Vittorio Morero
(NPG 1972-05-29)
L'uomo è alla ricerca di se stesso. L'uomo ha fame di umanità.
Se nel mondo attuale ci sono potenti forze di disumanizzazione, c'è però un grande movimento di umanizzazione. Ci si sente coinvolti in un grosso progetto di liberazione.
Introducendo il sussidio «Maria in cammino con noi verso la liberazione», si ricordava uno degli aspetti più problematici che i giovani impegnati avvertono, spesso con terribile angoscia: qual è il progetto di uomo «nuovo» da costruire? È facile intuire le cose che non vanno, quelle che alienano, quelle che disumanizzano. La contestazione «negativa» è il primo passo verso una società nuova. Ma non ci si può fermare lì. Bisogna procedere: bisogna costruire.
Qual è il volto «ideale» di un uomo riuscito?
Qual e il progetto cui tendere per salvare radicalmente l'uomo, per liberarlo nella sua totalità?
Sul mercato, oggi, corrono mille risposte a questi interrogativi. Ci sono mille definizioni di uomo.
Ma le soluzioni proposte all'uomo, ogni progetto meramente umano, è sempre precario. Lo si avverte molto presto. Forse è questa costatazione, una delle percezioni più vive che i giovani oggi hanno. L'uomo è mistero a se stesso. Ma finché rimane «mistero»... non è possibile lavorare a fondo per costruire la storia: c'è il rischio di impiantare una struttura più disumanizzante di quella che è stata fatta saltare, a costo di enormi fatiche.
L'uomo rimarrebbe mistero a se stesso se Cristo non gli svelasse il suo vero volto. Ogni ricerca del volto dell'uomo è una inconscia invocazione a Cristo. Cristo e la proposta di Dio all'uomo. Egli è l'uomo umano, l'uomo «liberato», l'uomo-progetto-all'uomo.
In un pluralismo di antropologie e nella conseguente crisi, Cristo si fa rivelazione di Dio all'uomo alla ricerca della sua identità.
Questo articolo è quindi fondamentale per realizzare l'incontro d'amore tra Dio che si rivela e i giovani che lo vanno cercando per varie strade (cf RdC 198). Va letto con attenzione e tradotto nei gesti e nelle proposte spicciole di ogni azione pastorale. Soprattutto, per essere credibile in un mondo che ha perso la capacità di vibrare alle parole, va tradotto in modelli. Solo se chi ha scelto Cristo faticosamente tenta di essere «vero uomo», si potrà annunciare che «chiunque segue Cristo, uomo perfetto, si fa lui pure più uomo» (GS 41).
Gesù Cristo ha sempre fatto difficoltà agli uomini. Ha fatto difficoltà agli ebrei suoi contemporanei, perché essi non avrebbero mai immaginato che il messianismo di Cristo fosse così radicale e universale da superare lo stretto ambito politico e religioso della sinagoga.
I contemporanei di Gesù non erano atei, anzi proprio perché non erano atei ma religiosi, un Dio che accetta lo scandalo della Croce, quando invece avrebbe potuto amministrare immediatamente per sé e per i suoi la gloria della sua divinità, rappresentava un forte «handicap o alla conversione e alla fede.
UN UOMO SCOMODO
Questo primo rifiuto si è poi ripetuto nella storia, anche perché non è possibile alla coscienza umana togliere a Cristo e alla sua rivelazione la patente di attualità.
Cristo fa difficoltà. E pertanto lo sforzo di relegare la divinità nella trascendenza, perché non ci disturbi o non si interessi di noi se non quando a noi sembra opportuno, offrendoci al massimo la possibilità di ripassare la lezione dei valori (un po' di giustizia, un po' di perdono, un po' di misericordia, un po' di libertà non fanno mai male a nessuno, è continuato fino ai giorni nostri, nella Chiesa e fuori della Chiesa, e con tutta probabilità avrà ancora un tratto successivo. Non so più chi abbia detto un giorno che se l'umanità per attendere il Messia ha atteso centinaia e centinaia di migliaia di anni, adesso che è venuto probabilmente ci metteremo più di duemila anni per capirlo veramente. Finora abbiamo balbettato Gesù Cristo, il che non ci dovrebbe consolare, ma farci arrossire.
