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    La professione nel nostro sistema sociale



    Mario Pollo

    (NPG 1973-12-38)

    L'editoriale sulla «professione», presentato nel numero di ottobre 1973, ha indicato con sufficiente ampiezza e chiarezza il taglio del nostro discorso. È quindi abbastanza facile situare a quadro i vari articoli che man mano compariranno sulla rivista: basta riandare a quelle pagine, soprattutto a quelle conclusive dove è trascritto lo schema ideologico e gli sviluppi operativi del «progetto» (1973 /10, pag. 14-18).
    Abbiamo una sola preoccupazione pratica: l'invito a ricollegarsi alla globalità. Lo sviluppo di un argomento così nevralgico e «caldo» come può essere quello sulla professione, attraverso le pagine di una rivista, ha sempre il rischio della frammentarietà e quindi della parzialità.
    Non è possibile - e forse neppur opportuno - seguire un filo logico tra uno studio e l'altro, perché la rivista non può essere un «libro a puntate».
    I singoli articoli sono invece tessere di un più vasto mosaico: dall'insieme assumono luce e significato. Perché è nell'insieme che le ombre ritrovano un sapore di contorno alla luce e i giudizi positivi e negativi si stemperano verso quel realismo di identità cristiana che ci sta fortemente a cuore.
    È nell'insieme che le analisi sociologiche ingranano con gli studi più direttamente teologici; e le sintesi educative (come quella di Anfossi presentata nel numero scorso) diventano motivate.
    Cercare la completezza e l'armonia delle parti in un solo intervento... è impresa disperata: impossibile dal punto di vista editoriale e troppo minacciata di qualunquismo, dal punto di vista del lettore.
    Ma di questi argomenti abbiamo parlato a lungo, nell'editoriale citato.
    La lunga premessa e il rimando a quelle pagine sono importanti anche per situare questo studio di M. Pollo.
    L'autore si pone in una chiara prospettiva sociologica, alla scoperta del significato e della possibilità di una rifondazione della professione, nell'oggi del nostro sistema culturale e strutturale. Le sue analisi sono essenziali, per non progettare sul piano educativo scivolando sulla tangente delle facili ma vuote parole. Ma né dogmatiche né conclusive: stimolano al confronto e provocano la faciloneria di una certa prassi. Hanno bisogno però del confronto operativo con il dato teologico, per ritrovare uno spessore di maggior speranza (e il prossimo studio sarà proprio a questo livello); ed hanno bisogno di una mediazione più chiaramente educativa e pastorale, per non correre il rischio dell'integrismo o del genericismo (che spesso ne è logica conseguenza) nel momento della traduzione operativa. Quella che di fatto sta a cuore ad ogni lettore.
    Nell'articolo si parla di due argomenti che la rivista ha già affrontato con una discreta sufficienza di analisi. L'autore, per non appesantire l'elaborato, ha preferito accennare ai problemi più direttamente legati al tema, rimandando per tutto il resto a quanto già scritto.

    UNO SGUARDO RETROSPETTIVO PER CAPIRE L'OGGI

    Per fondare l'analisi della evoluzione del lavoro e della professione mi sembra opportuno partire da alcune considerazioni di carattere generale che riguardano lo sviluppo dell'organizzazione sociale. Queste considerazioni non sono di carattere storico in quanto sono sommarie ed abbracciano un arco di tempo quasi mitico che va dalla comparsa delle prime comunità preistoriche ai giorni nostri. La sommarietà dell'analisi non esclude però la sua approssimazione e la sua utilità per la comprensione del fenomeno oggetto di studio.

    Un impianto professionale senza specializzazioni

    Un dato costante che emerge immediatamente all'osservazione dei documenti storici è l'aspetto evolutivo dell'aggregarsi umano nella direzione di un sempre maggior grado di differenziazione, meccanizzazione, complessità. I primi sistemi sociali storici o comunque pre-letterari erano, e sono nelle comunità preletterarie ancora esistenti oggi, caratterizzati da un alto grado di omogeneità e di globalità, nel senso che tutti i membri del gruppo tribale, salvo poche eccezioni, svolgono le stesse funzioni. Non vi sono specialisti o funzioni specializzate, il membro adulto della tribù è simultaneamente cacciatore e-o contadino, guerriero, politico, artigiano, artista, ecc... Le uniche funzioni specializzate sono quelle di tipo magico che sono centralizzate in un numero limitato ed unico di persone. La cultura, l'informazione non sono centralizzate e raccolte in documenti, ma sono diffuse a livello di cultura orale in modo uniforme tra i membri del gruppo. Naturalmente questo stato massivo, diffuso, del sistema gruppo è possibile solo in quanto il rapporto che il gruppo ha con l'ambiente, ed i suoi processi di elaborazione dell'informazione e della materia-energia sono alquanto semplici e postulano un rapporto simbiotico di dipendenza dalla natura. In altre parole il gruppo ha un sistema molto limitato di bisogni ai quali assolvere, e nel contempo riduce al minimo le azioni di trasformazione della natura e dell'ambiente circostante.
    L'adattamento del gruppo all'ambiente perciò è passivo in quanto consiste solo nel plasmare la propria azione, il proprio comportamento in modo dipendente e subordinato alla natura. Ad esempio, una coltura agricola la si fa dove c'è l'acqua; non si trasporta l'acqua con sistemi irrigui; se un terreno è esaurito lo si abbandona...

