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    Bibbia e cultura

    Giovanni Gennari


    «If», «Se»: è il titolo di un film d'avanguardia di una ventina di anni fa. La vita è meravigliosa, invece, è il titolo di un vecchio film del regista americano Frank Capra in cui un uomo, in difficoltà economiche, crede di aver fallito tutto e pensa al suicidio, ritenendosi inutile. A quel punto arriva un singolare vecchietto, «angelo di seconda classe» in cerca di promozione celeste, che fa vedere all'uomo cosa sarebbe il mondo, il suo pur piccolo mondo, se egli non fosse mai esistito.
    Proprio così: se. Se non fosse esistita la Bibbia, se non fosse esistito il Grande Codice cosa sarebbe stato il mondo, cosa sarebbe la cultura di trenta secoli di storia, in tutti i suoi pur molteplici rami? Grande Codice: d'ora in poi, quando in questo articolo ricorrerà questo termine, il lettore dovrà pensare al complesso della rivelazione ebraico-cristiana, all'Antico e al Nuovo Testamento (che è radicato in esso), e in particolare alla realtà viva di Gesù di Nazaret che opera nella storia dei singoli e dell'umanità, alla vita cristiana presa sul serio, ai valori rivelati e donati in Cristo e nella grazia dello Spirito Santo a tutti gli uomini di buona volontà. Cosa sarebbe, dunque, questo mondo senza il Grande Codice? Come l'angelo del film, occorrerebbe far vedere a tutti questo nostro mondo trasformato da questa ipotesi veramente di morte. Niente cultura biblica, e popolo ebraico, come tale, giacché esso è tutto radicato nella Bibbia, e intrecciato alla Scrittura. Niente cristianesimo, ovviamente. Niente Paolo di Tarso e niente padri della Chiesa; niente Agostino, niente Benedetto, e niente monachesimo; e niente Islam tutto intero, probabilmente, giacché anch'esso nasce sul terreno biblico e vive in quell'atmosfera che nella Bibbia si radica.
    Non basta: niente pittura sacra di tutti i tempi, e questo in pratica vuol dire niente pittura del tutto, almeno fino al secolo scorso. Niente scultura religiosa, né architettura sacra, e ognuno può valutare cosa resterebbe, fino a qualche decennio fa. Niente Divina Commedia, che è poesia e teologia inestricabilmente fuse. Niente Riforma protestante, niente Controriforma, mancando evidentemente l'oggetto del discorso, con tutto il corteggio di arti e letteratura che hanno accompagnato la loro storia. Ludovico Ariosto avrebbe dovuto inventarsi un altro poema, Torquato Tasso non avrebbe avuto alcuna Gerusalemme da liberare, neppure nella fantasia; e Giovanni Boccaccio avrebbe dovuto inventarsi un'altra cornice per i suoi racconti.
    Né è da pensare che la cosa riguarderebbe solo l'Italia e solo i tempi antichi: Elliot e Tolstoj, Claudel e Bulgakov, Shakespeare e Shusaku Endo: sarebbero concepibili senza l'attraversamento continuo delle tematiche bibliche ed evangeliche? E Dostoevskij, e De Unamuno, e Bernanos, e Mauriac, e Papini, e lo stesso Silone?
    A riguardo della filosofia, stesso discorso. Anche sul piano, del resto, della conoscenza del mondo classico, togliete i monaci cristiani e i testi greci e latini dell'antichità, conservati e tramandati a noi nei conventi, come sarebbero stati messi a disposizione della cultura? Chi li avrebbe trascritti e conservati? Un bel guaio: niente Platone, Aristotele e Cicerone, Plotino ed Epicuro... E la musica? Stesso discorso, se possibile aggravato. Difficile trovare, nei secoli, una musica che non sia stata esplicitamènte religiosa, fino al secolo XV, o almeno attraversata nelle motivazioni e nell'ispirazione dai temi religiosi biblici, ed evangelici in particolare, che allora erano, semplicemente, la vita e la cultura del tempo. E anche dopo, oltre la reazione classicheggiante che riscopre il profano, ai tempi dell'Umanesimo, quanta parte della musica moderna viene da sorgenti religiose? Quanti motivi musicali trovano lo spunto in musiche liturgiche? Niente Requiem di tutti i grandi, niente Messe, niente Inni, niente mottetti liturgici, niente Alleluia...