Evidentemente per evitare lo scandalo gli uomini hanno anche pensato di ridurre Cristo a un uomo e la sua rivelazione ad una eccellente spiegazione di ciò che l'uomo può essere al massimo del suo sviluppo. Anche gli ebrei avrebbero accettato volentieri che Cristo fosse stato semplicemente uno di loro nella sua umanità e nella sua persona: magari un profeta.
Tutta la cultura contemporanea è orientata a questa riduzione di Cristo a modello umano senza novità che non sia quella che s'inscrive nel cerchio delle possibilità umane e, se si vuole, nel quadrato di una certa umanità civilizzata, colpa anche dei cristiani che hanno talvolta preso residenza stabile con un certo presente che poi si rovinò e divenne passato.
GLI UOMINI NON DEVONO VERGOGNARSI DELL'INCARNAZIONE
L'ostacolo che ci impedisce oggi di credere a Cristo non è il fatto che Dio si è fatto uomo, perché dopotutto i contemporanei negano Dio o per lo meno non sono deisti, ma che l'uomo Gesù abbia vissuto da Dio la sua umanità e la nostra, uomo in modo e in persona trascendente e quindi originale e inaspettato. Lo scandalo che l'uomo possa avere una nascita, uno sviluppo e una fine che è da Dio, in Dio e per Dio. Che ci sia cioè un potere che noi non abbiamo, ma che ci viene dato a misura che accettiamo di superare i nostri stessi limiti.
Bisognerà dunque, dialogando con i contemporanei, tener presente questa doppia ermeneutica - come dice André Manaranche (Quel Salut, Ed. du Seuil, Paris 1969) - che vorrebbe «smantellare» il mistero dell'Incarnazione «L'ebreo è tentato di aggiungere un profeta vero o falso alla linea dei suoi capi spirituali, mentre l'agnostico legge nel Nuovo Testamento la struttura dell'Universo» (M. Van Esbroeck, Hermeneutique, structuralisme et eségèse, Desclée de Brouwer, Paris 1969, pag. 123).
Ne consegue la necessità di una diversa impostazione pedagogica: non tanto mostrare, almeno nei primi tempi, che il Figlio di Dio non ha avuto vergogna di farsi uomo, ma che gli uomini non devono vergognarsi dell'Incarnazione di Dio, come se essa dovesse convincerli della assurdità degli sforzi per liberarsi.
Va mostrato che il Figlio di Dio, e quindi questo nuovo tipo di uomo che nulla ha perso della sua Divinità, della sua Signoria e della sua Onnipotenza, non distoglie l'umanità dal correre la strada della sua liberazione, anzi è proprio il contrario.
Questa novità è per l'uomo ma viene da Dio
Per superare queste difficoltà occorre sgomberare il campo da diversi. equivoci che si sono creati attorno all'umanità di Cristo e alla sua funzione di salvezza (grazia e rivelazione).
Sono degli equivoci che toccano i contenuti della evangelizzazione, ma anche i metodi sia dal punto di vista della testimonianza (il tipo di uomo che è il cristiano, il tipo di umanità che è la Chiesa), sia dal punto di vista dell'annuncio (magistero, predicazione, formazione, ecc.).
Primo equivoco: Cristo rivela l'uomo fondando una sua particolare antropologia. Cristo sarebbe un paradigma, non una persona, una scienza dell'uomo, non una vita. È l'equivoco di chi riduce la Rivelazione a una semplice spiegazione. Cristo è l'interprete fra la realtà del mondo e la mia ignoranza. Un buon traduttore insomma. Forse è per questo - come dice H. Cox - che «noi cristiani siamo stati un popolo di parlatori, di parlatori fino alla verbosità». Noi abbiamo interpretato il mondo in modo diverso dai non credenti, ma non l'abbiamo trasformato.
Cristo ci avrebbe spiegato che l'uomo soffre per questo o quel motivo, ama, spera, palpita, lavora, muore e che tutte queste cose sono inevitabili. Solo alla fine ci sarà la risurrezione, la quale dopotutto spiega la nostra immensa pazienza.
La rivelazione e quindi l'umanità di Cristo, luogo privilegiato di questa rivelazione, sarebbero la «chiave» che spiega i limiti del presente, la ripetizione del passato, e un «segnalibro» che rinvia al futuro ritorno di Cristo, quando egli avrà cessato di spiegare e comincerà veramente a fare. Cristo è buono, misericordioso, giusto, lo sarà ancora di più alla fine. Tu soffri, ma anche Cristo ha sofferto, hai sete di giustizia, anche Cristo ha avuto sete di giustizia. Tu ami, anche Cristo ha amato. La rivelazione di Cristo presa in questo senso non trova alcuna difficoltà a diventare ben presto la morfina della nostra libertà storica.
