la devozione per le promesse tecnologiche (con l’avvento del Metaverso immaginiamo quale potrebbe essere il destino dell’altro, del suo corpo, della sua libertà), la “cultura dello scarto” (ancora papa Francesco), l’ubriacatura del “dirittismo” postmoderno che invoca la difesa dei diritti individuali (come non essere d’accordo con il Caffè di Massimo Gramellini quando si chiede: «Davvero tutti i desideri sono diritti?» [175]). L’Io è diventato un totem che in nome del diritto al godimento finché ce n’è e del piacere finché dura, non si fa scrupoli a divorare il massimo possibile in funzione del proprio benessere e della consacrazione gloriosa del proprio Sé. Riassunto: viviamo nell’«età dei diritti» (Norberto Bobbio), nella stagione del «diritto di avere diritti» (Stefano Rodotà): dovremmo trovare lo spazio del «dovere di avere doveri» (Luciano Violante) [176].
    A proposito di narcisismo Francesco Stoppa argomenta: «Una libertà senza responsabilità per i legami e per il mondo è solo una schiavitù dalla pulsione autoerotica dell’individuo. Anziché avere a cuore la Cosa Pubblica, si opta per Cosa Nostra. Può sembrare una semplice battuta, ma lo dico perché al fondo del narcisismo si cela sempre una pulsione distruttiva e a ben vedere tendenzialmente suicidaria. In effetti, l’uomo ha in odio la vita da cui, in virtù del linguaggio, della tecnica, etc., sente di aver preso le distanze non senza una perdita di immediatezza. L’uomo è in sostanza l’animale infelice, ha barattato la gioia con la potenza e la sicurezza, e fatica a stabilire una negoziazione con le altre forme del creato, viventi o meno. Vittima della propria invidia, tende progressivamente – è uno degli effetti collaterali negativi del progresso – a un certo annientamento della vita.
    Quella che chiamiamo civiltà è per molti versi un compito infinito di riparazione del nostro rapporto col mondo».
    La narrazione gesuana sottintende l’imperativo etico della prossimità (fraternità) sul quale, come ricordavamo, abbiamo costruito la civiltà occidentale. Ci si chiede se la nuova deriva socio-culturale – solipsistica, narcisistica, utilitaristica, individualistica? – non stia dilapidando questo patrimonio prezioso dell’umanesimo europeo. Mi è venuto in mente il grande poeta cantautore degli ultimi Fabrizio De Andrè: «Che la pietà non vi sia di vergogna [...] che la pietà non vi rimanga in tasca» [177]. La parabola lucana interroga molto su dove sia finita l’antica pietas nei confronti dell’uomo, la versione ebraico-evangelica è la compassione e la misericordia. Le pagine dell’attualità ne danno prova ogni giorno.
    La prossimità della parabola è il criterio per ogni forma di giudizio: saremo giudicati per la nostra capacità di ospitare l’altro al di là dell’identità, appartenenza, religione… anche se il metro di misura del giudizio sociale oggi è la produttività, la prestazione, la performance, la funzionalità [178].
    La prossimità chiama in causa l’idea dell’alterità179. Ha fatto scuola l’I care di don Milani180. È una frase preziosa che non deve diventare comodo slogan. La tentazione è dietro l’angolo.