    Le prime specializzazioni

    Il passaggio da un adattamento passivo ad un adattamento attivo, da un rapporto di dipendenza dalla natura ad uno di trasformazione, è l'indice di un decollo del processo di differenziazione e di specializzazione delle funzioni del gruppo. Per esemplificare meglio il concetto, si può fare il raffronto con la crescita e lo sviluppo dell'essere umano il quale passa dallo stato massimo indifferenziato nei primi giorni ad una specializzazione ed a una relativa indipendenza dei propri organi sensomotori che svolgono funzioni particolari, indipendenti anche se integrate in un disegno comportamentale più vasto, di tipo globale dell'essere umano.
    Per ogni sistema umano, sociale od in senso più lato biologico, l'evoluzione, la maturazione, la crescita è connessa con un processo di differenziazione, specializzazione e meccanizzazione del sistema stesso.
    Questo processo di differenziazione della comunità tribale pare sia decollato, stando all'analisi dei reperti archeologici orientali, con il passaggio da una economia di rapina (caccia-pesca, raccolta dei prodotti naturali...) ad una economia di trasformazione della natura. Nel passaggio cioè dalla caccia all'agricoltura ed all'addomesticamento degli animali, ossia alla produzione organizzata del cibo. Questo passaggio così importante per lo sviluppo dell'umanità è avvenuto nell'epoca che gli archeologi hanno denominato «Neo-litico».
    Nel neolitico però il fine del lavoro e quindi dell'economia era ancora quasi esclusivamente la ricerca del cibo ed i villaggi erano ancora così poco popolati da non consentire la produzione di eccedenze di cibo tali da consentire il mantenimento di una équipe di specialisti che, liberati dalla ricerca pressante del cibo, si dedicassero esclusivamente alla ricerca dei minerali, alla loro fusione e lavorazione.
    Sembra però che alcuni villaggi particolarmente evoluti avessero almeno un «sacerdote professionale» ed uno specialista addetto alla lavorazione del metallo. Generalmente però erano alcune persone che dedicavano il tempo libero dalla ricerca e produzione di cibo a svolgere queste prime funzioni specialistiche, forse per acquisire «maggior prestigio sociale». La ricerca del prestigio sociale come motivazione alla professione specialistica, pur essendo una supposizione impossibile a provare, non sembra essere considerata nella realtà sociale attuale, del tutto infondata. Al di là di tutto resta comunque il fatto certo che questo processo di differenziazione delle funzioni all'interno della comunità è andato progredendo di pari passo con il continuo progredire dell'adattamento umano all'ambiente verso sempre maggiori forme di «trasformazione ed interpretazione della natura» ed ha creato una forma di gerarchia sociale delle funzioni traducibili in termini di distribuzione ineguale dei beni, del prestigio, del potere, e della possibilità di autorealizzazione individuale e sociale.

    Un'embrionale «divisione» del lavoro?

    La divisione delle funzioni è avvenuta secondo una direttrice che ha relegato in posizione subalterna i produttori del cibo rispetto agli specialisti che ad un determinato momento non richiedevano più solo alla comunità il necessario al sostentamento ma una parte, sempre crescente, di beni superflui.
    In questa prospettiva di sviluppo si assiste poi al centralizzarsi dei servizi specialistici durante la rivoluzione urbana, che avvenne prima nelle valli del Nilo, del Tigri-Eufrate e dell'Indo in comunità che storicamente sono all'origine di quella che nei tempi storici è stata chiamata la città.
    La caratteristica principale di questa trasformazione sta nel fatto che mentre prima il sovraprodotto alimentare era distribuito tra una miriade di piccole comunità, ed alla fin fine non permetteva per le sue modeste dimensioni servizi specialistici molto estesi, ora esso viene a concentrarsi nelle città dove i mercanti garantiscono su vasta scala il rifornimento delle materie prime necessarie anche per i modesti bisogni dei singoli villaggi che altrimenti non potrebbero affrontare in proprio la ricerca, ed il trasporto di questi materiali.

