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    La preghiera

    nel Nuovo Testamento

    Antonio Gentili


    Un celebre esegeta ha affermato che «il cristianesimo non entrò nel mondo nella forma di un'esplosione di preghiera» (L. Cerfaux). Pur ammettendo che il Nuovo Testamento è un pressante invito alla conversione come risposta alla «buona notizia» della salvezza, e non una pedagogia dell'orazione, sarebbero impensabili gli eventi che registra e i messaggi che trasmette senza un continuo riferimento alla preghiera.

    La preghiera nei quattro vangeli

    I quattro vangeli, disposti cronologicamente e letti sotto questa precisa angolatura, ci consentono di cogliere lo snodarsi dell'orazione parallelamente allo sviluppo della vita in Cristo.
    Per il catecumeno - colui che compie l'ardua scelta di fede e si prepara a esprimerla nel battesimo e nella vita - la preghiera non può non essere «l'impegno preso con Dio di una coscienza retta» (1 Pt 3,21). Essa si traduce in invocazione di perdono: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!» (Mc 10,48). L'orazione si presenta come perdono accolto e irradiato: «Quando... state pregando, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate» (Mc 11,25). Nella preghiera, poi, si esprime una fede incrollabile nell'azione di Dio in nostro favore: «Tutto quello che chiedete nella preghiera, credete di averlo già ottenuto» (Mc 11,24), così che essa opera una profonda trasformazione del cuore, come si 'verificò per Cristo, l'Orante per eccellenza, nel Getsemani (cfr. Mc 14,35-36.39). Il momento liturgico che polarizza l'attenzione del catecumeno e dà rilievo sacramentale alla sua orazione è il battesimo, attorno a cui gravita l'insegnamento di Marco.
    Con Matteo, l'iniziazione alla preghiera si precisa nei contenuti e nelle modalità. Campeggia, nell'insegnamento dell'evangelista, la preghiera di Cristo, il Padre nostro (Mt 6,9-13), e sono presenti i fondamentali aspetti dell'orazione cristiana: lode (11,25-26); domanda (7,7-11; 18,19); intercessione (5,44); perdono (6,12 con l'applicazione di 5,23-24: «Se dunque tu stai per deporre sull'altare la tua offerta.. .»). Matteo conosce e insegna la preghiera personale, da compiersi nel segreto ed evitando le molte parole (la poillogia), che si risolvono in un puro blablà (la battalogia) (6,5-8), favorendo l'ostentazione più che la devozione; e conosce anche la preghiera comunitaria, quando si «sinfonizza» nel rivolgersi insieme a Dio (18,19-20). Entrambe queste modalità sono «epifaniche», comportano cioè la manifestazione di Dio, che «vede nel segreto» del cuore; di Cristo, che è «in mezzo» alla comunità. Il momento liturgico che polarizza l'attenzione dell'iniziato è la confessione sacramentale che gli consente di sviluppare la propria appartenenza alla comunità di fede e di amore (collegare i seguenti passi: 6,14-15; 18,18.21-22).
    Gli scritti lucani, Vangelo e Atti degli Apostoli, consentono di fare un passo in avanti, poiché educano il cristiano, ormai confermato nella propria scelta, a farsi testimone del regno (24,48). Secondo Luca, la preghiera ha nel cuore il proprio spazio vitale, si direbbe il suo habitat naturale (1,66; 2,19.51) e si esprime nell'accoglimento, nella custodia e nell'irradiazione della Parola.
    Maria ne offre uno stupendo paradigma, poiché in essa si riscontrano tutti e cinque gli atteggiamenti che siamo chiamati ad assumere. Ella infatti ascolta (1,26-33), accoglie (1,34-38), custodisce (2,19.51), proclama (1,39-45: il Magniflcat!) e mette in pratica la Parola (11,28): è la vera «poetessa del Verbo», rendendo al femminile la stupenda espressione di Gc 1,23.1 testi citati esigono un ampliamento meditativo, rintracciando altre pagine lucane: 8,12.15.21 e 10,39, dove ricorrono le parole ascoltare, custodire, praticare. In tal modo il terzo evangelista propone una preghiera continua, l'unica che possa incidere nella vita (18,1), sull'esempio di Cristo, che sempre si trovava in stato di orazione.
    La preghiera (Luca è il solo a porlo in rilievo) si traduce in effusione dello Spirito Santo in noi, quale compendio di ogni dono divino (11,13; si ricordi la variante a «Venga il tuo regno»: «Venga il tuo Santo Spirito su di noi...»)
    Negli Atti degli Apostoli l'autore ci presenta l'esperienza di orazione incarnata nella vita dei discepoli e della comunità. Sotto il profilo liturgico, l'espressione sacramentale su cui Luca torna frequentemente è la confermazione o cresima, l'effusione incessante dello Spirito Santo: ogni volta che il cristiano prega è un evento pentecostale che segna la sua vita e la vita del mondo.
    In Giovanni, l'evangelo del cristiano adulto, del perfetto, secondo la terminologia del Nuovo Testamento che equivale a decisamente orientato verso il fine, l'orazione sembra registrare un vero e proprio salto qualitativo. Entriamo nel regno della contemplazione, dove il vero culto è spirituale (4,23-24; stessa terminologia in Paolo, Rm 12,1, che sostituisce pneumatikòs con loghikòs: il culto praticato dal Logos, Cristo!). Non diversamente da Cristo (11,41-42; 12,27; 17, 1 ss), il cristiano è invitato a esprimere nell'orazione il totale abbandono in Dio, nella certezza di essere esaudito perché le sue richieste, le sue attese sono ispirate unicamente dalla fede e dall'amore (14,13-14; 15,16b; 16,24.26). Egli è un contemplativo e vive l'esperienza liturgica più alta del proprio credo nella celebrazione eucaristica, che si situa al culmine del «mistero» dell'incarnazione: vero banco di prova della fede del cristiano.

