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    Contempla-zione. L'incontro con Marta e Maria



    Incontri /2

    Roberto Seregni

    (NPG 2011-02-2)


    In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta» (Luca 10,38-42).

    Dopo avere visto l’incontro di Gesù e Pietro, dedico questa riflessione – per par condicio - all’incontro tra il Rabbì e le due sorelle di Betania.
    Non è cosa di tutti i giorni avere come ospite Gesù, il Rabbì di Nazareth. La sua personalità, i resoconti dei suoi discorsi e dei suoi prodigi passano di bocca in bocca e la sua notorietà si è diffusa in tempi record. In molti sono stupiti di Lui, perchè è diverso. Diverso da suo cugino asceta Giovanni, diverso dagli scribi e dai farisei, diverso pure dagli altri Rabbì.
    In Lui c’è qualcosa di speciale, di unico, di irriducibile.
    In Lui c’è qualcosa di inafferrabile.
    Prima di entrare nel vivo della narrazione dell’incontro, vorrei sottolineare l’originalità di questa scena casalinga, in cui Gesù non si fa nessun problema a far visita alla casa di due donne e, se questo non bastasse a compromettere la sua reputazione, si metta pure ad insegnare. La tradizione dei rabbini, infatti, era molto rigida a riguardo: le donne non erano ammesse alle assemblee liturgiche e le era negata la partecipazione a qualsiasi forma di lettura e commento delle Scritture Sacre.
    Anche per questo atteggiamento verso il mondo femminile, Gesù traccia una rottura con il mondo farisaico e rabbinico.
    Entriamo ora nella dinamica dell’incontro alla casa di Betania.
    Marta è felice e orgogliosa di questa visita speciale. Da brava donna di casa desidera che tutto sia perfetto: locali ordinati e accoglienti, cena ben preparata e servita come si deve. Non si può certo fare brutta figura! Marta è emozionata, agitata, indaffarata.
    Ecco l’ospite. Ecco finalmente Gesù. Un saluto veloce, un augurio di pace, e poi via a sistemare le ultime cose.
    Maria, sorella dell’indaffarata padrona di casa, si siede ai piedi dell’ospite atteso e ascolta la sua Parola. Di lei non si dice nulla, intorno alla sua figura Luca conserva il silenzio. Tutta l’attenzione è concentrata sulla sua disponibilità all’ascolto. La penna attenta dell’evangelista la dipinge con gli atteggiamenti del discepolo ideale: seduto, ascolta la Parola (cf At 22,3).
    Questo atteggiamento, però, provoca la reazione di Marta, che sfocia in un dialogo con Gesù che sta al centro di questo brano di Vangelo.
    Marta è convinta di avere tutte le ragioni di questo mondo e chiede a Gesù di smuovere la sorella, perché l’aiuti nel servizio. Ma la domanda, tra l’altro, lascia trasparire un velato rimprovero allo stesso Gesù, che non si cura che la sorella l’abbia abbandonata nei lavoro domestici per stare seduta ai suoi piedi.
    La risposta del Rabbì è affettuosa, ma allo stesso tempo decisa. Marta si agita, si preoccupa, va in ansia per il suo servizio e perde di vista ciò che è davvero importante.
    Qui sta l’affondo di Gesù: il fare diventa pericoloso quando si trasforma in ansia e agitazione, quando fa perdere di vista il significato ultimo di quello che si sta facendo, quando si sostituisce all’ascolto e all’attenzione.
    Il fare è pericoloso quando riduce l’uomo all’esito del suo fare, lo appiattisce alle sue prestazioni.
    In questo brano - ed è importante sottolinearlo - non c’è traccia di contrapposizione tra il fare e l’ascoltare, tra l’azione e la contemplazione.
    Nella vita cristiana questi due elementi devono stare in tensione, devono trovare un fecondo equilibrio evangelico. Lo stile del discepolo non può perdersi né in spiritualismi vaghi e inconcludenti, né in ansiose e spolmonanti frenesie pastorali.
    Il Rabbì, dunque, non contrappone azione e contemplazione, ma elogiando Maria che si è scelta la parte migliore, stabilisce qual è il primato del discepolo, qual è la condizione per non svuotare o vanificare il fare.
    Penso che questa riflessione sia molto attuale e pungente per la nostra vita personale, ma anche per quella comunitaria. Siamo tutti esposti al rischio di una pericolosa deriva efficientista, che non solo rischia di intrufolarsi nelle nostre logiche quotidiane, ma pure di colpire le nostre comunità cristiane.
    Riprendiamoci il tempo per stare davanti a Dio, per concederci il gusto indimenticabile dell’incontro e dell’intimità con la Parola, per lasciarci cullare dallo Spirito.
    Educhiamoci a stabilire delle priorità nella nostra vita personale, ma anche nei nostri cammini comunitari. Diamo precedenza all’ascolto della Parola, investiamo su percorsi ed esperienze germogliate e maturate al sole dello Spirito, affinché la prassi pastorale sia un frutto che conservi tutti i profumi e le fragranze della Parola accolta e condivisa.

    Facci un posticino, Maria.
    Un posticino con te, ai piedi di Gesù.
    E tu, Marta, non agitarti
    e non preoccuparti.
    Unisciti a noi, siediti qui, per ascoltare
    la Parola del Maestro.
    Non preoccuparti se la tavola
    è ancora vuota,
    la riempiremo dopo, insieme.
    Ora è il momento di stare qui,
    seduti ad ascoltare la Parola del maestro.
    Ora è il momento della parte migliore,
    quella che non ci sarà mai tolta.

     



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