    La struttura piramidale

    Il vero decollo perciò delle funzioni specialistiche, «professionali», ha inizio con le prime concentrazioni di «capitale» e con la prima rivoluzione urbana della storia dell'umanità.
    Il dato che occorre rilevare dopo la descrizione è che tale differenziazione del primitivo sistema sociale, non avviene secondo linee di eguaglianza, ma come si era già detto prima secondo una linea gerarchica di disuguaglianza. In pratica vediamo che le primitive comunità indifferenziate perdono a livello globale alcune funzioni che vengono accentrate, in particolar modo le funzioni «decisionali». Lo stesso patrimonio cognitivo e culturale perde la sua caratteristica di omogenee diffusioni per accentrarsi in alcuni gruppi di persone. Si prenda per esempio la conoscenza inerente la fusione e la lavorazione dei metalli che prima era diffusa tra tutti i membri della comunità e che diventa patrimonio di pochi specialisti che la tutelano con un segreto quasi magico. La stessa funzione magico-religiosa che prima poteva essere esercitata da qualsiasi membro della comunità, diventa esclusiva conoscenza e dominio di un piccolo gruppo. Questa conoscenza esclusiva diventa uno strumento molto forte di potere e conduce anche all'incremento di quel capitale primitivo nato con la differenziazione delle funzioni. Se l'urbanesimo, la specializzazione delle funzioni, da un lato garantiscono il progresso tecnico-scientifico, dall'altro creano una forte struttura sociale di diseguaglianza e danno inizio al secolare dislivello di vita tra città e campagna.
    Il sistema sociale si differenzia perciò in sottosistemi aventi funzioni specifiche e diversificate, organizzati secondo un modello piramidale che attribuisce secondo la posizione occupata dal sottosistema l'importanza ed il prestigio della mansione.
    Man mano che si sale nella scala gerarchica il numero dei membri componenti i vari sottosistemi diminuisce sino ad arrivare, nelle monarchie assolute, al sottosistema decisore più importante costituito da una sola persona.
    Questo nuovo assetto del sistema sociale crea una serie di importanti situazioni che è indispensabile analizzare se si vuole comprendere il significato «odierno» del termine «professione». Questi fenomeni principali sono: divisione tra capitale e lavoro, accumulazione del potere decisionale e dell'informazione al vertice del sistema, comparsa della selezione sociale sulla base della capacità di adattamento al sistema, spostamento del fine del sistema dalla sopravvivenza alla trasformazione dell'ambiente secondo direttrici non primarie e quasi sempre con criteri (molto spesso paranoici) di autoaffermazione del sistema e dei sottosistemi decisori che si identificano con esso.

    PROFESSIONE E LAVORO, OGGI

    Questa primitiva differenziazione è andata con il passar del tempo accentuandosi sino ai sistemi odierni che esprimono in misura esasperata questa differenziazione.
    Ciò che è importante cogliere è il fatto seguente: che le funzioni connesse con la «parte alta» del sistema sono andate configurandosi come professione mentre quelle basse come lavoro.
    L'evoluzione del sistema sociale ha portato, e questo è avvenuto in modo più evidente nelle società industriali, ad una netta divisione tra funzioni esecutive e funzioni decisionali. Basti pensare alle mansioni operaie dell'inizio dell'industrializzazione che richiedevano tutta una serie di decisioni e di iniziative legate alla esperienza professionale come ad esempio la scelta del materiale, la successione e l'organizzazione delle varie fasi di una lavorazione. Ora anche le mansioni più specialistiche, salvo alcune mansioni «anomale», sono strettamente codificate, pianificate e l'operaio è solo più un esecutore accurato anche se, in pochi casi, ad altissimo livello. Lo stesso fenomeno si è verificato anche a livello di mansioni impiegatizie anche esse trasformate a quasi tutti i livelli, almeno nelle grandi concentrazioni industriali, in mansioni molto parcellizzate e tendenzialmente esecutive, nonostante alcuni aspetti creativi.
    I criteri base secondo i quali avviene la collocazione degli individui all'interno delle varie funzioni produttive (decisionali od esecutive) sono normalmente determinati dai seguenti fattori: a) classe sociale di appartenenza, b) livello di istruzione, c) integrazione alla «cultura dominante», d) potere economico posseduto in proprio o per alleanza, e) alto grado di efficienza razionalistica, f) accentuata capacità competitiva, g) proiezione dello scopo della propria vita al di fuori di sé nel senso che l'indice della propria affermazione è costituito dagli oggetti prodotti e posseduti.
    Questi fattori non sono però da soli sufficienti anche se necessari perché la possibilità di accesso alle funzioni decisionali è facilmente determinata dalla collocazione sociale alla nascita, anche se è tipico delle società capitalistiche l'affermare il contrario quando vengono presentati come modelli le persone che «si sono fatte da sé» ed hanno avuto successo.
    Si tratta di eccezioni utili al sistema per stimolare le «energie migliori» alla scalata sociale e quindi il proprio arricchimento e ricambio, pena la sclerosi del sistema stesso.

