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    La “dimensione sociale” della fede


     


    Joseph Doré

    (NPG 2005-01-61)


    In alcuni ambienti di chiesa si chiede di sottolineare sempre di più la “dimensione sociale” della fede cristiana. Se in questa sede uso le virgolette, non è soltanto per mettere in rilievo un’espressione divenuta abbastanza usuale. È anche per mettere subito all’erta sulla sua possibile ambiguità.
    Alcuni vi scorgono infatti il segno di una deriva gravemente secolarista e secolarizzante della fede e della vita cristiana. Altri, invece, se ne servono per evidenziarne certe implicazioni (più o meno dirette) e dunque dei compiti (più o meno precisi) senza i quali, a loro avviso, la fede non solo perderebbe molto del suo impatto e della sua diffusione nel mondo, ma verrebbe meno ad alcuni suoi obblighi più peculiari fino, addirittura, a snaturarsi. Per tentare di vederci più chiaro, la cosa migliore è di procedere passo per passo.

    La fede è personale

    Cominciamo con un dato evidente: la fede è senza dubbio e incontestabilmente un fatto personale. Essa deriva, in effetti, da una scelta, da una decisione, da una adesione.
    “Io credo in te” è come “Io ti amo”: sono io che parlo e non un altro; e io impegno me stesso in quello che dico! La fede nasce, vive e cresce dalla decisione, sempre personale e sempre da rinnovare personalmente, di viverne e farla vivere.
    D’altra parte, non si può assolutamente negarlo: la fede va a Dio! Essa è riconoscimento e confessione del Dio vivente e vero, che è Padre, Figlio e Spirito santo. Se la fede è personale, essa lo è in quanto teologale.

    La fede è comunitaria

    Bisogna tuttavia apportare subito una precisazione essenziale: la fede più personale e più teologale non esiste mai senza il riferimento ad altri credenti: si esprime necessariamente in uno “spazio” comunitario.
    Se già non nasce naturalmente da noi stessi, essa non ci viene però neanche verticalmente in un rapporto da solo a solo con Dio: noi la riceviamo sempre attraverso gli altri. E dopo, una volta effettivamente ricevuta, la fede non si mantiene e non si sviluppa che attraverso e all’interno di una comunità.
    Quindi, in ogni cuore, la fede è sempre al contempo anche la fede di “un popolo”. Essa contiene in se stessa un aspetto di incontro e di condivisione: di vita mediante, con e per gli altri.

    La fede è ecclesiale

    Ma i credenti che sono i cristiani non si rapportano agli altri soltanto per quanto riguarda la nascita e la crescita della loro propria fede personale. Infatti, in risposta all’appello di Dio e con il dono dello Spirito Santo, essi si riuniscono per costituire insieme il Corpo di Cristo.
    Proprio in questo modo ricevono la missione di testimoniare che il disegno di Dio non si limita a salvare degli individui, fosse anche una moltitudine di individui. Egli mira a radunare un popolo di salvati e di viventi, di beati e di santi. In altre parole: per la fede cristiana il “rinvio” ad altri non è solo condizione di nascita, di mantenimento e crescita, ma è anche chiaramente una forma di esistenza. Pur essendo personale (come è giusto che debba essere) la fede non è dunque soltanto comunitaria ma schiettamente ecclesiale.
    Questa ecclesialità della fede, sottolineiamolo, può del resto assumere numerose forme concrete: parrocchia, movimento, comunità di vita, congregazione religiosa, ecc. In effetti qui si verifica una certa ampia diversità. Questa è il segno di una grande ricchezza e di una vera elasticità che noi possiamo e dobbiamo considerare come rivelatrici della libertà degli figli di Dio nella comunione della Chiesa.

    La fede è caritativa

    Bisogna compiere ancora un passo: questa chiesa, che è quindi la condizione e la forma stessa della sussistenza della fede, non è destinata, tuttavia, a vivere soltanto per se stessa, incentrata su se stessa.
    Essa è chiamata nel mondo per essere inviata nel mondo; inviata nel mondo per viverci e per farlo vivere nel rispetto, certo, di ciò che esso è… ma anche per testimoniargli di ciò in cui crede la fede, come, ad esempio, che esiste un Dio vivo, che ama il mondo e vuole salvarlo.
    Ora, non c’è alcuna seria opportunità di portare il mondo a credere in un Dio che lo ama, se non glielo si mostra attraverso e nei comportamenti di amore. Comportamenti che, di nuovo, non sono soltanto prerogativa degli individui, ma che rivelano al contrario, almeno per quanto possibile, dei veri e propri servizi organizzati.
    Va chiaramente menzionato tutto il campo dell’attività caritativa dei cristiani. Occorre ricordare che l’azione di carità, sia come intervento organizzato che come solidarietà vissuta, non rappresenta soltanto la condizione per l’annuncio della fede e la conseguenza della vita di fede. Al contrario, essa è anche, nel suo insieme espressione e criterio necessari per una fede autenticamente cristiana.
    Questo è proclamato molto chiaramente nel Nuovo Testamento: nessuno può presumere di amare “nella fede” Dio, che non vede, se non ama “in atti e verità” il fratello che vede. In questo senso non è da dubitare che accanto all’annuncio della parola della fede (la prophetia) e della celebrazione dei sacramenti della fede (la leitourgia), occorre mantenere il servizio della carità in nome della fede (la diaconia) per un vero ministero della chiesa: il terzo.