    Il Padre nostro

    Un discorso a parte merita il Padre nostro, definito il «compendio di tutto il vangelo». Chi volesse conoscere l'«ideologia di Cristo» non ha che da familiarizzarsi con la sua preghiera. È chiaro che il Padre nostro è la vera iniziazione alla preghiera evangelica. Cristo lo trasmise a chi gli domandava: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Ma è altrettanto vero che il Padre nostro, a meno di ridurlo a polilogia e a battalogia (in Matteo, Cristo lo contrappone a simile modo di pregare), è una preghiera di iniziazione che, ben compresa e praticata, conduce a familiarizzare con il mistero della salvezza. Qui il discorso si farebbe lungo. Ci siano però concesse alcune suggestioni.
    Anzitutto nel Padre nostro è nascosto il segreto del dialogo trinitario cui conduce l'autentica orazione cristiana. La preghiera è rivolta al Padre, dal Figlio e dai figli-nel-Figlio, ed è «gemito» e «grido» dello Spirito Santo (Rm 8,14.26). Dovremmo pronunciarlo con la consapevolezza di «parlare le parole di Dio», consegnateci dal Verbo e pronunciate con il soffio dello Spirito. Le invocazioni poi dell'orazione domenicale (cosiddetta dal Signore/Dominus che ce l'ha consegnata) alludono discretamente alle tre Persone divine: nome e dono del pane si riferiscono al Padre; regno e remissione dei peccati al Figlio; adempimento della volontà e liberazione dal Maligno allo Spirito.
    In secondo luogo, il Padre nostro è indiscussa preghiera iniziatica perché riassume e ci familiarizza con le due grandi economie salvifiche: l'antica e la nuova. I doni dell'antica sono la rivelazione del Nome sul Sinai, la costituzione di un popolo regale con l'ingresso nella Terra promessa e la rivelazione della Legge in cui è scolpito il volere divino. I doni della nuova economia sono il pane eucaristico, il perdono dei peccati e la liberazione dalla schiavitù di Satana, senza dire che le ultime tre domande del Padre nostro ci riportano al cuore del mistero pasquale, scandito dalla cena, dalla crocifissione redentrice e dalla discesa agli inferi, dove il demonio fu incatenato.
    In terzo luogo, il Padre nostro si rivela preghiera iniziatica se lo recitiamo capovolgendo l'ordine delle invocazioni, e cioè partendo dall'ultima sino alla prima. Abbiamo il battesimo (liberaci dal maligno), la confessione (rimetti i nostri debiti), l'eucaristia (il pane sovrasostanziale), la cresima (sia fatta la tua volontà), le scelte di vita per il regno (matrimonio e sacerdozio) e la promessa escatologica del Nome, che finalmente risplenderà sulla nostra fronte nei gaudi eterni, dopo averlo testimoniato e invocato sulla terra (confrontare At 9,14: i cristiani sono coloro che invocano il Nome; e Ap 22,4: porteranno il Nome sulla fronte).
    Potremmo continuare. A noi basta aver offerto un esempio dello spessore iniziatico di questa eccelsa preghiera, purtroppo così impoverita da scarsa consapevolezza e da imperdonabile abitudinarietà. Ne erano comprese dell'importanza le antiche catechesi (la Didaché ne prescrive la recita tre volte al giorno). Il Padre nostro ci familiarizza con i pensieri di Dio e ci dispone ad accogliere i suoi doni. È al vertice dell'orazione cristiana, la quale, al dire di Soren Kierkegaard, ci spinge a esaudire Dio, più che a volere essere esauditi da lui.