    Se... Il gioco, che è un gioco serio, potrebbe continuare. Ma solo un cieco volontario potrebbe aver bisogno di guardare ancora cosa sarebbe questo nostro mondo se non ci fossero state, sulla sua sabbia di trenta secoli di storia, le orme della parola che noi credenti sappiamo di Dio: un vero deserto, abitato da mostri...
    E invece questo attraversamento del deserto c'è stato, questa luce è venuta, quest'acqua è sgorgata, e vale la pena, almeno per noi, di salutare in positivo la ricchezza del Grande Codice, di gridare a tutti, anche quando nevica come accadeva nel vecchio film di Capra, anche a chi non vuole sentire, la consapevolezza umile, ma chiara, di un dono che non si tira più indietro, di una presenza che si propone senza mai imporsi, e che se cerca di imporsi lo fa solo perché qualcuno ne ha tradito lo stile, ne ha infranto la cifra segreta, ne ha usurpato il nome e il sigillo...

    La legge dell'Incarnazione

    Tuttavia, come ogni medaglia, anche questa meravigliosa moneta da spendere sul grande mercato del buono e del vero, dove non conta il denaro, ma la forza delle idee e il coraggio e l'integralità degli esempi, ha il suo rovescio, positivo e da prendere in attenta considerazione. Il Grande Codice, infatti, la divina rivelazione del duplice Testamento, la Parola tramandata e infine incarnata, si è talmente intrecciata con le vicende umane, con l'evoluzione della cultura e del costume, che anch'essa è stata in qualche modo trasformata dal suo «incarnarsi»: e quindi essere trascritta, essere tradotta, essere letta, essere trasferita in vita, in pensiero, in scienza, in costume...
    La vita umana di Mosè, attraversata dall'esperienza della presenza di un Altro che si impadronisce di lui e lo invia allo sbaraglio, è pur sempre una vita piena di passioni umane e di vicende storiche, di dubbi e certezze, di speranze e di sconfitte, di attese e di realizzazioni... E la vita umana di Gesù di Nazaret, che è identicamente Dio con noi, l'Emmanuele, l'Eterno che si fa tempo, ha preso tutte le caratteristiche della nostra vita, con tutte le sue fragilità, le sue angosce, i suoi dolori, la sua solitudine, persino la morte, pur nella radicale presenza di un seme che non poteva tutto esaurirsi e disperdersi nel fluire del tempo: «In tutto fatto simile a noi, fuorché nel peccato» (cfr. Eb 4,15).
    Il Grande Codice biblico ha, dunque, cambiato la nostra storia di uomini, ma la nostra storia di uomini ha cambiato il modo con cui, nei secoli, esso è stato vissuto da noi. Anche noi, uomini di questi trenta secoli, abbiamo riversato sul testo del Grande Codice, sul nostro leggerlo, sul nostro capirlo, sulla sua interpretazione le modalità della nostra cultura, del nostro modo di vivere il tempo e le cose, di concepire l'uomo e il mondo, il corpo e l'anima, la gioia e il dolore, la storia e l'eterno.
    Occorre prendere atto del riversarsi sul Codice biblico delle culture pagane, poi medièvali, poi moderne, del singolare fatto, coestensivo a tutta la storia, per cui esso è diventato cosa di tutti, preti e laici, credenti e no, uomini e donne, uomini di scienza e uomini di cultura... Cosa di tutti, anche di tanti che sono conosciuti come negatori, o nemici, o del tutto estranei al contesto cristiano.
    Questa simbiosi vitale del messaggio cristiano, fatto carne viva della storia, anche quando era negato a parole, entrato in qualche modo, anche parziale, nel tessuto di tutte le società, di tutte le culture, è più che mai evidente ai nostri giorni, dopo il fallimento radicale del più grande tentativo storico di creare una società, un'umanità, una cultura, una civiltà che rinnegasse sistematicamente le sue radici cristiane. Il marxismo realizzato ha mostrato visibilmente cosa potrebbe essere l'umanità strappata radicalmente dalle sorgenti bibliche e cristiane.