    La fede è sociale

    Anche se si rivela indubbiamente sempre più necessario, il servizio caritativo di cui abbiamo parlato non basta, però, all’incarnazione della fede nel mondo.
    Esso è sempre di più necessario nella nostra società, perché vi sono sempre delle questioni da risolvere e in numero crescente.
    I poteri pubblici, malgrado tutto ciò che possano intraprendere e realizzare, non solo non arrivano a rispondere a tutti i bisogni, ma restano terribilmente carenti di fronte ai bisogni più scottanti. Non c’è da stupirsi, allora, se tanti cristiani sentono di dover concretizzare il loro impegno in vari gruppi, associazioni e movimenti, come ad esempio la Caritas, ma non solo!
    Tuttavia l’aspetto caritativo è insufficiente. Innanzitutto perché, per quanto resti assolutamente necessario, rischia sempre di costituire un semplice contributo rispetto all’insieme dell’organizzazione sociale, di cui comunque compensa opportunamente i numerosi deficit. Stando così le cose, i credenti devono andare più lontano: ad essi viene richiesto di fornire essi stessi il loro apporto a tale organizzazione sociale. Ciò nella misura in cui è proprio a questa che spetta primariamente la responsabilità e il compito di provvedere alle necessità del corpo sociale, a cominciare da quelle più urgenti.
    Appare nettamente, nella fede, una dimensione sociale nel significato stretto, immediato e usuale del termine: impegno nella società civile e secolare, secondo la diversità delle professioni, delle organizzazioni, delle associazioni o delle istituzioni che essa comporta.
    Perciò è anche con il prendere il loro posto nei servizi stessi di cui la società si è dotata, che i credenti sono chiamati a dar prova che il Dio della loro fede ama il mondo, e non solamente organizzando dei tipi di prestazioni sociali che sono loro propri.
    Sempre assolutamente personale, la fede non è pertanto sociale soltanto in senso comunitario, ecclesiale e caritativo. Essa lo è manifestamente anche nel senso in cui coloro che la professano si vogliono e sono di fatto coinvolti e attivi (in nome della loro fede, e anche se non sempre in situazione di dichiararla espressamente) nell’organizzazione e nelle istituzioni della società come tale: quartieri e distretti; industria o amministrazione; associazioni, movimenti e sindacati; mondo dell’economia e della politica, ecc.

    La fede è missionaria

    Quanto abbiamo indicato non esaurisce ancora completamente il rapporto della fede nei confronti del mondo!
    I bisogni degli uomini e delle donne (siano essi bambini, giovani, adulti o anziani), non sono infatti soltanto di ordine materiale, socio-economico o socio-pedagogico.
    Essi sono anche, e pare ci si renda sempre più conto, di ordine spirituale.
    Si può anche formulare la cosa in maniera più esplicita: in fin dei conti bisogna riconoscere che, tra i bisogni “sociali” della nostra epoca come di tutte le epoche, ce n’è uno di ordine spirituale. Ora, anche questo merita evidentemente di essere preso in considerazione nella sua specificità.
    Allora si deve riconoscere che coloro che si applicano a rispondere il più possibile a questa categoria di bisogni umani del tutto particolare, e di capitale importanza, fanno anch’essi, a proprio titolo, opera sociale!
    In questo senso, si può dire senza timore che la fede e la chiesa, nel momento in cui compiono correttamente la loro missione spirituale, di fatto contribuiscono realmente ed efficacemente alla vita della società secolare.
    Ciò non è forse evidente, ad esempio, con le persone che vanno a visitare i carcerati e con coloro che accompagnano i malati? E come negare che nello stesso svolgimento del loro ministero sacerdotale, numerosi sacerdoti hanno aiutato diverse coppie a ritrovare la pace del cuore? Chi non vede, infine, che insegnamento religioso, catechesi e pastorale sono veramente in grado di aiutare molte persone in cerca di valori o di punti di riferimento nella loro vita, a scoprirli davvero e a vivere su di essi?
    E ancora: la fede mostra una dimensione che si può anch’essa definire “sociale”, poiché va oltre gli individui e le persone, per toccare il campo comune della loro esistenza nella società. Molto chiaramente, questa dimensione della fede contribuisce ad estenderne l’irraggiamento proprio, e al tempo stesso ad allargare il cerchio di coloro che la professano. In questo senso la fede va detta propriamente missionaria o apostolica e preoccupata, dunque, della propria estensione nella società; ciò non significa assolutamente che essa sia o debba volersi proselita, clericale o trionfalista!

    La fede è ministeriale

    Vi è poi un ultimo aspetto della “socialità” della fede.
    Perché questa compia la sua missione e, più precisamente, l’insieme delle missioni che le vengono riconosciute, occorre che la fede viva e quindi possa esistere come tale nella durata. Ciò presuppone che essa abbia i mezzi per organizzarsi nella sua esistenza e nel suo funzionamento specifico, nell’ambito stesso della società.
    Ciò richiede, pertanto, che essa si dia e prenda delle forme istituite che le permetteranno di far esistere, di articolare e di strutturare gli uni in rapporto agli altri, dei servizi appropriati, delle funzioni specializzate, delle responsabilità coordinate, ecc.
    E cioè la fede e la vita della fede non sono concepibili al di fuori di ciò che esse chiamano una ministerialità.
    Nuova e del tutto peculiare dimensione “sociale” della fede, a cui in un certo senso tutte le altre si riferiscono, ma che trae, comunque, il suo pieno significato in funzione di tutte quante.

    (Per gentile concessione di La Documentation Catholique, Parigi; Traduzione di Alessandra Piergentili)



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