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    Educazione e azione sociale e politica



    Mario Pollo

    (NPG 1992-6-69)


    L'educazione politica oggi sembra afflitta da un paradosso, e essere quindi una sorta di problema irrisolvibile in quanto pare avere a disposizione solo due esiti, entrambi insoddisfacenti.
    Il primo di questi esiti è una integrazione nel sistema politico dominante odierno, ovvero l'inserimento nell'attuale logica del sistema dei partiti.
    Il secondo è il rifiuto dei partiti e il conseguente rifugio o nel privato o in un sociale programmaticamente e alteramente estraneo alla politica.
    In altre parole questo significa che oggi nel nostro paese non sembrano presentarsi che due possibili esiti all'educazione politica: l'adattamento alle logiche del potere politico o, al contrario, il suo aristocratico rifiuto.
    All'educatore attento sembrano oggi non essere attuabili, se non come sogno, esiti dell'educazione politica che consentano, da un lato, un inserimento attivo nel sistema politico reale e, dall'altro lato, una fedeltà ai valori religiosi e sociali attraverso i quali si declina la testimonianza cristiana nel mondo.
    Tuttavia il paradosso dell'educazione politica oggi è solo apparente, essendo generato dalla crisi che attraversa il sistema politico.
    Il problema dell'educazione politica, infatti, ha una soluzione, a condizione però che si prenda atto che questa soluzione oggi va ricercata all'interno di modalità e di formule diverse da quelle del passato.
    Per tentare la ricerca di questa soluzione è opportuno rivisitare, anche a livello linguistico e culturale, i termini del problema, iniziando dal senso dell'espressione «educazione alla politica».

    IL SENSO DELL'EDUCAZIONE ALLA POLITICA OGGI

    L'educazione alla politica non può essere considerata solo una educazione specializzata, aggiuntiva e magari opzionale, nel percorso di abilitazione del giovane ad essere un protagonista attivo della vita sociale, in quanto essa riguarda la reale possibilità del giovane di realizzare il suo personale progetto di vita.
    La possibilità del giovane, e poi dell'adulto, di vivere in modo progettuale la propria vita, non dipende solo dalla sua capacità di controllare la propria vita interiore, ma anche quella sociale in cui essa si manifesta.
    Infatti il progetto esistenziale di ogni persona umana è sempre la risultante della sua intenzionalità e dei condizionamenti interni ed esterni con cui questa deve misurarsi.
    La libertà richiede all'uomo la sua azione per il controllo, oltre che dei condizionamenti biopsichici che la limitano, dei condizionamenti che gli provengono dall'organizzazione sociale in cui vive.
    Il modo più concreto che l'uomo ha a disposizione per cercare di controllare i condizionamenti che gli provengono dall'ambiente sociale è l'agire politico.
    I condizionamenti che agiscono sulla vita umana non sono però solo dei meri fatti esterni alla persona, ma in qualche modo costituiscono il tessuto storico concreto della loro esistenza.
    È illuminante a questo proposito quanto afferma Hannah Arendt: «Gli uomini sono esseri condizionati perché ogni cosa con cui vengono in contatto diventa immediatamente una condizione della loro esistenza. Il mondo in cui si svolge la vita activa consiste di cose prodotte dalle attività umane; ma proprio le cose che devono la loro esistenza solo agli uomini condizionano costantemente i loro artefici», e più avanti, «tutto ciò che è in relazione prolungata con la vita dell'uomo assume immediatamente il carattere di una condizione dell'esistenza umana».
    Infatti, se le «cose» con cui le persone entrano in contatto sfuggono al loro controllo, in quanto sono progettate, gestite e controllate con forte autonomia da enti, istituzioni e persone sulle quali esse hanno uno scarso potere e quindi influenza, si può affermare che le stesse persone sono espropriate del controllo di una parte del governo della loro esistenza.
    A questo punto però è forse bene precisare che l'espressione «condizione umana», così come qui utilizzata, non è assolutamente sinonima di quella di «natura umana» che, come è noto, costituisce uno dei problemi filosofici e psicologici insolubili a causa della impossibilità dell'uomo di «scavalcare la propria ombra», ovvero di uscire da se stesso, di salire ad un livello di esistenza superiore e osservarsi alla ricerca della propria essenza.
    Il termine condizione umana indica perciò, molto più modestamente, solo l'insieme delle attività e delle capacità umane che influiscono, condizionandoli, sui modi di essere, e forse sulla stessa natura, delle persone umane.
    Secondo questa interpretazione della condizione umana, l'agire dell'uomo per modificare, abolire o creare le cose sociali con cui entra in contatto, di fatto stabilisce l'ambito concreto delle possibilità dello svolgimento del suo progetto di vita.
    La politica, quindi, in quanto creatrice delle cose materiali ed immateriali della vita sociale è un elemento ineludibile per chiunque voglia, in modo non illusorio, essere protagonista della propria giornata terrena.
    Questo significa sia che nessun progetto educativo può ignorare la dimensione politica della condizione dell'esistenza umana, sia che il rapporto con le «cose» della vita sociale è un aspetto della politica.
    Infatti la politica si manifesta non solo nelle sedi istituzionali ma anche all'interno della vita quotidiana, laddove vengono confermate o modificate le condizioni della vita sociale.
    L'azione educativa non si esercita tanto nell'abilitazione del giovane a fare politica a livello istituzionale (al massimo può motivarlo a ciò) quanto nel renderlo protagonista consapevole del progetto politico che tesse la sua vita quotidiana e, quindi, le condizioni della sua personale esistenza.
    Questo in quanto per divenire una persona in grado di governare la propria vita quotidiana il giovane deve, come si è visto, per prima cosa, imparare a comprendere quali sono le forme di «influenza» a cui sono sottoposte le sue azioni, i suoi pensieri e le sue stesse aspirazioni, che in gran parte sono prodotte nel dominio sociale della politica.
    Questa considerazione risulta più chiara se si analizza la definizione di politica.