    Non occorre andare molto lontano per ripensare alle immagini del muro di Berlino, della gente affamata in fila per le strade di Mosca, dei cimiteri di Pol Pot, degli albanesi in fuga drammatica sulle navi alveare. E la cosa è tanto più significativa se si pensa che alcuni fini dell'operazione tentata dal marxismo organizzato, attraverso il grande esperimento che è stato il socialismo reale, non erano in sé ingiusti, erano addirittura morali, come reazione a evidenti ingiustizie e iniquità del passato. Lo ha vigorosamente scritto anche Giovanni Paolo Il nella sua Centesimus annus, quando ha parlato dell'azione del movimento operaio.
    Il fatto evidente è che se si nega il Grande Codice allora saltano tutti i codici umani e si realizza l'inferno in terra, letteralmente. In precedenza, pur con le dovute differenze e con le dovute distinzioni, stesso discorso per il nazismo, e per ogni negazione ideologica delle radici cristiane. Si pensi al «Terrore» del dopo 1789 e a tanti altri eccidi che non cancellano, certo, le responsabilità anche cristiane di tanti delitti che hanno pur segnato i venti secoli dell'era cristiana, ma forse dimostrano a sufficienza che il grande torto dei cristiani è stato quello di non essere fedeli al loro nome, al Grande Codice appunto, mentre quello dei tanti anticristiani è stato proprio quello di essere fedeli al loro anticristianesimo che si è rivelato, semplicemente, contro l'uomo.
    Questo è un punto che in ogni caso appare decisivo: al cristianesimo realizzato si può rimproverare sul serio di non essere stato fedele ai principi di Cristo, ma in ciò stesso si conferma la natura di bene di questi. Lo rilevava già, un secolo e mezzo fa, Alessandro Manzoni, in un passo rivolto «Al lettore» delle Osservazioni sulla morale cattolica, che letto oggi non ha perso nulla della sua forza e attualità.
    Anche oggi, il nostro mondo, in particolare italiano, è pieno di orecchie attentissime e di omaggi servili per chi distrugge la credibilità del messaggio, e poi di rifiuto e di noncuranza per coloro che cercano, anche con modestia e misura, di descrivere le ragioni della sua autorevolezza credibile. Ecco le parole del grande lombardo: «S'usa una strana ingiustizia con gli apologisti della religione cattolica. Si sarà prestato orecchio favorevole a ciò che vien detto contro di essa; e quando questi si presentano per rispondere, si sentono dire che la loro causa non è abbastanza interessante, che il mondo ha altro a pensare, che il tempo delle discussioni teologiche è passato. La nostra causa non è interessante! Ah! noi abbiamo la prova del contrario nell'avidità con cui sono sempre state ricevute obiezioni che le sono state fatte. Non è interessante! e in tutte le questioni che toccano ciò che l'uomo ha di più serio e di più intimo, essa si presenta così naturalmente, che è più facile respingerla che dimenticarla. Non è interessante! e non c'è secolo in cui essa non abbia monumenti d'una venerazione profonda, d'un amore prodigioso, e d'un odio ardente e infaticabile. Non è interessante! e il vòto che lascerebbe nel mondo il levarmela, è tanto immenso e orribile, che i più di quelli che non la vogliono per loro, dicono che conviene lasciarla al popolo, cioè ai nove decimi del genere umano. La nostra causa non è interessante! e si tratta di decidere se una morale professata da milioni d'uomini, e proposta a tutti gli uomini, deva essere abbandonata, o conosciuta meglio, e seguita più, e più fedelmente».

    Le orme di un passaggio

    Giunti a questo punto, tuttavia, il discorso deve farsi più analitico, e occorrerà far parlare i testi, alcuni tra gli innumerevoli possibili, in cui questa simbiosi tra il Grande Codice cristiano e la civiltà umana si è meglio espressa.
    La presenza affermata. Cominciamo con alcuni testi in cui è semplicemente affermato il fatto, nella sua complessa evidenza, nella sua semplice realtà pur estremamente diversificata. La scelta, come ovvio, è del tutto opinabile, e volutamente insiste soprattutto sugli ultimi secoli, quelli in cui proprio il Grande Codice è stato discusso e combattuto.
    «Cristo non appartiene solo al cristianesimo, ma al mondo intero» (Gandhi).
    «Cristo si eleva sul popolo ebraico con una forza d'animo libera e grandiosa. In nessun luogo si trovano espressioni rivoluzionarie come nel vangelo. Cristo vive nella sua essenza, e penetra nel cuore di tutti» (F. Hegel).
