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    Sapienza: il sapore del mondo



    Educare al pensiero /7

    Raffaele Mantegazza

    (NPG 2007-09-44)

    Ma c’è una vita sola
    Non ne sprechiamo niente
    In tributi alla gente
    O al sogno
    Francesco Guccini, Canzone quasi d’amore


    «Non sa di niente»: il linguaggio popolare designa in questo modo una persona che risulta poco significativa e poco interessante, dal punto di vista delle conoscenze e competenze così come dal punto di vista delle relazioni. Il carattere sapido e saporito di chi «sa» realmente qualcosa è contrapposto all’insipienza dell’insipiente, che non sa niente (e crede di sapere) e non sa di niente (e chiede di avere sapore). La connessione tra sapere e sapore, non limitata ovviamente al dato etimologico, è visibile nell’idea di sapienza, sviluppata soprattutto dall’Antico Oriente [1] e in particolare (ma non solo) nel testo biblico.
    Per Israele come per gli altri popoli la sapienza è una scienza pratica: non è basata sulla teoria ma piuttosto sul mondo dell’esperienza, sulle competenze pratiche che necessitano per orientarsi in esso, sulle perizie professionali e soprattutto artigianali; ma la sapienza si assume anche il compito di venire a capo della vita, e dunque di capire se dall’intrico degli avvenimenti emerga una sorta di regolarità, di quale regolarità si tratti e soprattutto quali siano le conseguenze pratiche, per il comportamento umano, del reperimento di questo ordine.
    Per la sapienza il Caos è Cosmo: il mondo è ordinato perché è stato creato, e dunque deve necessariamente contenere un principio d’ordine: ma l’affermazione davvero straordinaria è che tale principio è comprensibile da parte degli esseri umani, e non costituisce un segreto della divinità, ma anzi è stato a sua volta rivelato («ai piccoli») nel momento della Creazione; Dio insomma non è un artigiano geloso che vuole tenere nascosti i principi del suo lavoro, anzi vuole che l’uomo «gli rubi il lavoro» per potersi fare continuatore e per certi versi co-autore della sua opera.
    Anche per questo, «le sentenze della sapienza affermano e sono esempi di una verità empirico-gnomica, il che significa che essa è sempre aperta e incompiuta, che è possibile che sussistano l’una di fianco all’altra due proposizioni contraddittorie e una non smentisca l’altra, perché si tratta di più particelle di ordine che convivono»).[2] Di qui anche l’aspetto sempre dinamico delle affermazioni sapienziali, un dinamismo che dipende dal fatto che «il mondo è l’operare costante di YHWH e si cerca sotto le cose un ordine che tale si mostra alla sua fede».[3]
    Ma dove la sapienza viene situata nell’alveo che le è più proprio e dove essa può disimpegnare il suo vero potenziale euristico è nella relazione educativa: «quando la sapienza viene posta al servizio della formazione essa cambia di carattere, diventa didattica in senso diretto; il maestro non dà ordini ma consigli che non richiedono obbedienza ma verifica, si rivolge al giudizio di chi ascolta e vuole facilitarne la decisione».[4]
    La conoscenza dell’ordine che sottostà al mondo è allora guidata dal maestro, e al maestro sono restituite le due dimensioni che forse gli sono proprie e che i nostri tempi bui hanno dimenticato: anzitutto, il suo essere artigiano, maestro del «fare bene le cose» che sappia mostrare un «come si fa» che sia diverso da un «come funziona», e che soprattutto costituisca sottrazione e deviazione dalla strada della facilitazione a tutti i costi; un maestro che sappia rallentare i tempi dell’insegnamento e dell’apprendimento, senza rincorrere quelli della produzione ma senza appiattirsi su quelli della vita; un maestro che sappia fare spreco di tempo (l’unica dimensione dello spreco che riteniamo pedagogica) per rispettare e insegnare i tempi dell’oggetto; un maestro insomma che nel suo fare le cose e mostrare come le cose si fanno, sottoponga se stesso e i suoi allievi alla disciplina dell’oggetto.
    E in secondo luogo, il suo essere maestro di sapienza, nel senso giudaico e antico-orientale del termine: che porti a vivere il quotidiano e il consueto, intuendo e mostrando però una profondità del quotidiano, un’ulteriorità del consueto, un vero e proprio mistero della e nella quotidianità; un maestro che riattivi la possibilità di vedere e scoprire nuove dimensioni di senso nell’oggetto, mantenendolo però tenacemente nel qui e ora, che impari e insegni ad usare gli oggetti non nel senso di compiere nuove azioni ma di liberare gli atti e i gesti quotidiani dalle incrostazioni che l’abitudine ha steso su di essi.