    UNA DEFINIZIONE DI POLITICA

    Le definizioni più vecchie propongono la politica come «l'arte o la scienza di governare uno Stato e di regolare le sue relazioni con gli altri Stati» (N. Tommaseo).
    Le definizioni più recenti, specialmente quelle che provengono dagli studi sociologici, arricchiscono e ampliano il significato di politica attraverso il ricorso all'espressione «sistema politico». Con questa espressione si intende solitamente «l'insieme delle azioni e delle istituzioni sociali che hanno la funzione di dirigere una collettività verso scopi condivisi dai membri» (T. Parsons).
    Secondo definizioni ancora più recenti il sistema politico è «costituito da quelle attività, istituzioni ed organizzazioni che mantengono o tendono a ribaltare un determinato assetto del potere politico e determinate sue regole, e sono a tale funzione precipuamente dedicate, distinguendosi dal resto della società, lo stato, i governi, i partiti, i sindacati, le associazioni e i gruppi di pressione».
    Questa definizione fa comprendere come il governo di una società complessa non sia concentrato in una sola istituzione o in una sola funzione ma, bensì, come esso sia diffuso in tutte le aggregazioni sociali il cui scopo sia di natura collettiva.
    Il concetto di sistema politico è, da questo punto di vista, quello che consente di comprendere meglio il dominio dell'azione politica in una società complessa contemporanea Esso consente perciò di dire che la politica non è più solo l'arte del principe, ma quella attività democratica che consente alle persone di partecipare, guidando o seguendo non importa, alla realizzazione di scopi che siano condivisi almeno da una parte dei membri della società.
    È politico, quindi, tutto ciò che conserva o che modifica le regole del gioco sociale, i valori che le ispirano ed i comportamenti che le esprimono.
    Questa affermazione non vuole affatto negare che esistano diversi livelli di efficacia e di potere politico nel sistema sociale, per cui non tutte le azioni politiche possono essere collocate sullo stesso piano, ma solo ribadire che ogni azione collettiva, o individuale orientata al collettivo, ha una qualche efficacia politica.
    Ma prima di sviluppare coerentemente questa constatazione, è necessaria l'esplorazione della dimensione etica della politica e del suo significato per l'individuo che la esprime.