    «Tutta la storia è incomprensibile, senza Cristo» (E. Renan).
    «Il vangelo è la fonte da cui è scaturita la nostra civiltà» (I. Kant).
    «Cosa strana, il cristianesimo, che sembra inteso a procurare agli uomini solo la felicità eterna, in realtà procura loro tutta la felicità che è possibile in questo mondo». «Ho trovato la fede alla culla dei popoli. Ho trovato l'incredulità alla loro tomba» (C.-L. Montesquieu).
    «Questo divino libro, ch'io aveva sempre amato molto, anche quando pareami d'essere incredulo, mi insegnava ad amare Dio e gli uomini, a bramare sempre più il regno della giustizia, ad aborrire l'iniquità, perdonando i nemici» (S. Pellico).
    «Sopprimete il cristianesimo, e sopprimerete l'Europa» (F. Nietzsche).
    «Non possiamo non dirci cristiani». «Il cristianesimo è il maggior fatto spirituale della storia» (B. Croce).
    «Personalmente torno sempre al vangelo: lo considero la mia vera patria spirituale. Ciò che Cristo dice di sé non mi lascia mai incredulo, mai deluso». «Il corpo ingigantito dell'umanità attende un supplemento d'anima. La meccanica attende la mistica» (H. Bergson).
    «Che cosa è l'uomo più felice senza la fede? Un fiore in un bicchiere d'acqua, senza radici e senza durata» (C. Benso di Cavour).
    «L'uomo può ignorare di avere una religione, come può ignorare di avere un cuore; ma senza religione, come senza cuore, non può vivere» (L. Tolstoj).
    «Io non ho la fede, ma vorrei averla. Considero la fede come il più grande dono di cui si possa godere in questo mondo» (A. France).
    «Questo mistero del peccato originale, che è poi così tremendamente vero» (C. G. Jung).
    «Oh Tu, abbi pietà!» (Ultime parole del diario di C. Pavese).
    «Ho avuto tre educatori: la strada, la scuola, la Bibbia. Alla fine è la Bibbia quella che ha contato di più. È l'unico libro che dovremmo possedere» (D. Ellington).
    La presenza invano negata. E tuttavia negli ultimi secoli è comparso, sulla scena del mondo, il fenomeno dell'ateismo, del tutto sconosciuto a livello di massa fino a due secoli fa. Gli esempi tratti dall'antichità classica, con Epicuro, Lucrezio, e altri, fòrse non sono a proposito. Questi uomini negarono con forza il sistema religioso culturale del politeismo pagano, e quindi risultarono atei. Non bisogna dimenticare che Socrate fu condannato come negatore degli dèi, e che gli stessi cristiani furono ritenuti atei, perché sovvertivano l'universo culturale e religioso stabilito. È o no vero che Gesù stesso fu condannato come bestemmiatore? Ogni credente autentico, vale la pena di ricordarlo, è ateo di tutti gli altri dèi fuorché del suo. È, del resto, proprio il primo dei comandi nel testo delle Dieci Parole.
    Dunque, l'ateismo come fenomeno moderno: ancora due secoli fa Hegel dovette difendersi con forza, pena la sospensione dalla cattedra di Jena, dall'accusa di ateismo. Egli non fu certo ateo, ma dal ceppo del suo pensiero nacque il filone che porterà all'ateismo europeo vero e proprio. Ed è assolutamente evidente, tuttavia, che questo ateismo è tutt'altro che estraneo al filone del Grande Codice. È proprio dal suo interno, invece, che nasce come frutto imprevisto questo grande tentativo di costruire il mondo senza Dio, cercando di cancellare le radici stesse del cristianesimo, e ottenendo i frutti di morte e di disperazione che la storia ha documentato. Anche a questo proposito, alcuni testi, senza altra pretesa che quella di aver dato un'idea, di aver indicato una direzione...
    Al primo posto, perché in qualche modo sorprendente, vale la pena di citare un testo di Karl Marx. Scrivendo la famosa Circolare contro Kriege, il filosofo tedesco ammette esplicitamente che alla base del suo pensiero ci sono due realtà, e cioè «i bisogni dell'uomo, le condizioni reali di questo mondo, il contrasto tra capitale e lavoro», e poi, esplicitamente, «il precetto cristiano dell'universale amore umano». Ma il Grande Codice è presente dovunque, anche nelle sue negazioni.
