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    José



    Nicoletta Grieco

    (NPG 1999-04-58)


    José si alza a stento, con fatica. Il sole è già alto, ma lui non ha dormito molto.
    Non dorme mai molto, come potrebbe; il suo letto è uno scomodo cartone alla stazione centrale di Rio de Janeiro.
    Ha 11 anni, José, ma è come ne avesse 40.
    Ne ha viste tante nella sua breve vita; ha visto violenza e furore negli occhi degli uomini, ma la cosa che più gli brucia dentro è la sua profonda solitudine.
    È come se lui, da solo, si trovasse a combattere contro delle belve feroci, lui, un cucciolo d’uomo. Quando era ancora all’Istituto, aveva solo 8 anni, gli fecero vedere, una notte di Natale, il Libro della giungla di Walt Disney. Da quando era fuggito dall’Istituto si sentiva così, come un piccolo eroe che sfida la foresta da solo.
    Ma José è forte, sa come difendersi, anche per questo è scappato; all’Istituto lo legavano al letto o lo picchiavano con la verga, quando a volte, come tutti, si ribellava o faceva un capriccio.
    José non ha mai avuto nessuno che lo «proteggesse» e si prendesse cura di lui.
    Non sa a cosa corrisponde il concetto di «madre» o «padre». I padri sono tutti ubriaconi e le madri delle vittime che non sanno ribellarsi, questa è l’idea che José si è fatto della famiglia dai racconti dei suoi amichetti.
    La famiglia non gli manca, perché mai dovrebbe? Lui sa cavarsela da solo, è in grado di badare a se stesso, anzi, sta quasi meglio così, senza una casa e un famiglia, ma senza rendere conto a nessuno.
    José è abile, nessuno è mai riuscito a prenderlo; si acquatta vicino ai banconi della frutta per rubare e subito dopo scatta via come un felino, nessuno lo ha mai raggiunto. Corre José con il cuore in gola, senza paura, in fondo, di cosa? Ha visto morire i suoi compagni, li ha visti distesi ai margini della strada, freddati da un colpo di pistola; ma tutto questo non lo spaventa, la sua natura di undicenne fa sì che lui ignori ancora il significato della morte.
    È come un gioco, anche se non si gioca mai e si rischia sul serio.
    José per mantenersi vivo e non impazzire è indifferente a tutta la morte che lo circonda.
    In lui persiste un forte istinto di sopravvivenza, una voglia inspiegabile di sfamarsi, dormire, salvarsi.
    Le insidie sono molte: oltre alla polizia ci sono i «venditori di organi». José non ha ben chiaro cosa significhi «organi», ma sa che questi uomini ti blandiscono con pasticcini e lusinghe, ti catturano e poi ti vendono a pezzi. Bisogna starne lontani; il suo istinto lo sa.
    José in quest’alba sbiadita e calda guarda le rotaie della stazione centrale.
    Sogna di partire, di andare via, in un paese che neanche immagina, dove possa sentire intorno a sé una sensazione che non conosce, ma forse ricorda dai sogni: come stare avvolti in un panno caldo e dormire profondamente senza paura che qualcuno ti aggredisca. Sentirsi «al sicuro», anche se non sa come e non sa dove. Poter addormentarsi senza sentire il freddo della lama sotto al proprio corpo.
    José si alza, è tardi ormai, forse riesce a incontrare quella signora che tutte le mattine gli regala un frutto e poi un breve sorriso; a volte, dopo averla vista, sente dentro di lui una nostalgia profonda, una sensazione che gli fa male dentro e lo fa sentire debole come quando era all’Istituto.
    Ma sa come scacciarla, gli basta sentire un grido o vedere un poliziotto per riprendere il controllo della situazione, e allora di nuovo quella sensazione del cuore in gola, i muscoli che si tendono nella corsa, la consapevolezza di «dovercela» fare.
    La signora stamattina gli allunga una mela. Lui, scontroso, la intasca e va via senza ringraziare; si avvia, correndo, verso il suo destino.
    Un’altra alba, un altro giorno per combattere e arrivare al tramonto. La sua giungla lo aspetta.



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