    Verso una nuova definizione di politica

    Il grande sociologo tedesco Max Weber ha fornito una delle più interessanti definizioni di politica dal punto di vista etico.
    Essa dice che l'azione politica nasce dalla sintesi di due morali: quella di responsabilità e quella di convinzione.
    L'espressione «morale di responsabilità» indica la morale che nasce dall'esigenza di tenere conto dei vincoli, dal punto di vista del potere, che l'azione politica incontra per realizzarsi.
    In altre parole essa è la responsabilità che chi la promuove si assume in ordine alla sua realizzazione concreta.
    L'espressione «morale di convinzione» indica, invece, la necessità che chi promuove l'azione politica ha di mantenersi fedele ai valori ed agli ideali in cui crede.
    Questo significa che l'azione politica deve essere svolta in modo che risulti fedele al sistema di valori e di credenze che scaldano il cuore della persona, e perciò all'utopia individuale e collettiva in cui si identifica.
    Secondo Weber la politica per essere efficace deve essere un delicato punto di equilibrio tra i valori del potere e quelli dell'utopia.
    Se l'utopia non fa i conti con il potere, genera una pericolosa e illusoria forma di integrismo.
    Allo stesso modo se il potere non fa i conti con l'utopia, dà vita ad un pragmatismo privo di senso che non sia quello di un mortifero utilitarismo.
    La politica è un fatto etico globale perché sollecita la persona a giocarsi in tutte le dimensioni in cui si articola la sua responsabilità di essere cosciente e perciò libero ed autonomo.
    La politica non è né il sognare ad occhi aperti, né la sola azione tesa ad acquisire, conservare ed aumentare il potere.
    È invece vera politica sognare una realtà che è concretamente realizzabile nel dominio dello spazio-tempo della storia.
    Mettendo insieme la definizione di «sistema politico» con quella di «politica in senso etico», si può tentare di individuare una definizione politica utile per il ragionamento che qui dovrà essere svolto.
    La politica può essere intesa come quell'azione tesa a dirigere una società verso gli scopi condivisi dai suoi membri che si manifesta, contemporaneamente, sia a livello di valori e di princìpi ideali sia di distribuzione del potere sociale.
    Questa azione, come si è visto, può essere condotta attraverso particolari forme di organizzazione sociale.
    In una società complessa quale la nostra è escluso che l'azione politica possa essere efficacemente compiuta nella dimensione prettamente individuale.
    Infatti i gesti individuali per essere efficaci debbono collocarsi all'interno di una qualche forma di organizzazione sociale efficace ai fini politici.
    La politica non può più essere semplicisticamente intesa come la partecipazione dei singoli cittadini alla vita della Polis.
    Questa partecipazione deve essere mediata da appartenenze o di tipo istituzionale o di tipo associativo, vista anche la complessità e articolazione della distribuzione del potere nella vita sociale ed economica.
    D'altronde, come si è visto con la definizione di Max Weber, l'azione politica è azione sul potere orientata da un sistema di valori o ideali per cui il discorso sul potere nella politica, insieme a quello dei valori, assume un posto centrale.
    Dove per potere si intende la capacità di un soggetto, individuale o collettivo, di raggiungere i propri fini in una sfera specifica della vita sociale, nonostante la volontà contraria di altri.
    L'educazione politica non può perciò essere limitata, come qualcuno pensa, alla educazione ai valori, all'etica e agli ideali della politica, ma deve prendere in seria considerazione anche l'educazione all'uso del potere.
    È utile perciò, a questo punto, descrivere le forme attraverso cui nella complessità sociale odierna il potere si manifesta.