    «L'ateismo? È più sulle labbra che nel cuore» (F. Bacon).
    «Se Dio non c'è, tutto è permesso» (F. Dostoevskij).
    «Il mondo di oggi è pieno di verità cristiane impazzite». «Da quando gli uomini non credono più in Dio, non è che non credano più in nulla, credono in tutto» (G. K. Chesterton).
    «Come vivere senza la grazia? Come essere santi senza Dio? È il problema che domina il ventesimo secolo» (A. Camus).
    «La vanità di pensare diversamente dagli altri è un movente che fa più atei di tutti i ragionamenti» (J.-B. D'Alembert).
    «C'è una filosofia che nega Dio, come c'è una filosofia che nega il sole. Si chiama cecità» (V. Hugo).
    «L'ateo è un figlio che si sforza di persuadersi di essere senza padre» (A. Lamartine).
    «Colui che può negare Dio dinanzi a una notte stellata, davanti alla sepoltura dei suoi cari, è grandemente infelice, o grandemente colpevole». «Il primo ateo fu certamente un delinquente che cercava, negando Dio, di liberarsi dell'unico testimone al quale non poteva celare il suo delitto». «Dio esiste. Noi non dobbiamo, né vogliamo provarvelo; tentarlo ci sembrerebbe bestemmia, come negarlo follia. Dio esiste perché noi esistiamo» (G. Mazzini).
    «Un popolo che non crede in Dio non lo si governa, lo si mitraglia» (Napoleone).
    «Chi nega Dio è degno del manicomio. Mettetegli una borsa di ghiaccio sulla testa, perché non ragiona» (I. Newton).
    «Un regime che scrive dio con la minuscola, e KGB con tre maiuscole, non è degno del rispetto degli uomini» (A. Solzenicyn).
    «Che fortuna avete di credere in Dio! Voi potete non pensarci. Ma io, che non credo, sono obbligato a pensarci sempre» (J. Rostand).
    «È religione anche non credere in niente» (C. Pavese).
    «Nella cultura nuova non vi sarà futuro per la superstizione cristiana. Io vi dico che tra venti anni il Galileo sarà spacciato» (Voltaire, 1773).
    «Se Dio esistesse, bisognerebbe fucilarlo» (Slogan della Comune di Parigi, 1871).
    «Dio: è la stupidaggine e la fiacchezza. Dio: è l'ipocrisia e la menzogna. Dio: è la tirannia e la miseria. Dio: è il male» (P.-J. Proudhon).
    «La religione è l'oppio del popolo. Per questo il marxismo è spietatamente ostile alla religione». «Noi ripudiamo la morale che si identifica con i comandamenti di Dio» (N. Lenin).
    «Io guardo al cielo solo quando starnutisco» (I. Turgenev). «Se si guardasse sempre il cielo, si finirebbe per avere le ali» (G. Flaubert).
    «Chi crede in Dio, deve spiegare l'esistenza del dolore. Ma chi non crede in Dio, deve spiegare tutto il resto» (D. Prager).
    Nel Grande Codice c'è, un po' ironica, anche una risposta diretta, e verificatissima, a certo trionfalismo ateo, oggi per fortuna in ribasso. Eccola: «Chi tira in alto la pietra gli ricade in testa» (Sir 27,25). Ma quel che oggi appare sicuro è il fatto che il meno che si può chiedere a un ateo è che non faccia del suo ateismo un articolo di fede obbligatorio per tutti, e riportare anche alcuni testi «cristiani», per notare come la riflessione di fede, anche sull'ateismo, sa essere molto più pacata e comprensiva di ogni intolleranza.
    «Forse il comunismo è vivo, nel mondo di oggi, perché noi non siamo abbastanza cristiani» (M. L. King).
    «Il marxismo promette la fratellanza umana, ma non la può dare, perché nega la paternità divina» (J. Fulton Sheen).
    Lascio da ultimo un testo di Paolo VI, che mi pare la vera risposta cristiana e cattolica, anche se talvolta non troppo di moda, a ogni discussione e a ogni intollèranza settaria, anche di parte nostra: «A volte vediamo questi atei nobilmente pensosi, alla ricerca di un Dio che noi non abbiamo saputo dare».