    Benedictus, Magnificat e Nunc dimittis

    Una parola a parte meritano i tre inni evangelici tramandatici da Luca (Benedictus, Magnificat e Nunc dimittis...), che la Chiesa prescrive siano recitati ogni giorno, senza eccezione (anche il Venerdì santo è prevista la recita del Magnificat). Vuol dire che essi hanno un messaggio salvifico di primaria importanza. Passiamoli dunque in rassegna.
    Il Benedictus, inno delle Lodi mattutine, ci familiarizza con le visite celesti, molteplici nell'Antico Testamento e riassunte, nel Nuovo Testamento, con la visita dell'Astro-che-sorge o del Germe-che-spunta: il Cristo. Accoglierlo e testimoniarlo è compito del cristiano: «E tu... sarai chiamato profeta dell'Altissimo». Il Benedictus ci chiede di cogliere le visite di Dio - del Padre, del Figlio e dello Spirito - nella realtà quotidiana e di percorrere vie di pace, pace in cui si riassumono tutti i doni messianici e l'intera economia della salvezza. È un programma di interiorità e di azione davvero esaltante.
    Il Magnificat, a sua volta, ci educa a cogliere le «cose grandi» che la Trinità opera in noi (nel primo versetto si parla di Signore/Jhwh, di Salvatore/Gesù e di Spirito Santo che è un tutt'uno con quello di Maria, la quale ne era «piena»). Le «cose grandi» si esprimono nella vittoria sulla triplice tentazione che è il banco di prova dell'autenticità cristiana e che Cristo superò all'inizio del suo ministero spianando la strada all'evento del regno: la vittoria sul «valere» («ha disperso i superbi»), sul «potere» («ha deposto i potenti») e sull'«avere» («ha rimandato i ricchi a mani vuote»). Avviandosi al tramonto della giornata (preghiera dei Vespri), il credente si domanda come ha vissuto lungo il giorno sotto lo sguardo di Dio («ha guardato... la sua serva») e come ha incarnato la contestazione di un mondo opposto e ostile alla signoria divina.
    Infine, il Nunc dimittis..., il canto di Simeone che si dice a Compieta, la preghiera che compie e conclude la giornata, suscita un atteggiamento essenziale per ogni credente, per ogni uomo: sapersi congedare con gioia dalla vita, perché ogni giorno i nostri occhi vedono i prodigi della salvezza e ne attendono il pieno compimento nei cieli: di quella salvezza che, promessa a un popolo (gloria per Israele), è ora una speranza universale (luce per le genti).