    IL POTERE E LE SUE FORME NELLA SOCIETÀ CONTEMPORANEA

    Il potere, come è noto, è il nome che viene dato alla capacità di qualcuno, persona, istituzione e organizzazione, di influire sulla vita di altre persone, istituzioni ed organizzazioni.
    La politica, come si è visto, si realizza sempre attraverso forme di esercizio del potere e di regolazione delle varie forme attraverso cui esso si manifesta nella vita sociale.
    Le forme in cui si esprime l'esercizio del potere nella nostra società si possono raggruppare in quattro grandi classi:
    - quella in cui l'esercizio del potere è fondato sul possesso da parte di chi lo esercita di un insieme di informazioni e conoscenze superiori a quelle degli altri, e sulla capacità di utilizzare questa superiorità «tecnica» per imporre la propria volontà agli altri;
    - quella fondata sul possesso da parte di chi esercita il potere del controllo di risorse che sono necessarie agli altri per raggiungere i propri fini;
    - quella fondata sulla coercizione, ovvero sulla possibilità che chi esercita il potere ha di danneggiare gli altri;
    - quella fondata sulla manipolazione o sul cosiddetto controllo ecologico, ovvero sulla possibilità di chi esercita il potere di controllare, modificandolo, l'ambiente degli altri in modo che queste non possano che agire nel modo voluto.
    Nonostante qualche studioso affermi che il potere fondato sulla manipolazione e il potere tecnico sono due forme emerse nella società moderna, si può affermare che tutte queste quattro forme di potere hanno accompagnato, con ruoli e pesi diversi, tutta la storia umana.
    È chiaro che in alcune epoche una forma di esercizio del potere si è imposta alle altre. Tuttavia questo non significa che le altre forme di esercizio del potere non fossero anch'esse presenti ed attive.
    Nella società attuale, ad esempio, nonostante abbiano un grande ruolo sia il potere tecnico che quello di manipolazione, sono ben presenti sia il potere fondato sul controllo delle risorse che quello di coercizione.
    Tutte le forme di organizzazione sociale si fondano sull'esercizio del potere che appare, almeno per ora, un dato non eliminabile dalla storia umana.
    Tuttavia gli atteggiamenti che gli uomini manifestano nei confronti del potere sono molto variegati ed a volte addirittura opposti.
    In questa fase della storia umana non appare proponibile a livello educativo un atteggiamento puramente negativo nei confronti del potere o, peggio, un atteggiamento che ignori la reale presenza di questi nella realtà del mondo.
    Un atteggiamento di questo genere, seppure ispirato da nobili motivi, di fatto priverebbe la persona umana della possibilità concreta di agire sulle condizioni storiche e sociali che influenzano la sua vita e quella degli altri. Rischierebbe poi di rinchiudere la persona in quel mondo di sogni ad occhi aperti che è la ideologizzazione della realtà.
    E questo è un grave pericolo, perché, come la storia ha dimostrato, dalla ideologizzazione nasce sempre la violenza sulla realtà. La violenza, in questi casi, è un tentativo estremo di rendere la realtà coerente ai propri sogni, o deliri, ad occhi aperti.
    Dalla ideologizzazione può però anche generarsi una sorta di rinuncia radicale ad intervenire sulla realtà del mondo, percepito come irredimibile.
    Questi due atteggiamenti opposti, come si è visto, alla fine non sono che la manifestazione della incapacità di avere un rapporto corretto con il potere.
    Il rapporto corretto con il potere nasce sia dall'accettarne l'esistenza, sia dall'azione per la sua trasformazione nella direzione di una maggior giustizia e rispetto della libertà delle persone umane nell'intima consapevolezza che il potere potrà essere definitivamente superato solo con l'avvento definitivo del Regno dell'Amore.
    Se l'incapacità di un rapporto corretto con il potere nasce da un lato dal rifiuto di accettare la sua realtà, dall'altro lato esso è generato da una sua eccessiva accettazione.
    La storia dell'umanità, infatti, è costellata da esempi di persone che hanno eletto il potere a divinità e che hanno tributato ad esso un culto idolatrico. Questo tipo di atteggiamento nei confronti del potere non è rintracciabile solo nella vita dei dittatori sanguinari; esso è presente, seppure in forme meno radicali, anche nella vita di molte persone «normali».
    Ci sono molte persone, che di solito si autodefiniscono «pragmatiche», che pensano che l'unico mezzo che l'uomo ha a disposizione per realizzare la propria vita e raggiungere la felicità, e magari la giustizia e la libertà, è costituito dal potere.
    La vita di queste persone è, quindi, tutta centrata sulla rincorsa al potere nel tentativo di conquistare una porzione più grande di esso. Per molte di queste persone il potere poi è una sorta di «piacere».
    Senza arrivare ai casi patologici, si può dire che questa iperaccettazione del potere è sempre il segno di una incapacità di porsi in modo corretto di fronte ad esso.
    Quando non si riesce a stabilire un rapporto corretto con qualche realtà importante per la vita, di solito la si esorcizza o negandola o divenendo schiavi di essa. Il potere rappresenta il caso più emblematico di questo tipo di reazione umana.
    Per evitare questi due rischi, solo apparentemente opposti, che minano qualsiasi progetto di vita fondato su valori trascendenti e sulla autonomia e sulla libertà della persona umana, è necessario che l'educazione affronti il problema dell'educazione politica dei giovani anche dal versante di un corretto rapporto nei confronti del potere.
    La risoluzione di questo problema consente di affrontare con realismo ed efficacia il paradosso della politica nella società politica italiana, sfuggendo sia al rischio della integrazione acritica sia alla tentazione della rinuncia.
    Il primo passo nella soluzione del problema passa attraverso la interiorizzazione del principio della relatività del potere.