    Le tracce della presenza feconda. Ma la presenza del Verbo, i semi che hanno fecondato la storia umana, per usare l'espressione cara ai primi padri della Chiesa, sono rintracciabili anche, sparsi in tutti i settori della civiltà, dell'arte, della letteratura, del pensiero, su terreni specificamente individuati; ripercorrerne il cammino sarebbe un viaggio affascinante lungo tutto l'itinerario dell'uomo. Difficilmente si potrebbe trovare un settore in cui questa fecondità non fosse chiaramente presente, e il cacciatore di citazioni, il cercatore di pietre preziose, il pescatore di perle non avrebbe che l'imbarazzo della scelta, il grattacapo della sintesi, la preoccupazione di perdere la preda viva della sua ricerca.
    Occorrerebbe, tuttavia, una biblioteca intera. Forse, ed è una lettura simbolica, ma non illegittima, proprio a questa fecondità alludeva l'evangelista concludendo così il quarto mirabile libro che racconta di Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell'uomo: «Ci sono anche molte altre cose che Gesù fece:
    se si scrivessero a una a una, penso che non basterebbe il mondo intero a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv
    21,25).
    Tuttavia si può tentare, qui, un breve elenco di spunti sui singoli temi nei quali il Grande Codice ha permeato la vita intera della società dei due millenni trascorsi.
    Lo stesso concetto di «storia», per esempio, è entrato nell'universo dell'uomo grazie alla Bibbia. La ragione pagana era arrivata alla concezione del tempo come «ciclo», cerchio chiuso nel quale l'uomo era destinato a tornare continuamente sulle stesse orme, fissate inesorabilmente dal «fato», la moi
    ra theòn dei greci. È la Bibbia che presenta un disegno del tempo rettilineo, cioè fatto di un cammino in avanti, e in cui la libertà dell'uomo è presa sul serio, e concorre, con la creazione e l'azione provvidente di Dio stesso, a determinare il corso del tempo.
    Perciò lo scrittore francese Mauriac ha potuto scrivere che «il cristianesimo non è una filosofia, non è un sistema, non è altro che una storia»; e il filosofo transalpino Henri Bergson ha aggiunto: «Ciò che mi ha colpito nella religione cristiana è la consegna di andare sempre avanti». E ancora: «Il cristiano non deve temere il futuro, perché Dio ci aspetta nel futuro». Senza messaggio biblico cristiano come avrebbe potuto lo psicanalista tedesco Erich Fromm scrivere che «il principale compito dell'uomo è dare alla luce la storia»? E senza il formidabile appello cristiano alla libertà creativa dell'uomo, lo scrittore e politico francese André Malraux non avrebbe mai potuto pensare che «ciò che siamo è il dono che Dio ci ha fatto: ciò che diventiamo è il dono che noi facciamo a Dio».
    La nostra ricerca umana, da un paio di secoli a oggi, ha cercato di dare a Cristo un posto nella storia. Ora noi sappiamo che il vero compito nostro è quello di dare alla storia un posto in Cristo. E non è poco. È tutto.
    E con la storia, in uno, la «libertà». Il tema di Cristo liberatore riprende, nel Nuovo Testamento, la tematica di Jhwh liberatore del popolo. La rivendicazione della libertà della coscienza di fronte ai poteri del mondo è all'origine dell'esistenza del popolo cristiano. Già l'apologeta cristiano del Il secolo Tertulliano esclamava, parlando dell'essenza della religione, che «non fa certo parte della religione imporre la religione stessa». Certo, nel seguito della storia cristiana non sempre la cosa è stata così chiara e praticata dagli uomini di Chiesa e dai cristiani di potere, e tuttavia il messaggio, all'origine, è e resta quello. Che dopo quasi diciotto secoli da Cristo il tema della «libertà» sia stato una delle rivendicazioni dei rivoluzionari francesi, non toglie il fatto che quel tema era e restava un contenuto originale e distintivo del messaggio cristiano.
    I ritardi della Chiesa come istituzione umana, che ha osteggiato per tanto tempo la realtà e la pratica della libertà di coscienza - anche per colpa di chi, rivendicandola, la presentava semplicemente come la negazione di ogni verità e di ogni dovere -, e che perciò ha dovuto 'arrivare fino al travaglio del Vaticano Il per dichiarare con netta univocità che la libertà di coscienza non è una «pazzia», ma un autentico diritto della persona, rispettato da Dio e quindi da rispettare anche dagli uomini, è un segno del ritardo umano a convertirsi sul serio a Cristo, ma non è che un ritorno alla lettera e allo spirito del Nuovo Testamento, in cui l'elogio della libertà, quella libertà frutto del dono di Cristo, è pieno fin dall'inizio.