    La sapienza vive della precarietà umana; sa che c’è una vita sola, anche se crede nell’aldilà, e vuole imparare a gustarla fino in fondo; non con il gesto prometeico di chi crede di essere unico padrone della propria vita, ma con l’indagine ironica e divertita di chi scorge segrete intramature delle cose – nel loro verso nascosto, nel retro del foglio.
    Per lo sguardo sapienziale gli oggetti rimangono ancorati a una dimensione quotidiana, la loro materialità non rinvia tanto al di là di essi in direzioni mistiche o profetiche, ma fa intuire una profondità del quotidiano, un’ulteriorità del consueto, un vero e proprio mistero della e nella quotidianità. L’uso dell’oggetto, soprattutto nella dimensione del rituale, ma di una ritualità che non fonda gesti straordinari ma che permea di sé la gestualità del quotidiano, si trasforma in possibilità di vedere e scoprire nuove dimensioni di senso nell’oggetto stesso, mantenendolo però tenacemente nel qui e ora. Si deve allora imparare ad usare gli oggetti non nel senso di compiere nuove azioni, ma di liberare gli atti e i gesti quotidiani dalle incrostazioni che l’abitudine ha steso su di essi.
    Ma il dramma della sapienza è che essa sa fin da principio che esiste comunque uno iato tra l’ordine che essa può trovare e verificare al di sotto delle cose del mondo, e la possibilità che quest’ordine venga confermato dal corso della storia; ed è proprio nei momenti più bui di più aspra crisi, che la sapienza viene posta a confronto con i propri limiti. Ciò è evidente nel libro di Giobbe: «Il libro è sapienziale ma di una sapienza che contesta se stessa. Ne esce malconcia la sapienza ebraica i cui principi sono contestati dalla realtà dei fatti. La soluzione proposta dal libro (possibile solamente per il popolo di Israele) è accettabile solamente per chi come Giobbe rinuncia al concetto sapienziale di un universo ordinato e armonico e si inserisce in quello spesso duro, paradossale e irrazionale della fede».[5]
    Non che la fede sostituisca la sapienza (e più in generale la ragione) quando questa vien meno nei periodi di crisi: sarebbe ben poca fede, ancor meno seria di quella giustamente fustigata da Pascal. La situazione è del tutto diversa; la sapienza esaurisce il suo compito quando constata lo iato tra realtà e progetto, tra l’ordine delle cose e la «facies» che le cose stesse mostrano al mondo, e quando constata la propria impotenza a far sì che ideale e reale combacino, progetto e realizzazione si sposino. In questo senso la fede non è scacco della sapienza, ma ricezione da questa di un testimone, in continuità nonostante la rottura.
    Il tutto è ancora più chiaro nel Qoelet: «Parlare del senso dell’esistenza umana è un tema tipicamente sapienziale, ma il testo parla di una crisi della sapienza (cf Giobbe del quale Qoelet termina l’opera di contestazione e toglie all’uomo ogni speranza di poter comprendere l’ordine dell’universo). Uno scetticismo che contrasta con la mentalità ottimistica della Bibbia. La crisi della sapienza è attestata in tutto il Vicino Oriente, aggravata in Israele dai contatti con la filosofia ellenistica che vede entrare in scena la rassegnazione e una valutazione del tempo come entità ciclica. La fede subentra alla Sapienza che è fallita come tentativo umano di dominare l’esistenza».[6]
    L’uomo dovrà ancora imparare che è l’idea di dominio a dover essere abbandonata e che la sapienza si nega proprio a chi vuole usarla come principio di dominio. L’ordine sottostante le cose non è un ricettario per poter poi agire sulla realtà massimizzando i propri profitti (come in certi rituali magici e come nei calcoli dei trend di mercato propri degli economisti moderni), ma semmai è testimonianza dello scacco dei progetti umani che non si inseriscono, anche passivamente, nel progetto divino.
    «Sapere di qualcosa» è importante, soprattutto nella Bibbia che ritiene l’«avere un buon nome» (shem-tov) un obiettivo primario nella vita. Anche «sapere qualcosa» è importante, sul piano sia tecnico che morale. Ma lo scacco della sapienza porta alla consapevolezza che importante è soprattutto «essere saputi», «essere conosciuti», «essere chiamati per nome» da Colui il cui nome è, anche per la sapienza, impronunciabile.

     
    NOTE

    [1] Cf Mario Liverani, Antico Oriente, Roma-Bari, Laterza, 2000.

    [2] Gerhard vor Rad, Teologia dell’Antico testamento vol. I: teologia delle tradizioni storiche di Israele, Brescia, Paideia, 1976, Vol., I, pagg. 470-495.

    [3] Ibidem.

    [4] Ibidem.

    [5] Ian Alberto Soggin, Introduzione all’Antico Testamento. Dalle origini alla chiusura del canone alessandrino, Brescia, Paideia, pagg. 473-479.

    [6] Ivi, pagg. 486-488.


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