    La relatività del potere

    Una corretta concezione del potere deve fondarsi sulla assunzione della radicale imperfezione e, quindi, sulla relatività e sulla caducità di ogni forma attraverso cui si manifesta il potere nella vita umana.
    È importante che le persone, quelle giovani in particolare, scoprano che ogni forma in cui si manifesta il potere ha sempre in sé una dimensione di ingiustizia, e che essa può e deve essere superata da un'altra più giusta, che a sua volta potrà essere superata da un'altra ancor più giusta, in una rincorsa che ha al suo termine la legge dell'amore.
    Questa concezione della relatività e dell'imperfezione di ogni forma umana di manifestazione del potere consente di superare sia l'idolatria del potere in senso generale - o l'attaccamento ad una delle forme in cui esso si esprime -, sia il rifiuto del potere visto come espressione solo negativa della convivenza umana.
    La persona che si apre a questa concezione del potere, infatti, non ha timore di sporcarsi le mani agendo con e su di esso, in quanto agisce con il distacco che le deriva dal considerarlo una necessità che non può essere, per ora, superata completamente, ma che può, comunque, essere resa più prossima, con un lavoro continuo di rinnovamento, all'ideale di una convivenza basata sulla legge dell'amore.
    Gli ambiti della vita sociale contemporanea che consentono di esprimere un corretto rapporto con il potere sono molteplici: infatti, come si è visto, nelle società moderne il potere si esercita a ben quattro differenti livelli. Questo significa che ognuno di essi incide nella vita sociale ed individuale delle persone.
    Chi opera nell'economia cercando di promuovere in essa processi di trasformazione opera, di fatto, per la modificazione dei rapporti sociali in quanto incide, ad esempio, sul controllo dei mezzi di produzione.
    L'azione sindacale, quella cooperativa o, semplicemente, quella dell'innovazione organizzativa verso livelli di partecipazione maggiori delle persone al controllo dei mezzi di produzione, sono «azioni politiche» a tutti gli effetti, anche se non si identificano in quelle di un qualche partito.
    Un esempio di azione a questo livello è quello dato da chi opera perché si realizzi una distribuzione delle risorse più giusta tra paesi ricchi e paesi poveri, impegnandosi in prima persona in azioni di solidarietà concreta verso il cosiddetto terzo mondo.
    Allo stesso modo chi opera per una più generale ed equa distribuzione del sapere a livello sociale opera per ottenere una più equa forma di distribuzione del potere.
    Ancora, chi opera per la pace e una cultura sociale basata sulla non violenza opera concretamente per la trasformazione del potere e, quindi, fa politica a pieno titolo.
    Lo stesso può essere detto di chi opera per emancipare le persone dai condizionamenti espliciti od occulti che manipolano la loro e le altrui vite.
    Chiunque, quindi, opera in uno dei livelli di esercizio sociale del potere fa una azione politica, anche se la sua azione non è inscritta in quella di un partito politico.
    Queste considerazioni consentono di affermare che l'educazione politica coincide, almeno in parte, con l'educazione al controllo ed alla trasformazione della distribuzione sociale del potere.
    La realizzazione completa di questa educazione alla politica la si ha quando le persone, dopo aver scoperto la relativizzazione e l'imperfezione del potere, acquisiscono la capacità di far interagire le ragioni e le logiche del potere con quelle dell'utopia, ovvero con quelle del sogno di un ordine sociale interamente strutturato dai valori.
    Infatti, come si è visto, lo sposare solo ed esclusivamente nel proprio agire politico le strategie necessarie per giocare efficacemente con le logiche del potere, conduce o ad un pragmatismo sterile rispetto alla giustizia ed alla verità o all'idolatria del potere stesso.
