Esperienze
Un’esperienza di contrasto della povertà minorile
Andrea Sebastiani
(NPG 2013-01-56)
Il progetto «C’è bisogno che ti prenda cura di me», avviato a luglio 2011 e terminato a luglio 2012, è stato rivolto ad adolescenti che vivono situazioni di povertà (ma forse sarebbe meglio dire di deprivazione, intendendo con ciò una condizione in cui in la persona è stata privata di qualcosa che gli è dovuto, privata di possibilità, opportunità, di diritti.
Infatti, abbiamo scoperto, stando vicino a questi ragazzi, che vi è una sorta di ingiustizia in quello che loro vivono, che la povertà non è una condizione naturale, ineluttabile, non eliminabile ma, al contrario, è il frutto di dinamiche, di responsabilità, di scelte politiche (consapevoli o meno) di ordine sociale e culturale, prima che economico.
Come dicevano i ragazzi della scuola di Barbiana nella Lettera ad una professoressa, rivolgendosi a certi insegnanti:
Voi dite d’aver bocciato i cretini e gli svogliati. Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri. Ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. E’ più facile che i dispettosi siate voi... Allora è più onesto dire che tutti i ragazzi nascono eguali e, se in seguito non lo sono più, è colpa nostra e dobbiamo rimediare.[1]
Una condizione di deprivazione che non è solo materiale – ricordo, tra l’altro, come in questi ultimi anni le condizioni di povertà economica e materiale si stiano tragicamente allargando a fasce sempre più ampie di popolazione, anche nel nostro Paese –, quanto culturale, relazionale, che già Don Milani nel 1957, con sguardo profetico, aveva intuito:
Ma la povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale.[2]
Della vita ci può riappropriare
Il progetto si è realizzato in tre sedi del Sud Italia (Lecce, Portici, Messina) dalla Federazione SCS/CNOS – Salesiani per il Sociale (network di enti e organizzazioni appartenenti al mondo salesiano impegnati nel contrasto del disagio ed emarginazione giovanile) ed stato possibile grazie al cofinanziamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Si è concluso con un seminario nazionale dal titolo «Adolescenti alla ricerca di vie d’uscita dall’insignificanza» (Roma, 18 maggio 2012).
Attraverso questo progetto vi è stato il desiderio di intervenire sulla povertà adolescenziale ispirandosi a una metodologia di lavoro che potesse ripercorrere alcuni aspetti della proposta pedagogico-pastorale di don Milani e della scuola di Barbiana (ben sapendo che l’esperienza di Barbiana non è esportabile o replicabile) [3] e della tradizione educativa salesiana. Con un preciso intento: offrire ai destinatari un cammino di riscatto e di maturazione della dignità personale, attraverso la riscoperta e la consapevolezza dei propri diritti e, di conseguenza, la riappropriazione della propria vita. Un’esperienza educativa nella quale ragazzi e adolescenti sono stati protagonisti, e dove la qualità di questo protagonismo è stata la condizione imprescindibile per raggiungere gli obiettivi prefissati.
L’ipotesi dalla quale il progetto è partito – al contempo una convinzione e una scommessa – è che l’educare alla partecipazione, attraverso la lettura della propria condizione e delle persone prossime, l’attivazione di progettualità condivise, l’azione di rimozione dei fenomeni degli stigma sociali che «bollano» e qualificano in senso negativo la vita dei nostri adolescenti, con il supporto educativo di educatori qualificati, siano fattori determinanti di ogni strategia di contrasto e superamento della povertà e dell’esclusione sociale.
Tre opzioni sperimentali
Tre sono state le scelte operative che ci hanno guidato in questo percorso e che, al contempo, sono state oggetto di sperimentazione e di verifica.
- «Tu, con la tua storia, con il tuo mondo, vali, sei prezioso ai miei occhi di educatore».
In questo progetto abbiamo fatto lo sforzo di rivolgerci a quei ragazzi presenti – ma non seguiti – all’interno delle tre realtà educative, a quelli che fanno più fatica e difficilmente riescono a essere raggiunti e coinvolti dalle normali programmazioni e iniziative, a coloro che stanno ai margini delle proposte e iniziative, lontani dalle attenzioni degli animatori.
L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola (e si può aggiungere: l’oratorio, il centro giovanile, il centro di aggregazione...) diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile.[4]
E in questa scelta di attenzione e predilezione per gli ultimi, che non è stata per nulla facile, abbiamo scoperto la bellezza e la dignità del nostro ruolo di educatori, anche nella sua dimensione sociale, culturale e politica.
Per riprendere una frase di Lettera una professoressa:
Conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è tutt’uno. Non si può amare creature segnate da leggi ingiuste e non volere leggi migliori.[5]
Questa scelta strategica ha portato il progetto a scegliere tre sedi di sperimentazione in tre città e quartieri del sud segnati, pur in modo diversificato, da una deprivazione sociale, culturale ed economica, ma nei quali fossero da tempo radicati altrettanti oratori salesiani disponibili all’aprirsi ai ragazzi fino ad allora poco «visti»: ragazzi dentro l’oratorio, ragazzi che ruotano intorno all’oratorio ma non entrano, ragazzi non interessati all’oratorio. In questa direzione sono stati scelti alcuni educatori per condividere in modo attivo il progetto e mettersi in contatto con tali mondi adolescenziali, facendo della relazione a tu per tu il perno per fare spazio a domande e attese e, allo stesso tempo, per ricostruire un tessuto di fiducia e accoglienza tra ragazzi ed educatori.
- Riscoprire insieme ai ragazzi il valore della parola e della cultura.
Attraverso le nuove forme di espressione giovanile e i nuovi mezzi di comunicazione, i ragazzi hanno potuto esercitarsi nel leggere, interpretare e comprendere il loro mondo interiore e il mondo che li circonda, che è veloce, rapido in continua trasformazione, liquido, come dice Zygmunt Bauman.