    NOTE

    172 Il folle di Nietzsche grida: «Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono. Dio è morto! Dio resta morto!» (F. Nietzsche, La gaia scienza, ed. Adelphi 1977, p. 130).
    173 «Per millenni, un doppio comandamento ha retto la morale ebraico-cristiana: ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso. Alla fine dell’Ottocento, Nietzsche ha annunciato: Dio è morto. Passato il Novecento, non è tempo di dire quel che tutti vediamo? È morto anche il prossimo. Abbiamo perso anche la seconda parte del comandamento perché sappiamo sempre meno di cosa parla. “Il tuo prossimo” è una cosa molto semplice: la persona che vedi, senti, puoi toccare.
    […] Col XXI secolo la lontananza e i rapporti mediati dalla tecnica prendono il sopravvento: così la ricerca di intimità si riaffaccia in forme contorte. Il bisogno di vicinanza, represso, si traveste di sessualità, o di altri impulsi formalmente permessi. Cristo non ha modificato il comandamento ebraico: ma ha legato Dio e il prossimo, rendendo assoluto anche l’amore per lui. […] La novità del cristianesimo, generosissima ma astratta, è trasformare in prossimo anche l’abitante più lontano della Terra. […] Dopo la morte di Dio, la morte del prossimo è la scomparsa della seconda relazione fondamentale dell’uomo. L’uomo cade in una fondamentale solitudine. È orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale – è morto il suo Genitore Celeste – ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino. È orfano dovunque volti lo sguardo, circolarmente, questa è la conseguenza ma anche la causa del rifiutare gli occhi degli altri: in ogni società, guardare i morti causa turbamento» (L. Zoja, La morte del prossimo, ed. Einaudi 2009, pp. 3-4 e 13).
    174 «In questo mondo che corre senza una rotta comune, si respira un’atmosfera in cui la distanza fra l’ossessione per il proprio benessere e la felicità dell’umanità condivisa sembra allargarsi: sino a far pensare che fra il singolo e la comunità umana sia ormai in corso un vero e proprio scisma» (Francesco, Fratelli tutti, n. 31) 175 M. Gramellini, Il seme del figlio in Corriere della Sera, 6 aprile 2023.
    176 Vedi ancora V. Paglia, Il crollo del noi, ed. GLF tempi nuovi, 2017 (p. 14).
    177 F. De Andrè, Recitativo e Corale in Tutti morimmo a stento, 1968. Il cantautore genovese è stato il grande cantore della pietas. Vedi il libretto delle vacanze sulla figura del cantautore genovese Il punto di vista di Dio (pubblicazioni della parrocchia di Longuelo, 2019).
    178 M. Benasayg, Funzionare o esistere?, ed. VeP 2019.
    179 Ci viene incontro la lezione di Ricoeur (Sé come un altro) e di Levinas. Quest’ultimo sosteneva che «l’epifania dell’altro è, ipso facto, la mia responsabilità nei suoi confronti: la visione dell’altro è già un’obbligazione nei suoi confronti» (citato in L. Manicardi, L’invenzione della prossimità in Rivista del Clero Italiano, 10 / 2011, VeP, pp. 645-661).
    180 «Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande: I CARE. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. Me ne importa, mi sta a cuore. È il contrario esatto del motto fascista – Me ne frego» (L. Milani, Lettera ai giudici, 1965).