Al contrario dobbiamo renderci conto che la Rivelazione di Cristo è un evento e quindi una realtà che succede. Gesù non ha spiegato l'uomo, è stato uomo, è uomo, uomo nuovo. Alla stessa maniera che Adamo non ha spiegato l'uomo, ma è stato uomo e noi siamo uomini. Questa novità è per l'uomo, ma viene da Dio, non si limita a giustificare la realtà di oggi, ma la spinge avanti oltre i suoi limiti e oltre il peccato.
L'imitazione di Cristo nella sua umanità non è dunque una semplice ripetizione dei suoi stati d'animo (una specie di psicologismo decadente) ma è l'accettazione oggi, in questo momento, della radicalità del suo essere uomo che è l'Amore del Padre per sé e per i fratelli, Amore vissuto con modalità storiche precise come lo stare con gli altri, il guarirli, il confidarsi con loro, il morire come atto di abbandono alla potenza del Padre che vince la morte, ma sempre frutto di una radicalità di vita che è l'Amore di Dio.
Accettare questo evento non vuol dire commemorare o sperare nel futuro, ma iniziare oggi con Cristo a soffrire per amore e a essere liberati e liberare per amore.
Cristo è qui, ma l'umanità che egli ha inaugurato deve ancora compiersi
Secondo equivoco: ridurre la Rivelazione di Cristo a un evento esemplare, la cui continuità nel presente ha un semplice valore morale di influenza. L'umanità di Cristo, secondo questa interpretazione, è una realtà del passato, a noi rimane soltanto una eredità morale a cui attingere.
Questo equivoco nega alla Rivelazione di Cristo il carattere della sua attualità.
Al contrario l'evento di Cristo è presente oggi nell'umanità del suo Corpo che è la Chiesa. È presente nell'umanità di ogni essere umano a cui il Padre concede la radicalità del suo amore.
Gesù Cristo ha rivelato una umanità di nuovo tipo, non come costruzione ideale o come un insieme di valori, ma ha iniziato nella sua persona un nuovo tipo di uomo che oggi va costruito, compiuto, portato al suo termine ultimo di sviluppo dagli uomini che credono in Lui e vivono della radicalità del suo amore.
E in effetti la Chiesa annuncia che siamo «nuove creature», che il nostro gemito è come quello del parto, che il Figlio di Dio cammina sulle nostre strade per il futuro del mondo, da costruire in verità e nello Spirito. Possiamo senz'altro dire che Cristo è stato un uomo perfetto, ammirare il suo stile, la sua sensibilità, le sue opere, il suo coraggio, ma Cristo è qui e l'umanità che egli ha inaugurato deve ancora compiersi in noi, nella storia.
Gli occhi su Cristo oggi sono anche gli occhi sulla nostra umanità in sviluppo, non perché da soli possiamo crescere, ma perché la crescita avviene qui-adesso per opera dello Spirito, secondo la materia prossima disponibile alla sua grazia che è appunto la modalità di essere uomini oggi. Cristo non afferma solo: «Io sono la Luce del mondo» (Giov 8,11), ma anche «Voi siete la luce del mondo... così brilli la vostra luce al cospetto degli uomini, affinché essi vedano le vostre buone opere e lodino il Padre che è nei cieli» (Mt 5,14-16). E poiché la rivelazione che Dio fa di se stesso in ultima analisi è la rivelazione del suo amore e della sua volontà di comunione con gli uomini, consegue che è precisamente quell'amore che ha fondato la comunità dei discepoli di Gesù che in modo unico rende visibile ciò che nel Cristo è accaduto, accade e accadrà: «Da ciò riconosceranno tutti che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Giov 14,35).
Certo la Chiesa e l'uomo che incontro, non sono la Rivelazione, bensì un segno rappresentativo di essa. Essa è il segno nel quale e per il quale questo «uomo nuovo» si fa oggi, si compie oggi, si salva oggi, ama, soffre, avanza oggi.
Non è quindi possibile disporre una presentazione di Cristo agli uomini di oggi, senza inserire questo evento particolare nel grande tessuto della storia di oggi e ciò non soltanto per via sociologica, morale, commemorativa, comparativa, ma per via ontologica perché la capacità di amare come il Padre ama, di essere amati come il Figlio è amato è un dono stabilito, diffuso, innestato sull'umanità delle nostre persone, su questa precisa umanità di oggi.