    La preghiera nelle lettere di Paolo e negli altri scritti neotestamentari

    La figura neotestamentaria che ci ha lasciato la più articolata testimonianza della propria preghiera è san Paolo, che pratica e insegna l'orazione incessante (1 Ts 5,17) offrendoci delle composizioni, ora sicuramente sue, ora mutuate con ogni probabilità da antichissime innodie cristiane di ispirazione apostolica. Sfogliando l'epistolario paolino, si possono rintracciare i seguenti temi: la preghiera esplode, per così dire, nella benedizione e nel rendimento di grazie (si veda per tutti 2 Cor 1,3-7 e l'inno di Ef 1,3-14, che la liturgia delle Ore ci propone settimanalmente ai vespri del lunedì); poi si fa supplica e intercessione (il testo più profondo in Ef 3,14-21) e perfino lotta, «agon» come l'«agonia» di Cristo nel Getsemani (Rm 15,30-31); è sintomatico il fatto che le richieste dell'apostolo culminino nel domandare la carità, una carità dinamica, come si deduce da Fili ,9-11, che sono stati definiti i versetti più densi di tutto il Nuovo Testamento; dire carità è poi dire Spirito Santo, che l'apostolo ci presenta come il vero artefice della preghiera (Rm 8,15 e Gal 4,6; Rm 8,26-27; Ef 5,9-20 e Col 3,16, dove si parla di «cantici spirituali», o nello Spirito).
    Infine ci è dato di scorgere, in embrione, i primi momenti della lectio divina, là dove Paolo raccomanda a Timoteo la «lettura», s'intende delle Scritture, e la «meditazione» della propria storia di grazia alla luce della Bibbia (1 Tm 4,13-14, dove sarebbe meglio leggere: «Questo medita», invece di «Abbi premura di queste cose»). Non si mancherà, percorrendo l'eucologia paolina, di sottolineare la dimensione trinitaria che assume la sua preghiera, alle volte in modo implicito, ma per lo più in maniera esplicita. Segnaleremo, fra tutti, il testo sulla «lotta» nell'orazione, che ci offre dell'apostolo un 'immagine robusta e drammatica.
    Altri testimoni qualificati della preghiera cristiana sono gli autori delle lettere apostoliche. Ritroviamo la preghiera di benedizione (1 Pt 1,3-5), il richiamo a offrire «sacrifici spirituali» (2 Pt 2,5), l'innodia cristologica (1 Pt 2,21-25). Giovanni, nella prima lettera, ci ricorda potenza e limiti della preghiera di intercessione (lGv 5,14-17) e Giuda (Gd 1,20) ci raccomanda di «pregare mediante lo Spirito».
    Ma è soprattutto Giacomo che ci sollecita a domandare a Dio la sapienza (Gc 1,5-8) settiforme (3,17) e testimonia dell'antichissima tradizione consistente nella preghiera con cui vengono rimessi i peccati e guarite le malattie (Gc 5,13-20).
    Egli, inoltre, ci ricorda un celebre modello di orante, Elia, la cui orazione, anche nella postura fisica, ha ispirato l'esicasmo dell'Oriente cristiano, ossia la pratica della preghiera interiore e incessante.
    Ed eccoci all'ultimo capitolo della nostra ricerca. Il libro dell'Apocallsse è fondamentalmente costituito da una grande liturgia, con ascolto (le 7 lettere) e celebrazione della Parola (soprattutto attraverso l'inno dia molto sviluppata), incluso un generoso spazio di orazione silenziosa (Ap 8,1).
    La preghiera secondo l'Apocalisse unisce cielo e terra in un alternarsi meraviglioso di scansioni ritmiche. È teocentrica e cristologica nello stesso tempo, e ci viene presentata come «profumo» (Ap 5,8) che si mescola agli effiuvi dell'incenso e lo rende propizio. È significativo che il «settimo sigillo», ossia il giudizio finale di Dio, sia preceduto dalla mezz'ora di orazione silenziosa, poiché la volontà del cielo agisce in «sinergia» con il volere degli uomini sulla terra.
    Gli inni dell'Apocalisse, opportunamente ristrutturati e a parte qualche sforbiciata di troppo, sono ripresi ogni settimana dalla liturgia vespertina delle Ore con l'Inno dei salva-ti al martedì (Ap 4,11; 5,9.10.12), il giudizio di Dio al giovedì (Ap 11,17-18; 12,10b-12a), l'inno di adorazione e di lode al venerdì (Ap 15,3-4), e infine le nozze dell'Agnello alla domenica (Ap 19,1-7).
    L'Apocalisse, quale libro ultimo e conclusivo delle Scritture cristiane, ci offre la sintesi della preghiera in quel sospiro d'infinita nostalgia che si sprigiona dal cuore dell'anima-Chiesa-umanità Sposa, sorretta dallo Spirito d'amore, all'indirizzo dello Sposo: «Vieni, Signore Gesù», Marana' ta (Ap 22,20). Qui l'orazione tocca il suo vertice: è supplica, desiderio, attesa, slancio d'amore. In questo «vieni!» si racchiude la lunga vigilia del regno e il pregustamento eucaristico del suo avvento.



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