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    Sassi dal cavalcavia



    Mario Pollo

    (NPG 1994-03-03)


    Giovani che buttano sassi dal cavalcavia, sempre più grandi, sino a che una morte non trasforma il gioco vandalico in assassinio, la cui gratuità oscura ogni possibile senso.
    Di fronte alla semplice domanda del perché lo hanno fatto, questi giovani rimangono muti o al massimo riescono ad articolare un simu­lacro di risposta: era solo una bravata. Ma i bravi di manzoniana memoria, da cui deriva bravata, nelle loro azioni intimidatorie perse­guivano un fine, uno scopo per cui le loro azioni possedevano la logica, perversa, del loro mandante.
    Anche i giovani che hanno selvaggiamente ucciso per poche decine di migliaia di lire un uomo, rinchiudendolo ferito nel bagagliaio della sua auto con la sua amante, non riescono a dare alcuna risposta com­prensibile al loro gesto.
    Né alcuna risposta riescono a dare, e a darsi, genitori, familiari, amici, conoscenti, giornalisti, esperti e la gente in genere, quando ven­gono a conoscenza del fatto. Al massimo vengono evocati la noia e il benessere della vita di una provincia un tempo, non lontano, rurale.
    Ancora una volta il mistero umano rivela l'abisso, la cui oscurità denuda la debolezza delle interpretazioni che la nostra cultura, scienti­fica e non, propone per la comprensione dei comportamenti umani, spe­cialmente quando si inscrivono nel cerchio della violenza distruttrice.
    Tutte le teorie, tutti i modelli di spiegazione psicologica e sociolo­gica appaiono muti, incapaci di dare una ragione a questi gesti terri­bili, che per la loro inutilità appaiono estranei a qualsiasi movente, anche patologico, dell'agire umano nel dominio della civiltà.
    L'impossibilità dell'interpretazione dei comportamenti di questi gio­vani crea angoscia nella vita sociale, riproponendola nella sua accezione più arcaica e remota, in quanto viene a mancare quell'interposizione simbolica tra l'uomo e le oscure minacce che fronteggiano la sua vita che dall'origine del tempo ha consentito alla cultura sociale di trasfor­mare l'angoscia in paura.
    Eppure una interpretazione è possibile. Essa però richiede il corag­gio dell'introduzione nello spazio dell'attuale cultura sociale di alcuni temi e motivi che essa' ha rimosso.
    Il primo è quello del riconoscimento della precarietà della civiliz­zazione umana in bilico tra creatività e distruttività e, quindi, dell'abban­dono del senso di onnipotenza, che è alla base della razionalità con­temporanea e del contestuale recupero dell'umiltà che è insita nel riconoscimento del mistero che circonda la condizione umana.
    Il secondo è il riconoscimento della creaturalità dell'uomo, ovvero della sua radicale dipendenza e riconoscenza verso chi è all'origine della sua vita.
    Il terzo è la riscoperta dello scorrere del tempo come ordito che dise­gna il senso della vita e, quindi, della memoria del passato e del sogno del futuro come costruttori del presente.
    Il quarto è la riconquista del Noi, ovvero del senso di unità profonda dell'uomo con se stesso, con gli altri e con la natura, attra­verso la mediazione dell'amore.
    Il quinto è la funzione creatrice di felicità e di senso che deriva dall'accettazione dell'incontro-scontro del proprio desiderio con il limite, ovvero con i codici e le norme su cui si basa ogni civiltà umana.
    Se si reintroducono questi temi, allora si scopre che i comporta­menti distruttivi di questi giovani sono il sintomo che essi vivono una condizione di vita in cui:
    – non avvertono che la loro realizzazione umana è insidiata dalla pre­senza di una minaccia oscura che è la presenza del male;
    – non si percepiscono assolutamente come debitori ad alcuno della pro­pria vita, né verso Dio né, tantomeno, verso i loro genitori;
    – vivono il tempo come monotona sommatoria di istanti, come un pre­sente che non è figlio di un passato né padre di un futuro;
    – non sentono la loro individualità, il loro Io come un frutto del Noi, ovvero non avvertono che la loro realizzazione umana dipende anche dal rispetto e dalla cura per le altre vite umane e per quello della natura;
    – pensano che la felicità nasca dal piacere, inteso come espressione senza limiti del proprio desiderio.
    La responsabilità di tutto questo sta, oltre che nelle scelte perso­nali dei singoli giovani, in una cultura sociale che ha abolito questi temi dai processi di socializzazione e di educazione attraverso cui forma le nuove generazioni e regola la vita degli stessi adulti.
    Accanto a questa rimozione culturale vi è quella strana indiffe­renza del mondo adulto per la vita dei giovani che è fatta, da un lato, di offerta, persin eccessiva, di benessere e di protezione materiale e, dall'altro lato, di mancanza di condivisione del senso esistenziale, dei sogni e dei progetti di futuro e di quel bisogno di trascendenza che è figlio del riconoscimento della propria creaturalità.
    I gesti folli di questi giovani sono, se si accetta questa prospettiva, il segno di un malessere radicale che attraversa la vita sociale attuale e che richiede una conversione, una ricostruzione della cultura sociale e dei processi educativi e di socializzazione, che sia in grado di far risco­prire la sacralità della vita e la cura delle nuove generazioni come costruzione concreta del proprio sogno di futuro.
    La sacralità della vita, il suo allontanarsi dagli abissi misteriosi della distruttività, richiedono la riscoperta del tempo, l'accettazione della propria finitudine e creaturalità, la sottomissione alla legge dell'Amore e l'apertura al mistero del Trascendente.
    Senza questo la vita percorre un sentiero che rischia o di farla precipitare negli abissi della distruttività o condurla nel deserto del­l'insignificanza, di cui la noia di molti giovani non è che un pallido riflesso.



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