Il che equivale a dire che non si può cogliere il Cristo se non sappiamo innanzitutto cogliere l'umanità di oggi in tutte le sue espressioni e nella sua radicalità di Amore.
C'è un Io di oggi che rivela sia pure in maniera incompleta, non ancora riuscita, l'io di Cristo. «Io avevo fame, sete, ero nudo, prigioniero, ammalato...». L'Io nascosto di Cristo nell'Io rivelato dai drammi della storia di oggi (cf Mt cap. 25).
È nell'uomo di oggi che si evidenzia la radicalità dell'amore di Dio
Bisogna allora liberarci da un terzo equivoco: uscire cioè da una presentazione atemporale, metafisica, moraleggiante, generica e apersonale di Cristo Uomo.
Se l'uomo di Cristo è un evento oggi, questo evento ci deve essere, esiste, va conosciuto, è contemporaneo, visibile, anche se per la sua incompiutezza ha ancora nella storia di noi credenti quell'absconditus (quel qualcosa di ignoto e di impossibile ma realizzabile) che è relativo al nascondimento di Dio prima della definitiva e ultima sua venuta.
Ne consegue per la Chiesa l'obbligo di sentirsi contemporanea agli uomini, di essere dentro alle grandi correnti della storia, di sentirsi in qualche modo investita da questa figura di uomo di oggi, senza naturalmente fermarsi definitivamente, perché ancora incompiuta e passeggera.
Catechesi quindi esistenziale, liturgia esistenziale, comunione modulata secondo le caratteristiche del nostro tempo. È infatti in questo uomo di oggi che si evidenzia la radicalità dell'Amore di Dio ed è nella umanità di oggi che Cristo rende presente l'attualità della sua Rivelazione.
Ma perché questa contemporaneità di Cristo si faccia viva non è necessario costruire un Cristo moderno: tradurre le parabole, trovare un'altra identità per i samaritani, gli zeloti, i farisei che sia corrispondente al nostro quadro politico, non è necessario far camminare Gesù alla luce al neon, urbanizzarlo, hippizzarlo.
Questa mania non salva la sua contemporaneità, perché in fondo essa è solo pittorica e cristallizza la nostra vita in una figura che poi passa. La contemporaneità di Cristo sta nel cogliere l'unità del suo essere Uomo-Dio nell'atto di rendere noto, effettuale, l'amore radicale di Dio per l'uomo.
«Dall'antropologia, il cristianesimo non sa quindi che lo stesso uomo è stato assunto nel pieno mistero di grazia di Dio; e di conseguenza che il mistero rappresentato dall'uomo è, nel modo più profondo, il mistero stesso di Dio. Nel progredire della storia l'uomo impara a scoprire le dimensioni della condizione umana, così che ogni nozione che l'uomo arriva ad avere di se stesso dovrà ogni volta essere chiarita, muovendo dallo stesso ed unico dato della rivelazione; e nella riscoperta dimensione l'uomo dovrà vivere l'amore per il prossimo nella sua radicalità, sostenuta dall'amore assoluto e gratuito di Dio per l'uomo».
«L'antropologia viene perciò allargata e messa in evidenza dalle esperienze terrene dell'umanità, dei cristiani e dei non cristiani. Dal canto suo la rivelazione ci solleciterà sempre di bel nuovo ad obbedire in quella «antropologia» al comandamento dell'amore» (E. Schillebeecx, Fede cristiana e aspettative terrene in La Chiesa nel mondo contemporaneo, Queriniana, pag. 126-127).
CRISTO PUNTA AVANZATA DELL'UMANITÀ OLTRE LA MORTE
Pertanto l'evento di Cristo è attuale, permanente, contemporaneo, visibile, ma non identificabile con una frazione della nostra storia. Egli è ancora e sempre l'Altro, il Diverso pur essendo l'Uguale. È infatti per questa sua alterità che non è vano nessuno degli sforzi compiuti dagli uomini per il loro avvenire. È la sua pienezza, la pienezza della grazia di Cristo a stabilire come fondamento dell'umanità non solo l'essere dell'uomo, ma il suo divenire.
È successo nel passato che un determinato aspetto dell'uomo e del mondo, prodotto di una fase concreta della storia (e anche della storia della Chiesa) venisse identificato con il dato rivelato e sulla base di questa identificazione si scendesse in campo contro un nuovo tipo di uomo e di mondo che andava sorgendo.