    Sul versante opposto, il non tener conto delle logiche del potere conduce, nel migliore dei casi, ad una sorta di utopismo velleitario e predicatorio e, nel peggiore dei casi, a forme di integrismo che fanno continuamente violenza alla realtà senza riuscire a risolverne i problemi.
    Il rapporto più produttivo e corretto con il potere nasce solo quando si riesce a coniugare le logiche di questo con le tensioni etiche che derivano alla persona dall'utopia che nutre la sua speranza di trasformazione della realtà.
    Questa ricerca è una delle più difficili e faticose, anche perché ogni equilibrio raggiunto tra potere e utopia è destinato a divenire rapidamente disequilibrio e deve perciò essere continuamente reinventato.
    Questo significa che l'educazione al potere, o educazione alla politica, si fonda su un calcolo razionale oltre che su una «passione» per alcuni valori.
    Da questo punto di vista l'educazione ad un corretto rapporto con il potere è una educazione sia al principio di realtà che al sogno.
    Non si può essere solo realisti perché se no si diventa degli aridi schiavi della presunta immodificabilità delle realtà sociale come essa appare in un dato momento o, peggio, si rischia di divenire dei sacerdoti idolatri del potere. E quante volte l'alibi della immutabilità delle vicende umane ha giustificato l'ingiustizia, la sopraffazione dell'uomo sull'uomo e, in definitiva, ha legittimato tutti i nomi in cui si declina l'egoismo umano?
    Allo stesso modo non si può divenire solo dei sognatori, perché si rischia di perdersi in un baratro di fantasticherie oppure di divenire dei crudeli violentatori della realtà, ovvero di divenire degli integristi che fanno prevalere i loro schemi mentali sulla complessità e realtà della vita umana. Quante volte in nome della giustizia si agisce ingiustamente? E quante volte in nome dell'amore per l'uomo si uccidono degli uomini?
    Educare al potere significa perciò educare ad accettare i vincoli della realtà e a far sperimentare come gli stessi vincoli possono essere mutati, per essere resi più prossimi alla realizzazione nella storia di quei valori di cui la persona è portatrice.
    L'ammonimento di Gesù ad essere «semplici come colombe e astuti come serpenti» è la più autorevole conferma della necessità per l'uomo, che voglia vivere sino in fondo il proprio impegno all'interno del progetto di Dio di redenzione della realtà, di agire con un atteggiamento complesso che accetta e rifiuta nello stesso istante la realtà del potere nel mondo.
    Questo significa, in altre parole, educare ad impegnarsi per rendere più giusto l'esercizio del potere su cui si regge la vita sociale e, nello stesso tempo, aiutare le persone ad essere consapevoli che appena esse vedranno realizzata la forma di potere per cui hanno lottato dovranno, con rinnovata lena, ricominciare a lavorare per raggiungere una nuova forma di potere ancora più giusta.
    È questo tipo di educazione quello che fonda ogni forma di educazione politica ed è quella, tra l'altro, che l'animazione propone alle giovani generazioni.
    Educare alla politica non significa, infatti, educare ad una particolare ideologia o concezione politica e, quindi, ad una particolare appartenenza partitica, ma significa, invece, educazione alla capacità di intervenire nei meccanismi sociali dell'esercizio del potere per renderli più aderenti ai valori di cui si è portatori.
    È chiaro che sovente, ma non sempre, per fare questo è necessario scegliere una appartenenza partitica.
    Quando questa scelta viene fatta, essa deve però sempre avere alla base il distacco che deriva dal riconoscere la relatività e l'imperfezione di questa stessa scelta.
    Questo non significa affatto stimolare le persone, e quelle giovani in particolare, a non avere passione per la politica, ma solo aprire il loro cuore e la loro mente ad una passione più grande: quella dell'amore per la vita che si esprime nell'amore per la verità, la libertà e la giustizia, illuminato dal dono salvifico dell'amore di Cristo.