    Scuola e lavoro

    Il canale di comunicazione principale che ancor oggi consente alle classi dominanti di cooptare al proprio interno nuove energie portate da individui «mobili professionalmente verso l'alto» è costituito dalla scuola «tradizionale»,[1] oltre che dal «lavoro». Tale scuola è stata ed è, anche se oggi questa funzione è fortemente in crisi, il filtro principale era classe subordinata e classe dominante e cioè tra funzioni esecutive e decisionali.
    È evidente che la struttura del filtro è costituita dalla selezione attuata sulla base dell'efficienza scolastica degli individui. Sia ben chiaro però che parlando di efficienza scolastica non si intende parlare delle capacità mentali, culturali ed informazionali come comunemente si tende a fare per giustificare sulla base di presunte «doti naturali» la selezione all'interno della scuola. Piuttosto ci si riferisce alla scuola come ente di trasmissione di modelli di comportamento. Infatti la funzione principale della scuola non è tanto quella di trasmettere «informazioni» e «nozioni» culturali ma quella di trasmettere modelli di comportamento della «cultura dominante» in modo da avere individui funzionali ai ruoli sociali che dovranno ricoprire. Non è tanto il contenuto del pensiero che viene trasmesso ma il modo di pensare, di agire, di interpretare e di reagire alla realtà circostante. Questo dato oggi è ancor più evidente se si pensa alla arretratezza dei contenuti che la scuola fornisce attraverso metodi altrettanto arretrati. Il tecnico che esce dalla scuola non è preparato; altre «agenzie» si occuperanno del suo aggiornamento tecnologico. Di fatto però egli ha assorbito ciò che è più importante: il modello di comportamento su cui l'informazione più recente si plasmerà in modo armonico e ne consentirà un adeguato esercizio del ruolo.
    La scuola quindi è ancora, e lo è stata ancor più nel passato, un elemento specifico discriminante fra funzioni esecutive (lavoro) e funzioni decisionali (professione) per cui è difficile parlare di professione, di rifondazione critica del ruolo, senza collegare il discorso alla scuola. Quanto sia reale il collegamento tra scuola e mondo del lavoro come elementi funzionali l'un l'altro lo si può verificare con piena evidenza a proposito dell'organizzazione tayloristica del lavoro, che riproduce a livello di fabbrica la divisione gerarchica di funzioni esistenti al livello sociale, a volte in modo esasperato.
    Ci si riferisce al tipico modo di pensare al quale la scuola forma e cioè in primo luogo a quel tipo di logica meccanicistica per cui il tutto è spiegato dalla conoscenza del funzionamento e della natura delle singole parti componenti, come postulano i modelli scientifici tradizionali, ampiamente superati a livello di teoria e di ricerca, ma ancora pienamente utilizzati nella maggioranza degli insegnamenti. È fin troppo evidente che questo tipo di logica è alla base della catena di montaggio presa come emblema dell'organizzazione scientifica del lavoro di tipo tayloristico e che un diverso modo di produrre, come viene oggi chiamato il tentativo di organizzare il lavoro su basi più umane e meno alienanti, debba necessariamente comportare una rifondazione dei processi mentali scientifici ai quali la scuola oggi non forma. Ma ciò non basta ad esaurire il rapporto scuola-professione in quanto la parte più grossa del processo formativo della scuola, come detto prima, riguarda la trasmissione di modelli di comportamento e quindi di una particolare forma di adattamento all'ambiente. Occorre quindi cambiare i modelli di comportamento che la scuola trasmette e questo può avvenire attraverso una riforma strutturale della scuola stessa in rapporto alla scoperta della nuova funzione che la scuola deve avere nel sistema sociale. Questa nuova funzione può essere esemplificata dai valori alternativi connessi alla scuola emersi nel periodo dei movimenti collettivi del 1968 o 1969. Vediamone alcuni: scuola per tutti anziché scuola di élite, scuola come luogo di formazione umana e sociale anziché scuola come strumento di mobilità sociale, rapporto democratico docente-allievo anziché il rapporto autoritario, scoperta del lavoro collettivo anziché l'individualismo come competitività, ecc. Come si vede chiaramente questi valori sono gli stessi, anche se non letteralmente, che ispirano la ricerca da parte del movimento operaio di una nuova organizzazione del lavoro e di un nuovo rapporto istituzionale con il potere economico all'interno della fabbrica.