    Human Touch

    «Non sto cercando preghiere o pietà / non sono alla ricerca di una stampella / voglio soltanto qualcuno con cui parlare / e un po’ di quel tocco umano / solo un po’ di umanità. / Non c’è pietà nelle strade di questa città / non c’è manna che piove dal cielo / nessuno che trasformi questo sangue in vino / siamo solamente tu e io questa notte. Dimmi, in un mondo senza pietà / pensi che sia troppo quello che chiedo? Non puoi eliminare il rischio e il dolore / senza perdere l’amore che ci rimane».
    I versi struggenti di Human touch di Bruce Springsteen [181] sembrano profilarsi perfettamente sulla parabola del nostro samaritano: alla fine non è – per lui, per tutti – questione di “tocco umano”? Non è stato quello del samaritano un tocco umano? Cos’è questo tocco umano? Perché ne abbiamo così bisogno o ne abbiamo così nostalgia quando non c’è? Imparare a toccare l’umano e imparare a lasciarsi toccare… Commenta Stoppa: «Come si evince dal testo di Human touch, il tocco umano è l’incarnazione della Parola (“voglio soltanto qualcuno con cui parlare”), il cui potere salvifico viene evocato in un mondo in preda al peccato per antonomasia della modernità – l’indifferenza per l’altro –, un mondo che non conosce più la pietas, dove cioè non si scommette più sul valore del legame, della relazione. Potremmo dire che il Verbo fatto carne passa anche di lì (nella canzone c’è addirittura un riferimento eucaristico al sangue che deve farsi vino!), per questa forma discreta, rispettosa delle distanze, che è appunto un tocco. Non una presa o una stretta, ma pur sempre, come dice Springsteen, un atto che tiene conto del rischio e del dolore di esistere che accompagnano ogni autentica esperienza d’amore. Come dire, il versante “crudele” dell’amore, tutt’altro che pietistico o compensatorio.
    L’amore di un genitore, di un insegnante, di un sacerdote si esprime al suo più alto livello quando non è solo conforto dell’altro (cosa, beninteso, necessaria), ma in particolare quando partecipa e ispira il processo di presa d’atto della realtà delle cose, della complessità dell’esistenza, dell’infedeltà della vita (che è particolarmente brava nel far crollare le idealizzazioni del nostro io)».
    Esseri prossimi prevede, dunque, il tocco umano dell’altro. Nel gesto di cura non si può prescindere dal corpo dell’altro. Si potrebbe dire che tutto il vangelo è racchiuso nel verbo-gesto “toccare” [182]. Non c’è il verbo greco háptomai nella nostra parabola ma tutto il “decalogo” del samaritano destinato al corpo dell’uomo ferito autorizza questa interpretazione dando concreto spessore alla compassione. (Non c’è compassione senza il tocco umano del corpo dell’altro).
    Il tocco del samaritano traduce il suo sentimento profondo, quello che invitandolo alla pietas gli ha impedito di continuare il cammino.
    La sequenza è chiara: vedere, avere compassione, toccare. Il tocco del samaritano è come una carezza che non possiede né trattiene, nulla di magico o soprannaturale. Il tocco è rispettoso dell’altro, il quale a sua volta pur senza essere trattenuto deve lasciarsi toccare (non è immediato né toccare il corpo dell’altro né lasciarsi toccare dall’altro: non è forse l’esperienza del pudore?). Il suo è un tocco di guarigione e insieme di consolazione. Con quel tocco instaura una nuova relazione rivelando la propria vulnerabilità. (Ti tocco perché mi hai toccato il cuore, e toccandomi mi hai chiamato in causa cambiandomi la vita per sempre. Il tocco è per sempre). Non basta mai il solo vedere (come per i due religiosi sulla strada), occorre approssimarsi e toccare. Potrebbe essere non piacevole dover toccare il corpo ferito ma non c’è l’alternativa: l’indifferenza non è mai l’alternativa.
    Il tocco instaura una relazione liberante, va oltre la ferita, restituisce dignità all’offeso, lo toglie dallo stigma dell’esclusione sociale, rende giustizia a chi ha subito il peso dell’oltraggio, ripara la violazione del corpo (lo stupro, perfino). È un atto di riconoscimento: nonostante l’oltraggio subito, l’altro torna a contare ancora qualcosa, è ancora qualcuno. L’altro diventa degno della cura. Torna nuovamente ad essere uomo. Issato sulla cavalcatura del samaritano, l’uomo ferito riguadagna la signorilità perduta. A proposito di signorilità, la grande scrittrice e poetessa Lalla Romano (1906-2001) negli anni Novanta si cimentò con la parabola di Luca affermando che c’era molta signoria anche nel samaritano: «Solo il samaritano è veramente buono: proprio perché non ci si aspetta nulla da lui. Forse la sua tara lo rende umile, perciò generoso? No: non c’è logica, ma essenza. Il buon samaritano ama l’uomo sofferente, e ne ha cura: signorilmente.