    Fecondare la realtà

    In questa riflessione sulla natura e sull'etica della politica e del potere c'è l'indicazione di come in Italia, oggi, si possa affrontare l'impegno politico senza compromissioni e senza purismi integristi, ma, viceversa, con un'azione efficace eticamente orientata. L'indicazione è quella che nasce dalla necessità di conquistare, attraverso le strade che la legittimità democratica mette a disposizione, il potere necessario allo sviluppo di quelle trasformazioni che sono utili, oltre che al benessere morale e materiale della gente, alla riforma del sistema politico.
    Le strade che una società complessa mette a disposizione attraverso il suo sistema politico sono molte, e non solo e per prime quelle dei partiti.
    Vi sono anche, ad esempio, quelle tecnico-culturali, quelle economiche e quelle associative.
    Il fulcro intorno a cui queste azioni possono oggi ruotare è quello costituito dal cosiddetto esercizio del diritto di cittadinanza come luogo in cui la persona si riappropria del proprio protagonismo sociale e politico.
    Il tema del diritto di cittadinanza è oggi centrale nel delinearsi delle nuove forme dell'agire politico.

    L'EDUCAZIONE POLITICA OGGI COME EDUCAZIONE ALL'ESERCIZIO DEI DIRITTI Dl CITTADINANZA

    La parola «cittadino» sta includendo nel suo significato moderno di colui che partecipa dei diritti e dei doveri sanciti da uno stato, nuovi significati che enfatizzano i legami di solidarietà, condivisione e responsabilità tra le persone che abitano un dato stato o, più universalisticamente, la comunità umana.
    Infatti la nuova cittadinanza, come viene designato il processo sociale attuale che sta arricchendo semanticamente la parola cittadinanza, si fonda sull'assunzione da parte dei cittadini di forme di responsabilità diretta nella determinazione delle condizioni che segnano sia le proprie personali condizioni di vita sia quelle degli altri cittadini, specialmente di quelli più deboli, svantaggiati e meno protetti.
    Essere cittadini equivale, all'interno di questa trasformazione semantica, all'essere protagonisti della creazione e della gestione delle condizioni che segnano la vita delle persone.
    Questa concezione di cittadinanza rimanda alle origini del pensiero etico, in quanto le radici della morale risiedono nell'atto arcaico della scoperta della necessità della cura della propria casa. Essere cittadini è, infatti, prendersi cura della propria casa personale, della casa comune e, solo quando inevitabile, della casa degli altri.
    La trasformazione, che è ancora un processo di faticosa ricerca, del concetto di cittadinanza segnala però anche il ritorno dell'etica nelle basi dell'organizzazione della convivenza umana e la crisi delle basi esclusivamente utilitaristiche o economicistiche.
    In questo elemento della rifondazione etica della cittadinanza, la persona ritrova il suo protagonismo che le consente nello stesso tempo di essere Noi ed lo, di esaltare cioè sia la propria individualità e, quindi, il valore della propria soggettività, sia la propria appartenenza indivisibile alla collettività all'interno della quale vive il proprio destino nello spazio e nel tempo.
    La nuova cittadinanza è perciò anche e sempre la riscoperta e la messa in valore del legame inscindibile nella vita umana tra Noi ed lo. Senza Noi non potrebbe esistere alcun lo. Infatti se non esistesse un gruppo sociale, dotato di una sua cultura sociale, che fornisse alla persona le risorse e gli itinerari per sopravvivere, per crescere e per sviluppare le proprie potenzialità, nessun nuovo nato potrebbe diventare una persona umana.
    Allo stesso modo senza l'Io non potrebbe esistere alcun Noi, in quanto mancherebbe alla aggregazione sociale qualsiasi grado di autoconsapevolezza, di autonomia e di libertà.
