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    Maria, la Madre



    Carlo Molari

    (NPG 1995-04-05)


    La maternità di Maria è il tratto fondamentale della sua persona e quindi deve essere riferimento fondamentale di ogni spiritualità mariana. Vi sono ambiti diversi della maternità di Maria, che è opportuno distinguere. Quando diciamo che Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia» (Lc 2,7), ci riferiamo alla maternità biologica o fisica, ma anche alla funzione creatrice della sua fede. Quando invece diciamo che Maria è madre di Dio e madre della chiesa, ci poniamo in un piano diverso, usiamo il termine non in senso proprio ma traslato, senso che ci obbliga a puntare gli occhi altrove. E precisamente verso due direzioni: verso Gesù glorificato, costituito Figlio di Dio in pienezza, per opera dello Spirito nella risurrezione dai morti (Rm 1,4) e verso la comunità cristiana, che ha scoperto l'efficacia dell'azione salvifica di Dio nella storia di Maria e il valore della sua fedeltà.

    Madre di Gesù Cristo

    Il primo dato su cui riflettere riguarda la funzione di Maria nella crescita umana di Gesù e la scoperta che ne ha fatto la comunità dei fedeli nella sua esperienza dopo la Pentecoste. La crescita personale di Gesù, che Luca (Lc 2,52) riassume in una formula molto concisa ed efficace, è stata concretamente possibile in virtù dell'amore che lo accompagnava e dell'energia vitale che gli comunicava chi gli stava accanto nella sua avventura umana. Essere madre significa far crescere un figlio offrendogli ogni giorno forza di vita, ed esige che gli si insegni ad amare, a stabilire rapporti positivi con gli altri, a vincere le paure e ad affrontare le difficoltà della vita. Per Maria, a differenza di molte altre madri, questo compito materno si prolungò fino alla morte di Gesù, consegnandolo al suo destino di Unto del Signore e insegnandogli quindi a morire. Comprendiamo, perciò, perché Giovanni abbia posto Maria sotto la croce, come ultimo atto della sua maternità.
    Ma non sarebbe sufficiente dire che Maria ha dato alla luce Gesù e lo ha fatto crescere come figlio fino alla morte, avvolgendolo d'amore e insegnandogli a morire, se non si coglie la dimensione teologale della sua missione. La fede di Maria, cioè l'atteggiamento nei confronti di Dio, che caratterizzava la sua esistenza, faceva della sua azione materna un'espressione concreta della presenza di Dio nella storia umana. Per il suo ascolto silenzioso ed attento in Maria la Parola di Dio assumeva espressione nuova. In Lei giungeva a compimento il processo della rivelazione. Maria, come Madre, ha insegnato a Gesù la fede nel Padre, gli ha indotto l'atteggiamento teologale, che caratterizza tutta la sua spiritualità, e lo ha reso rivelazione del Padre o icona di Dio. Gesù, infatti, ha rivelato Dio perché nella sua realtà umana è stato così perfetto da essere traduzione del progetto che Dio ha per l'uomo, così trasparente alla presenza di Dio da consentirne la piena manifestazione nella carne. Gesù non è un semidio o un essere metastorico; nella sua realtà umana non ha alcuna maggiorazione che lo faccia diverso da noi: è perfettamente ed esclusivamente uomo. Appunto per questo Gesù nella sua esistenza storica ha svelato i tratti essenziali dell'azione e della parola di Dio che salvano, ed è stato costituito Messia e Signore (cf At 2,36). Giovanni esprime questa realtà con le espressioni che pone sulla bocca di Gesù: «Le parole che io vi dico non le dico da me stesso; il Padre, che dimora in me, fa le sue opere» (Gv 14,10) e «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). La ragione di queste affermazioni sorprendenti stava nel fatto che le opere di Gesù erano trasparenza perfetta dell'azione divina e che le sue parole esprimevano senza residui la verità di Dio (cf Gv 2,49-50; 14,10). Il compimento della rivelazione di Dio si è realizzato sulla croce, che ha avuto come risvolto divino la risurrezione, dove Gesù è stato costituito Figlio di Dio in pienezza per opera dello Spirito. Sulla croce, infatti, Gesù è nato, come Messia e come Figlio di Dio, da Maria e dallo Spirito.
    La funzione di Maria perciò non può essere espressa solamente con formule relative alla maternità fisica, perché essa è stata possibile e si è sviluppata per una fedeltà di risposte senza ripensamenti e nell'abbandono senza riserve all'azione salvifica di Dio. La fede in Dio e il fiducioso compimento della sua volontà la rende madre, capace cioè di indurre fede nel figlio, di fargli percepire la realtà di Dio e di renderlo icona del suo amore.

    Maria madre della Chiesa

    La funzione di Maria, attraverso un nuovo rapporto con i discepoli di Gesù, si è prolungata oltre la morte del figlio: «Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco tuo figlio". Poi disse al discepolo: "Ecco tua madre". E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19,26-27). Quando la maternità di Maria viene estesa alla Chiesa, si esprime da una parte l'esperienza della maternità salvifica compiuta dalla comunità cristiana in riferimento ai nuovi figli di Dio, e dall'altra l'interpretazione che ne offriva il cammino storico di Maria, reso concreto nella sua presenza. In altre parole, parlando della maternità di Maria nei confronti della Chiesa, noi abbiamo come referente immediato l'esperienza di far crescere figli di Dio, che la comunità dei credenti fin dall'inizio ha compiuto e compie ancora nella storia, esperienza compresa alla luce della fede di Maria nel compiere la volontà di Dio, del suo amore nell'accompagnare Gesù come madre e del significato che la sua maternità ha avuto nella riflessione della comunità credente.
    D'altra parte, Maria stessa era espressione di una comunità di credenti, il piccolo resto di Israele, il gruppo dei poveri che ponevano in Dio la loro speranza. Il Magnificat, con cui la prima comunità cristiana riassume i tratti di questa spiritualità (Lc 1,46-55), come appaiono nella vita di Maria, traduce in modo esemplare l'esperienza dei primi cristiani, nella cui comunità Dio «operava grandi cose».
    La pietà mariana utilizza prevalentemente formule traslate, che hanno una referenza sdoppiata: l'azione salvifica di Dio nella vita di Maria, tradotta nella sua funzione di Madre nei confronti di Gesù, e continuata attraverso la comunità ecclesiale lungo i secoli. L'uso delle formule mariologiche che non tenga conto di questo fatto corre il rischio di mitologia (interpretazione in senso proprio di formule traslate) ed è la ragione dello sviluppo abnorme di una certa mariologia cattolica degli ultimi due secoli.
    Il referente delle formule relative alla funzione salvifica di Maria e quindi al rapporto Maria-Chiesa è l'esperienza salvifica della comunità credente. Se questa è carente, anche le espressioni della pietà mariana ne risentono. Esse infatti esprimono qualità o attuali azioni di Maria solo in quanto mediate dalla fede e dalla esperienza ecclesiale. La Chiesa infatti continua ora la funzione materna di Maria di far crescere i figli di Dio fino alla statura indicata dal Figlio di Maria, costituito per noi Messia e Signore (At 2,39), «iniziatore e consumatore della nostra fede» (Eb 12,2).



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