    A questo carattere si riconosce il buon samaritano» [183].
    I cristiani credono che Gesù di Nazareth sia il “tocco umano” di Dio.
    Gesù ha fatto del tocco la cifra stilistica della sua vita, del suo ministero di passatore. Sono moltissimi gli episodi in cui Gesù tocca l’uomo malato, ferito, offeso [184]. Ha toccato l’umano senza impossessarsene ed è finito per diventare oggetto del tocco violento e mortale dei suoi correligionari. Si è lasciato toccare, appunto, fino alla morte.
    Del suo corpo hanno fatto uno scempio. (L’uomo che toccava il corpo dell’altro rivelando la prossimità di Dio viene toccato a morte: ma anche nel tragico e nell’assurdo della sua morte violenta egli ha mostrato la sensatezza dell’amore che arriva fino a dare la vita, non ritenendo il suo corpo come qualcosa soltanto per sé, né invocando la salvezza di sé come principio esistenziale. Il male che l’ha toccato, violando spudoratamente la sua intimità, non gli ha impedito di continuare ad amare convinto semmai che solo l’amore può rendere giustizia e perdonare anche l’imperdonabile). Si è lasciato toccare a sua volta, imparando l’arte della compassione e della misericordia [185].
    Mai e poi mai Gesù ha fatto del suo tocco un dispositivo magico soprannaturale, una dimostrazione dell’onnipotenza del sacro divino, uno strumento di potere e di fascinazione seduttiva. I miracoli Gesù non li ha compiuti per circuire l’uomo e renderlo dipendente. Non era un pifferaio magico, insomma. I miracoli avevano l’unica intenzione di restituire l’oltraggiato alla sua dignità e alla promessa della vita, liberarlo dal peso dell’esclusione sociale e dallo stigma divino della maledizione (detto in soldoni: se sei così, se ti è capitato di essere cieco, sordo, muto, zoppo… allora qualcosa di male l’hai fatto: la punizione divina è giustificata). Quello che Gesù ha fatto con il suo tocco è letteralmente rivoluzionario: ha toccato gli intoccabili.
    Coloro che nessuno voleva toccare, per ragioni di purità religiosa, per rispetto della legge del sacro che separa il puro dall’impuro, per obbligo di estromissione sociale. Ha toccato gli intoccabili per mostrare che nessun uomo deve essere escluso dalla prossimità divina, nessun uomo è così intoccabile da “meritare” l’espulsione dalla compassione del Padre. «Nulla e nessuno è intoccabile nel cristianesimo, posto che il corpo stesso di Dio è dato da mangiare e bere» [186]. Il tocco di Gesù (quello del samaritano) intende sollevare l’indifeso, il marginale, lo scartato. Basta un tocco per sollevare, innalzare. Basta un tocco per risorgere… Anche quello del samaritano è un atto di autentica sollevazione e risorgenza. Un gesto così umano da essere genuinamente divino.
    Tutto quello che i cristiani hanno da dire sulla promessa della resurrezione è annunciato qui: la resurrezione non è una notizia di ripiego o una favoletta per tenere a bada la paura della morte, una sorta di zuccheroso contentino per poveri illusi (ciò che mediamente la cultura moderna pensa dei discorsi cristiani): il tocco fraterno basta a farci sapere che solo l’amore è in grado di resistere alla morte. La morte appunto non è affatto l’ultima parola della vita sulla vita.
    Non c’è amore senza prendersi cura dell’altro, del suo corpo, del corpo dei suoi affetti e sentimenti, delle sue ferite e del desiderio di riscatto.
    Il tocco di Gesù si rivela sempre una potenza risorgente. Chi è toccato torna a rialzarsi, e aiuta altri a rialzarsi, incoraggiando la vita che, perché toccata dall’amore di qualcuno, prende senso e passione.
    Dimenticarsi del corpo e del tocco significa espellere il vangelo (il cristianesimo) dalla storia e far diventare il cristianesimo la maschera di una religione che è rivoluzionaria e sovversiva proprio per la centralità del corpo e dell’incarnazione.
    «Com’è possibile – si chiede Veyron – che la religione dell’incarnazione, difesa a caro prezzo dai padri della chiesa da tutte le eresie che rischiavano di porre dei limiti a quell’incarnazione, sia divenuta una religione che in occidente ha spesso negato il corpo?» [187].
    Post scriptum: nell’era della digitalizzazione delle relazioni i legami sono evaporati. Rischiamo di perdere il corpo, il senso della corporeità che segna l’identità dell’umano. Stiamo entrando nel mondo del Metaverso, del post-umanesimo, degli avatar, e nessuno sa quale sarà realmente il destino dell’essere corpo dell’uomo. Ci vogliamo pensare?