Anche in questa prospettiva abbiamo dei rimandi all’esperienza di Barbiana che ci offrono degli spunti interessanti:
È solo la lingua che rende uguali. Uguale è chi sa esprimersi e intendere l’espressione altrui. [6]
E ancora:
I tesori dei vostri figlioli si espandono liberamente da quella finestra spalancata. I tesori dei miei sono murati dentro per sempre e insteriliti. Ciò che manca ai miei è dunque solo questo: il dominio sulla parola. Sulla parola altrui per affermare l’intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzo e senza tradimenti le infinite ricchezze che la mente racchiude (Lettera al direttore del Giornale del Mattino, 1956).[7]
Nel corso del progetto i ragazzi hanno potuto acquisire la capacità di pensare ed esprimere il proprio vissuto e, insieme, la capacità di raccontarlo a loro stessi e agli altri.
Da questo punto di vista il progetto ha anzitutto cercato il contatto con i ragazzi attraverso un’inchiesta tra i ragazzi, semplice ma importante per diminuire le distanze e cominciare a fare perno sulla parola (incerta, spesso) dei ragazzi, come sull’ascolto e restituzione motivante dei pensieri degli educatori.
In secondo luogo ai ragazzi è stato proposto di ragionare sulla la loro esperienza in quartiere, sui loro vissuti e di rappresentarli attraverso strumenti espressivi diversi, da un cortometraggio, al teatro, agli incontri animati da tecniche che sostenevano la capacità di parlare, analizzare, dialogare, orientarsi ponendo al centro le loro domande/attese e, più da vicino, le loro modalità di «scambio» nell’ambiente.
- Una progressiva apertura al territorio, a ciò che circonda i ragazzi.
Il percorso educativo è stato compiuto in modo non teorico o astratto, ma pratico, cercando di far vivere ai ragazzi delle vere esperienze educative (quali e a quali condizioni un’esperienza può dirsi educativa verrà raccontato e descritto nei contributi presenti in questa pubblicazione). Esperienze di esplorazione e di conoscenza del territorio e delle sue problematiche, di analisi, denuncia e proposta. Quindi un’esperienza educativa non autoreferenziale o individualistica, ma di gruppo, partecipata, comunitaria. Abbiamo scoperto che ci si educa e si scoprono i propri diritti, solo lottando per i diritti altrui.
Ancora don Milani:
Non vedremo sbocciare dei santi finché non ci saremo costruiti dei giovani che vibrino di dolore e di fede pensando all’ingiustizia sociale. A qualcosa cioè che sia al centro del momento storico che attraversiamo, al di fuori dell’angustia dell’io, al di sopra delle stupidaggini che vanno di moda.[8]
L’apertura al territorio-mondo degli adulti è avvenuta a un duplice livello.
Il primo è quello dell’uscita degli educatori dall’oratorio per incontrare le realtà locali, con i loro diversi attori sociali, educativi, culturali, dalla scuola alle parrocchie, dalle associazioni sportive o teatrali ai servizi sociali per condivide di avere lo stesso compito e, di conseguenza, per chiedersi in che modo allearsi per contrastare la deprivazione sociale e culturale dei ragazzi.
Il secondo è quello lavorare per attivare luoghi di scambio «pausa conviviale» e di «dialoghi sull’educare» aperti ai genitori dei ragazzi del progetto. Nei vari territori questi luoghi hanno assunto forme diverse, ma ha permesso a molti genitori di non sentirsi soli nell’educare e di vedere negli educatori e nell’oratorio degli alleati preziosi.
Al termine del percorso, infine, i ragazzi hanno potuto «farsi vedere» in modo inedito dagli sguardi del quartiere, presentando pubblicamente – in momenti di festa che poneva al centro per tutti la possibilità di vivere altrimenti – i loro prodotti, il i loro successi, generativi (per alcuni almeno) di un modo diverso di abitare il quartiere: l’essere gruppo, il dialogo con gli educatori, l’espressione di sé in un cortometraggio, il sentirsi un poco più «padroni» della loro vita, il percepirsi piccoli interlocutori politici…
Seminare speranza
Ci siamo riusciti? Forse solo in parte. Sicuramente non è stato facile. Ma il compito di un educatore o di coloro che hanno compiti educativi anche svolgendo ruoli diversi è quello di accompagnare i ragazzi loro affidati per fare un pezzo di strada insieme, accogliendo e valorizzando anche minimi segnali di cambiamento, maturazione e crescita. Tutti siamo chiamati a essere portatori e seminatori di speranza (quanto mai necessaria in questo particolare momento storico). A partire dal seminare speranza nei e per i giovani prima di tutto.
Per chiudere, ancora una volta, un passo di Don Milani:
E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, deve scrutare i «segni dei tempi», indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso.[9]
NOTE
[1] Scuola di Barbiana, Lettera ad una professoressa, seconda edizione speciale, LEF, Firenze 2007, pp. 60-61.
[2] Don Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, LEF, Firenze 1957 (1990), p. 209.
[3] Ernesto Balducci, L’insegnamento di don Lorenzo Milani, Universale Laterza, Bari 1995.
[4] Scuola di Barbiana, Lettera ad una professoressa, op. cit., p. 20.
[5] Ivi, p. 93.
[6] Ivi, p. 96.
[7] Michele Gesualdi (a cura), Lettere di Don Lorenzo Milani, Oscar Mondadori, Milano 1998, p. 64.
[8] Don Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, op. cit., p. 241.
[9] Don Lorenzo Milani, I care, Libreria Internazionale Paesi Nuovi, Roma 1967, p. 18.









































