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    Storie (di vita vera)

    Enzo Pappacena

    (NPG 1995-05-79)

    È bello al tramonto trovarsi in campagna: il sole è appena scomparso, ma tanta luce si diffonde ancora dalle cime dei monti; tutt'intorno è un trionfo di rosso e nell'aria si spande il profumo inebriante delle zagare.
    Da lontano, tra gli alberi, si intravede la casa di Francesco e di Pasquale. Sono arrivati ieri dall'istituto e si fermeranno qualche giorno per la festa del paese.
    Eccoli, mi vengono incontro col sorriso di sempre: siamo amici.
    Li ho conosciuti una sera di alcuni anni fa al laboratorio di volontariato. Erano venuti con la madre a chiedere se potevano frequentare il no- sto gruppo per poter socializzare un po'. Ciò avrebbe fatto bene ai due ragazzi che, affetti sin dalla nascita da handicap mentale, avevano bisogno di incontrare nuovi amici. Lo ricordo bene quel giorno: fuori faceva molto freddo ma i loro visi illuminati da un sorriso sincero comunicavano un benefico tepore al mio cuore. Tra gli sguardi curiosi dei ragazzi del laboratorio intenti a modellare la creta, li accogliemmo quel giorno nel gruppo.
    È una storia triste quella di Francesco e di Pasquale, una storia fatta di tanti «no» e di altrettanti «vedremo» che i severi custodi della burocrazia ripetutamente hanno loro sbattuto in faccia.
    Sul volto della madre non sono ancora scomparsi i segni delle umiliazioni e dei compromessi subiti in oltre vent'anni di vita improntati alla ricerca di una dignità e di un diritto quasi sempre negati. Indifferenza e rifiuti: ecco i veri protagonisti di una vicenda che vuol dire vergogna per tutti.
    Il marito, dopo la nascita del secondo figlio handicappato, non aveva resistito ad una tale «disgrazia»: decise allora, disperato, di lasciare tutto e tutti per andare altrove a rifarsi una vita.
    La donna, con in braccio i suoi due frutti d'amore, era rimasta ormai sola a bussare inutilmente a mille porte di una società «benpensante», che si definisce solidale e che testimonia la sua generosità e la sua comprensione con innumerevoli e spesso inutili convegni costruiti su parole che risuonano di volgare ipocrisia.
    Ora Francesco ha ventiquattro anni e Pasquale ventidue, e soltanto da un anno vivono in un istituto ben organizzato, non molto lontano dal proprio paese. Ma gli anni in cui si poteva effettivamente sperare in un recupero, seppure lieve, del loro deficit intellettivo, li hanno trascorsi in casa nel loro quartiere popolare, tra la drammatica ed incolpevole impotenza della madre, gli sguardi pietosi dei vicini e l'indifferenza di chi poteva far qualcosa ma che ha preferito godersi inoperoso la propria fetta di potere.
    Adesso siamo qui, tutti e tre seduti su un gradino della loro povera casa, in campagna. Mi raccontano di come lavorano bene il legno all'istituto, della ginnastica «che fa bene» e poi Pasquale mi confida che si è persino fidanzato. Ma manca loro tanto la mamma che vedono solo di rado.
    Parliamo, scherziamo e il tempo vola via velocemente. Saluto Francesco e Pasquale che promettono di venirmi a trovare in questi giorni di festa. Riparto per la città in festa. Rientro così nella «comunità dei normali» dove il tempo è scandito dalle apparenze e da un impegno senza amore, dove tutto scivola senza lasciar alcun segno sulla pelle dei suoi abitanti, schiavi di una normalità che spesso significa indifferenza.



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