In tal mondo sembrava che Cristo ci avesse insegnato ad essere dei feroci reazionari, dimenticando che Egli era stato ed è ancora attualmente la punta avanzata dell'umanità oltre la morte.
Potrebbe succedere oggi la stessa cosa pur partendo da categorie avveniristiche e cioè potremmo costruire una città futura, senz'altro migliore di quella passata, e qui raggelare l'alterità di Cristo facendolo nostro, privandolo della sua appartenenza a Dio. Capisco che è una impresa vana, poiché anche questa città migliore sarà relativizzata ben presto dalla morte.
Eppure alla città migliore bisogna pur tendere, la dinamica politica del cristiano è pienamente n sintonia con il Vangelo, ma a patto che essa accetti l'Assoluto e il Radicale dell'Amore di Dio.
E l'Assoluto e il Radicale dell'Amore di Dio non dirà mai basta ai nostri sforzi e non riuscirà mai a sciogliere del tutto questa alterità di Cristo, se non quando avremo raggiunto il punto finale.
A questo punto si dovrebbe chiarire che la relativizzazione cristiana di ogni impegno terreno non viene ispirata da una evasione al mondo, come non viene stimolata dalla convinzione dell'assoluta priorità della grazia, bensì dalla speranza in un compimento finale escatologico, nel quale l'uomo possederà completamente se stesso ed il mondo, proprio nel dono radicale di sé. La speranza in un mondo nuovo relativizza ogni risultato terreno della umanizzazione umana, poiché il risultato raggiunto non può essere ancora lo sperato «mondo nuovo».
È in questo senso che dobbiamo comprendere la frase di Gesù prima del tradimento: «I poveri li avrete sempre con voi». Infatti per radicale che sia il nostro amore non è possibile raggiungere l'ultimo stadio della salvezza fin quando il dono di noi al Signore non avrà vinto la morte. Ma la morte è già vinta in Cristo e tutte le volte che io sono in comunione con lui avanzo verso questo ultimo e definitivo duello già iniziato, già portato avanti dal Regno che irrompe.
Nel passato i cristiani dedussero da questa relativizzazione l'errata conclusione che si tratti di evasione dal mondo o di indifferenza per la costruzione di un mondo migliore. In realtà l'unica conclusione esatta è che il cristianesimo non può mai conciliarsi con un ordine stabilito sulla terra; un tale ordine non può mai essere cristiano di contenuto.
Cristiano è precisamente il continuo superamento del risultato via via ottenuto, il fatto di non voler mai dire: ora va bene, il risultato è soddisfacente. Il cristianesimo è la conferma di un avvenire che rimane sempre aperto.
Indubbiamente non è possibile stabilire in concreto la relazione che esiste fra la mia umanità in progresso e il Regno di Dio, come non è facile stabilire in concreto la relazione che passa fra natura e soprannatura. Perché se potessimo farlo a quest'ora avremmo già fermato la storia illudendoci di essere giunti alla fine, avremmo già finito di predicare e di convertirci credendo che questa Chiesa sia l'optimum raggiunto.
L'UOMO APERTO A DIO E AI FRATELLI
Questa incommensurabilità del rapporto è stabilita dalla incommensurabilità dell'Amore. Anzi direi che l'Amore che Cristo ci rivela è perfino incomprensibile e infatti fa scandalo. Non solo è critico verso la morte e quindi verso l'inganno dell'egoismo a dimensione personale e sociale, ma è duellante con la morte fino alla fine, sapendo che la vittoria è nell'abbandono totale di noi all'Amore del Padre, come l'umanità di Cristo sulla Croce, sfida alla città che vuole rimanere chiusa e ferma alla propria autosufficienza. In definitiva bisognerà che se vogliamo cogliere in unità la persona di Cristo così da evitare una dispersione che riduce, indebolisce, frantuma il dato rivelato, bisognerà che assieme alla categoria della missione (Cristo mandato ad essere Dio con gli uomini perché gli uomini si sentano mandati da Dio a crescere fino alla nuova creazione) si allinei l'altra categoria evangelica dell'apertura. Cristo l'uomo-Dio aperto agli uomini e aperto al Padre. L'uomo riuscito è l'uomo aperto all'Amore.









