    NOTE

    181 Francesco Stoppa dedica al “tocco” – ispirato appunto da Human Touch alcune pagine del suo saggio Le età del desiderio. Adolescenza e vecchiaia nella società dell’eterna giovinezza (ed. Feltrinelli, 2021, pp. 22-26). La canzone fa parte dell’omonimo album uscito nel 1992.
    182 Sul tema del toccare insuperabile il saggio di M.-L. Veyron, «Tese la mano e lo toccò». Il gesto del toccare nei vangeli (ed. Qiqajon 2019): «Ricchezza e ambivalenza del toccare: toccare per prendere o toccare per dare (stessa parola in greco). Ma nella maggior parte dei casi il toccare espresso dal verbo háptomai è un dare quello che non si possiede, ciò che attraversa il soggetto, senza che venga precisata l’origine di ciò che viene dato; esso “apre uno spazio-tempo singolare … fa nascere una distanza”, dove può verificarsi un autentico incontro, “dove ciascuno, nel contempo toccante e toccato”, può intuire qualcosa di colui che non si tocca, né si trattiene. Toccare, perché si appartiene alla categoria degli “intoccabili” o perché vi hanno toccato troppo come si tocca una cosa e non un soggetto. Toccare, espressione di quello che l’essere umano ha di più profondo: il suo desiderio – un intreccio di disperazione e speranza –, la sua fiducia, il suo amore, e rivelazione di quello che Gesù stesso ha di più suo: la potenza di guarigione, di benedizione, di compassione, la sua capacità di lasciarsi raggiungere e avvicinare; ma nello stesso tempo gesto il cui rifiuto o la cui interruzione ci dice qualcosa del mistero di una relazione “altra”, di una vita “altra”, forse» (pp. 201-202).
    183 L. Romano, In viaggio col buon samaritano, ed. Einaudi 1997 (p. 48). Illuminanti alcuni passaggi: «Gesù ha scelto il samaritano, uno che apparteneva a un popolo inferiore, impuro, e ne ha fatto il campione della carità. Il buon samaritano, un reietto, è l’unico capace di bontà. La parabola indica la via della salvezza contro la logica, il costume. Anche oggi» (p. 21); «Ma il buon samaritano dà, non chiede amore: o chiedere è una forma, umile, perciò generosa, di amore?» (p. 83).
    184 Gesù è presentato come soggetto guaritore nell’atto del toccare nella maggior parte dei casi quando è in presenza di ammalati: un cieco (Marco 8,22), un lebbroso (Marco 1,41), la mano della suocera di Pietro (Marco 1,31), gli occhi dei ciechi (Matteo 9,29; 20,34), la lingua del sordomuto (Marco 7,33), l’orecchio del servo del sommo sacerdote (Luca 22,51), la figlia del capo della sinagoga (Marco 5,21-43), il figlio della vedova di Nain (Luca 7,11-17) e molti altri ancora.
    185 È sufficiente ricordare l’episodio della donna con continue perdite di sangue che tocca il mantello di Gesù (Marco 5,21-43) oppure quello della donna in casa di Simone che lava i piedi con le lacrime e li asciuga con i capelli (Luca 7,36-50) o ancora quello dell’incontro di Gesù risorto con Maria di Magdala alla quale dice: Noli me tangere. Che significa: non mi trattenere – più che non mi toccare (Giovanni 20,11-18).
    186 J.-L. Nancy, Noli me tangere. Saggio sul levarsi del corpo, ed. Bollati Boringheri 2005 (p. 25).
    187 M.-L. Veyron, «Tese la mano e lo toccò». Il gesto di toccare nei vangeli, ed. Qiqajon 2019 (pp. 8-9).