    Stesso discorso, ancora più netto, per la «fraternità». Anche in questo caso la riscoperta, a parole, del termine, da parte dei rivoluzionari che la praticarono così poco, non è che la conferma storica che al fondamento di essa può e deve porsi unicamente la paternità di Dio, e quella figliolanza divina che in Cristo ci rende tutti, davvero, fratelli. I ritardi dei cristiani non cancellano la prontezza dello Spirito Santo, e l'odierna riscoperta della solidarietà, così massiccia ai nostri giorni, trova radicale sorgente in quella rivelazione-presenza di una figliolanza divinamente donata.
    Un rilievo del tutto singolare assume, qui, il tema dell'«amore». Non per nulla nel Nuovo Testamento si può dire che è l'unica vera e propria definizione di Dio, e l'unico segno distintivo dei discepoli di Cristo, l'unico comando che egli ha lasciato agli uomini, l'unico mestiere che ha esercitato fino in fondo, l'unico dovere che non ha limiti di tempo e di spazio, l'unica eredità che unifica la storia e l'eternità, l'unica virtù il cui esercizio non deve avere altra misura che l'infinito. «Dio è amore» (lGv 4,16), noi «alla sera della vita saremo giudicati sull'amore» (Giovanni della Croce), e la vocazione cristiana è quella in cui l'uomo diventa, identica-mente, l'Amore che è Dio stesso, come intuì meravigliosamente «la più grande santa dei tempi moderni», Teresa di Lisieux, proclamata tale da papa Pio XI, che nel 1896, a 23
    anni, trovò finalmente, per se stessa e per tutti noi, l’unica radicale vocazione cristiana: «Finalmente ho trovato la mia vocazione... Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l'Amore, così sarò tutto...».
    Per questo, e non per altro, la storia umana è stata così piena della sete dell'amore, in tutti i sensi, e anche in quelli sbagliati riluceva sempre una scintilla di quello vero, fontale, che era la rivelazione-dono dell'amore nel Verbo incarnato. Questa realtà è diventata «carne e sangue» di tutti gli uomini non ciechi, e con l'eco di essa si spiega come mai uomini diversissimi, e anche ritenuti lontani dalla verità cristiana, abbiano espresso con meravigliosa sintonia questa nota unificante e suprema.
    Abbiamo letto sopra, sotto la penna di Karl Marx, l'elogio del «precetto cristiano dell'universaie amore per l'uomo», e perciò lo scrittore Albert Camus ha potuto scrivere che «non essere amati è una semplice sfortuna: la vera disgrazia è non amare». «Se non amo, non sono niente»: è l'eco precisa dell'inno paolino della carità in un verso del tragediografo Jean Racine. E il folle Nietzsche, filosofo tedesco, ha scritto che «nel vero amore è l'anima che avvolge il corpo», mentre un altro pazzo dell'arte, il poeta Novalis, ha scritto che «la religione cristiana è essenzialmente la religione della voluttà». «A vivere senza che nessuno ti voglia bene si diventa cattivi», è l'opinione motivata dello scrittore Théophile Gautier; e il poeta Louis Aragon ha scritto che «la vera prova dell'esistenza di Dio è l'amore».
    Ben altro ci sarebbe da scrivere ancora, per illustrare il rapporto reciproco tra il Grande Codice, che poi è Gesù di Nazaret della stirpe di Davide, vivo nella sua parola e nella sua Chiesa al di là di tutte le infedeltà umane, e la storia dell'uomo.
    L'esito di ogni fede che, come tale, «deve continuamente pensare» (Giovanni Paolo Il), non è altro che l'impegno e la responsabilità nuova per l'annuncio di sempre, intrecciato nella realtà che ci troviamo a vivere oggi.



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    L'umano nella letteratura


     Strumenti e metodi
    per formare ancora


    Per una "buona" politica


    Sport e vita cristiana


     Passeggiate nel
    mondo contemporaneo


    Un "canone" letterario
    per i giovani oggi