    VERSO UNA RIFONDAZIONE DEL RUOLO PROFESSIONALE

    Da quanto detto emerge chiaramente come un'analisi ed una rifondazione del ruolo professionale debba chiaramente situarsi in un quadro di riferimento che tenga conto della scuola, del movimento operaio, della economia e quindi della struttura stessa dell'attuale sistema sociale.
    Sino a poco tempo fa si pensava che bastasse che i «professionisti» più sensibili si riunissero ed insieme analizzassero e rifondassero il proprio ruolo per attuare concretamente una liberazione dello stesso. Viceversa oggi si delinea con particolare chiarezza il fatto che ogni ruolo professionale può essere rifondato solo se questi viene collegato a quella che è la forza traente di un movimento di liberazione, cioè con il movimento operaio, e solo quindi se si porta il ruolo da funzione decisionale utile alla classe dominante a funzione di servizio per la classe subordinata.[2] Questo significa sganciare progressivamente - è storicamente impossibile farlo in modo brusco - il ruolo professionale dalla sua posizione alta nel sistema sociale per riportarlo ad un piano di parità con ciò che ho definito «lavoro».
    Una premessa per tale operazione è senz'altro l'assunzione della coscienza che qualsiasi professione è un servizio i cui fini ed i cui scopi vanno autogestiti da coloro che ne sono gli utenti. Quindi il professionista deve essere colui che mette a disposizione della comunità la sua competenza tecnica e che compartecipa con gli utenti all'impiego sociale di essa.
    Concludendo, oggi l'operazione di rifondazione della professione deve realizzarsi nella direzione di riportare questa allo stesso livello di quelli che oggi sono i ruoli bassi. La strategia concreta che l'analisi storico-sociale evidenzia, va centrata sui seguenti obbiettivi: a) riforma strutturale della scuola, b) collegamento ed alleanza con il movimento operaio, c) riscoperta della professione come servizio autogestito dagli utenti e dalla comunità e rifiuto della professione come strumento privilegiato di potere e manipolazione.
    In pratica a livello strutturale significa riportare il sottosistema critico «professione» al livello gerarchico degli altri sottosistemi; e non solo, ma fare sì che a questo sottosistema partecipino tutti gli altri sottosistemi. In altre parole significa ridare alla base quella «quantità di informazione-decisione» che con l'evoluzione sociale ha perduto e che è andata accentrandosi ai livelli alti del sistema.
    Che cosa rimarrà allora della professione al professionista? Di sicuro non lo status elevato, non l'alto reddito, non il monopolio dei fini e degli scopi connessi alla propria professione, non il monopolio dell'informazione e della decisione, rimarranno dei contenuti tecnico-scientifici ed umani, tipici di qualsiasi umile e modesto lavoro.
    Al di fuori di questa linea non si rifonda la professione ma la si adegua solo, senza nulla cambiare, alle esigenze di conservazione del sistema sociale, creando una forma più raffinata di autoritarismo, manipolazione e paternalismo.

    NOTE

    [1] In questo paragrafo sulla scuola l'autore esprime alcuni giudizi critici sulla «scuola». La rivista ha già dato una sua valutazione, sulla monografia 1973/6-7.
    Da queste pagine - e dal taglio di «problematicità» espresso in esse - appare chiaro che non ne condividiamo una applicazione indiscriminata. Se molte strutture scolastiche sono davvero così come l'autore le descrive, per altre invece è evidente uno sforzo, sia culturale che strutturale, di preciso rinnovamento. D'altra parte, questa distinzione non solo trova consenziente l'autore stesso, ma tutti coloro che sono seriamente preoccupati della funzione educativa della scuola (n.d.r.).
    [2] Il termine, come sempre, può prestarsi all'equivoco. L'autore intende situarsi nel contesto espresso dallo studio di Revelli, apparso in 1972/6-7, soprattutto alle pp. 25-29. Centrale è la pagina 29 che definisce il «movimento operaio», come «partecipazione della classe operaia al progresso generale dell'umanità», citando da Mons. Ancel (n.d.r.).


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