    Se si accetta questa concezione, allora s può considerare la soggettività non come l'antagonista dell'oggettività, ma bensì come il suo nutrimento, allo stesso modo in cui l'oggettività deve essere considerata il nutrimento senza il quale non può crescere alcuna soggettività.
    Essere cittadini protagonisti significa essere persone che giocano la loro vita nella circolarità ermeneutica della solidarietà tra lo e Noi.
    Da questo punto di vista la cittadinanza richiede la fine dei troppi processi di delega che ha contrassegnato, nelle società moderne, il processo di soddisfacimento dei bisogni dei cittadini, quasi fossero dei semplici clienti di una entità sovraumana costituita dallo Stato nelle sue varie articolazioni.
    Il concetto del diritto del cittadino a essere protagonista, o a essere considerato semplicemente persona all'interno della vita sociale organizzata, specialmente all'interno dei meccanismi che determinano le condizioni e la qualità della sua esistenza, appare sempre di più il fondamento della politica del futuro, di un modo cioè di far politica che valorizzi la soggettività senza negare, di fatto, l'oggettività del sociale.
    È da notare che alcune leggi recenti, piuttosto evolute ed innovative, come la 142 e la 241, mettono al centro questa concezione di cittadinanza e di partecipazione.
    L'educazione, e questo può essere il suo contributo alla rigenerazione della politica, deve abilitare il giovane all'esercizio del suo diritto/dovere di protagonismo nella vita sociale.
    Questa azione è possibile perché investe la vita quotidiana del giovane, i suoi piccoli gesti che tessono la sua giornata nella scuola, nel lavoro, nel tempo libero, nello sport, nel quartiere e in ogni rapporto con la rete dei servizi attraverso cui si traducono le politiche che garantiscono alle persone le condizioni di vita tipiche di una data società.
    Questa azione è, di fatto, un modo per rapportarsi alle varie forme di potere utilizzando il potere che, almeno teoricamente la democrazia fornisce attraverso la qualifica di cittadino.
    Tuttavia occorre dire che questa forma rischia l'insignificanza, o perlomeno di essere ridotta a pura testimonianza, quando viene svolta da individui isolati.
    La dimensione della tutela collettiva dei propri diritti è, oggi, l'unica che possiede un qualche grado di efficacia.
    L'educazione quindi alla nuova cittadinanza è volta alla abilitazione del giovane a partecipare alla costruzione e alla vita di forme associate che perseguono la realizzazione di particolari condizioni della loro esistenza congruenti con il loro progetto di vita.
    Fondamentale all'azione di formazione alla cittadinanza appare l'educazione all'associazionismo in quanto questi, oggi, tende sempre di più a divenire un soggetto politico perché portatore di particolari diritti dei propri associati e perché assume particolari doveri nei confronti della società in generale.
    Concludendo si può dire che l'educazione alla politica che l'animazione propone è quella di:
    - abilitare il giovane a decifrare le forme di potere sociale che influenzano le condizioni della sua esistenza;
    - assumere nei confronti del potere un atteggiamento adeguato attraverso l'equilibrio tra il suo sogno di futuro e le sue concrete possibilità di attuazione;
    - esercitare i suoi diritti di cittadinanza attraverso una partecipazione efficace e solidale, alla vita sociale, realizzata in modo particolare attraverso le forme associative. Da queste azioni nasce un'autentica capacità del giovane di vivere la dimensione politica della sua esistenza, anche se apparentemente nessuna di esse è di tipo politico in senso stretto.
    Il segreto dell'educazione politica sta proprio qui: educare alla politica all'interno dell'educazione all'essere persona che, intorno al centro costituito dalla sua coscienza, illuminato dai valori, sa strutturare sia la fedeltà all'Io che al Noi.


    T e r z a
    p a g i n A


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