    Compassione (non tolleranza)

    Il vangelo definisce il samaritano come colui che “ebbe compassione”.
    Ma cos’è la compassione? È qualcosa che si può esportare nell’agorà pubblica? Qualcosa di umanamente credibile? La tradizione biblica apparenta la compassione alla misericordia e assegna a quest’ultima il tratto più squisitamente divino. La compassione forse potrebbe essere anche quella virtù civile e, in senso ampio, perfino politica di cui oggi più che mai c’è bisogno. Forse un passo avanti rispetto alla tolleranza? La compassione non sopporta l’indifferenza eppure noi siamo immersi in questa bolla di indifferenza dove quello che cerchiamo di fare è salvare la nostra pelle convinti che quella degli altri viene sempre dopo.
    Sulla distinzione tra compassione e tolleranza viene ancora in soccorso Francesco Stoppa: «La tolleranza è la virtù del dominatore, spesso la sua falsa coscienza nei confronti del dominato, di chi riteniamo inferiore a noi o comunque qualcuno di sostanzialmente infastidente. La compassione è altra cosa, è la simpatheia greca, il patire ma anche godere con l’altro; è, come dice Benasayag, il segno di quel senso comune su cui costruiamo l’alleanza con i nostri simili. L’importante è non esagerare, nel senso di non affidarsi troppo all’empatia, perché questo moto soggettivo rappresenta spesso un’invasione di corsia. Ti capisco perché provo le tue stesse cose… e così abbiamo smesso di ascoltare la specificità del dolore dell’altro: un’invasione di corsia da parte del nostro io, che in questo modo dimentica l’importanza di un’etica del silenzio e dell’attesa».
    La compassione dovrebbe diventare «programma mondiale del cristianesimo» [188]. Scrive Lévinas: «Il dolore isola assolutamente ed è da questo isolamento assoluto che nasce l’appello all’altro, l’invocazione all’altro […] Non è la molteplicità umana che crea la socialità, ma è questa relazione strana che inizia nel dolore, nel mio dolore in cui faccio appello all’altro, e nel suo dolore che mi turba, nel dolore dell’altro che non mi è indifferente. È la compassione […]. Soffrire non ha senso, […] ma la sofferenza per ridurre la sofferenza dell’altro è la sola giustificazione della sofferenza, è la mia più grande dignità […]. La compassione, cioè, etimologicamente, soffrire con l’altro, ha un senso etico. È la cosa che ha più senso nell’ordine del mondo, nell’ordine normale dell’essere» [189]. E sant’Agostino: «Io non so come accada che, quando un membro soffre, il suo dolore divenga più leggero se le altre membra soffrono con lui. E l’alleviamento del dolore non deriva da una distribuzione comune dei medesimi mali, ma dalla consolazione nella carità degli altri» [190].


    NOTE

    188 La vincente provocazione è della teologa tedesca Hille Haker in Concilium, 4 (2001) citato in B. Salvarani, Senza chiesa e senza Dio. Presente e futuro dell’Occidente post-cristiano, ed. GLF tempi nuovi, 2023 (p. 209).
    189 La citazione di E. Lévinas è estrapolata da L. Manicardi, La passione per l’umano, VeP 2023 (p. 95).
    190 Vedi sempre L. Manicardi (p. 98).



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