Domenico Sigalini
(NPG 2006-07-30)
In questo articolo intendo dare uno sguardo generale alla enciclica, facendo riferimento esplicito ai contenuti, senza operare nessuna valutazione o commento o ampliamento, ma mettendo in evidenza l’impianto di pensiero, il metodo e le accentuazioni dei contenuti.
L’enciclica è composta da 42 paragrafi: uno di introduzione, dal 2 al 18 per la prima parte, dal 19 al 39 per la seconda parte, tre paragrafi dal 40 al 42 per la conclusione.
Il genere letterario della enciclica è più vicino al modello di una lezione teologica che ad una esortazione, anche se l’intento è di formare le coscienze e non solo di illuminare l’intelligenza. La caratteristica di lezione è evidenziata dal modo di argomentare, dalla proposizione di problemi e di tesi risolutive, nel modello del binomio o della contrapposizione per aiutare a chiarire il tema, dalla presentazione delle posizioni contrarie, dalla stringente logica probatoria degli argomenti, dalla presenza di piccoli riassunti per offrire un chiaro percorso all’intelligenza. Nello stesso tempo è una lettera che ha intenti pastorali entro una preoccupazione veritativa prevalente.
Emergono dalla esposizione punte liriche e appassionate di slancio evocativo e mistico.
In queste osservazioni si può già cogliere un elemento nuovo rispetto ad altre encicliche. Non è soprattutto esortativa, non è di esegesi biblica, né di intenti apologetici; è la proposta della verità fondamentale del cristianesimo, per rendere la fede un atto onesto dal punto di vista intellettuale, sapendo che ogni paragrafo può provocare richiesta di chiarificazioni. È presente però, anche se in secondo piano, la preoccupazione di far vedere che la fede è un atto sensato umanamente, con lo sforzo di ragionamenti, che non hanno direttamente o precipuamente un fine probatorio, ma di proposta di saggezza dal punto di vista dell’umanesimo che trasudano.
È stata pubblicata su «Trenta giorni» (cf n. 1/2, 2006) una interessante intervista a A. Läpple, prefetto di papa Benedetto, nella quale emerge come il tema dell’amore di Dio sia stato in assoluto il primo studio fatto da Ratzinger, quando ha curato la traduzione in tedesco della Quaestio disputata di S. Tomaso d’Acquino. Il primo elaborato da studente di teologia diventa il tema della prima enciclica.
L’introduzione
Come ogni buona trattazione, nel rivolgersi agli ascoltatori dice chiaramente l’obiettivo, la meta. Vi voglio dire quale è il centro della fede cristiana: non è una formula, ma l’incontro con una persona, che è l’amore, legato a doppia mandata con la realtà dell’amore umano.
La preoccupazione speculativa
Gli studiosi di fisica, anche in tempi lontani dal nostro, hanno sempre nutrito un sogno: quello di far vedere che tutte le forze che si sprigionano dalla natura sono riconducibili a una sola forza. Si manifesta in modi diversificati, ma è sempre la stessa forza: la gravità, l’elettricità, il magnetismo, la forza atomica. Anche il papa ha questo sogno. Il campo semantico dell’amore è amplissimo, è amore quello fraterno, quello di amicizia, di figliolanza, quello materno e paterno, si esprime al massimo delle potenzialità e del coinvolgimento come archetipo nell’amore quello tra uomo e donna, ma l’amore è uno solo. Questa la tesi. Ora occorre dimostrarla.
È uno solo o è unica soltanto la parola, che veicola significati che ne restano divergenti?
La risposta viene data con il metodo della contrapposizione, in tre binomi, come intelligentemente si è organizzato questo studio: eros e agape, amore di Dio e amore del prossimo, giustizia e carità.
Di questi binomi che verranno sviscerati negli incontri che seguiranno in maniera ampia presento solo un quadro riassuntivo, come espresso dall’enciclica.
Eros e agape
Intanto nella Bibbia l’uso dei termini già esprime una originalità. Si accenna velocemente ai termini eros e philìa e ci si attesta sul termine agape. Già qui si intuisce che nel NT c’è una novità.
È una novità negativa che avvelena l’eros come dice Nietzsche, è un cartello di divieto per la gioia?
Eros per i greci è ebbrezza, sopraffazione della ragione, una sorta di pazzia divina, di potenza divina cui rendere culto, da celebrare come forza divina, che spinge l’uomo a impossessarsi di qualcosa che è di Dio.
L’AT lo ha combattuto come perversione, falsa divinizzazione, che disumanizza le persone; le prostitute sacre sono ridotte a strumenti, non sono dee, ma persone umane di cui si abusa. Per questo l’eros non è una estasi verso Dio, ma caduta, degradazione dell’uomo.
Ha bisogno di disciplina, purificazione per passare dal piacere di un istante al pregustamento del vertice dell’esistenza cui ogni uomo tende (4).
Due verità si possono conquistare:
- tra amore divino e amore umano c’è relazione; l’amore umano è una finestra della quotidianità che si apre sull’eternità, sull’infinito;
- non è l’istinto che lo regola, ma purificazione e maturazione.
L’agape allora non è avvelenamento dell’eros, ma la sua guarigione.
Il principio guida di questa tesi è la costituzione dell’essere umano: fatto di anima e di corpo in intima unità: né spirito solo, né corpo solo (5). Solo quando si fondono in unità, l’uomo diventa pienamente se stesso. La nostra cultura al riguardo ha seguito una sorta di pendolo tra l’esaltazione-attenzione e avversione alla corporeità. Ieri si rimproverava alla chiesa di aver trascurato la corporeità, oggi la mentalità esalta il corpo in maniera ingannevole. L’eros è degradato a puro sesso, e da corpo merce e cosa il passo è breve verso l’uomo merce e cosa. Non è un sì al corpo, ma una sua degradazione. Per la fede l’uomo è uni-duale. La vera estasi dell’eros allora ha bisogno di ascesa, rinunce, purificazioni e guarigione.
Ecco allora la traccia di cammino che può condurci dall’eros all’agape, che ci viene suggerita dal cantico dei cantici, dai dodim all’ahabà (6): scoperta dell’altro, cura per l’altro, ricerca del bene dell’amato non di se stesso, fino alla definitività che si esprime in un amore per sempre e esclusivo.
Estasi allora non è momento di ebbrezza, ma cammino, esodo permanente dalla chiusura al dono di sé, che è ritrovamento di sé, scoperta di Dio. Il NT con le frasi radicali di Cristo ne fa intuire l’arditezza. Perdere la vita, chicco di grano che muore in vista della risurrezione. Dal centro del sacrificio personale e dell’amore di Gesù che giunge al suo compimento si ritrova l’essenza dell’amore e dell’esistenza umana.
Un elemento di metodo: si è partiti da considerazioni filosofiche e un po’ alla volta si è giunti alla dinamica della fede attraverso la luce della Bibbia (7). Qui c’è il primo punto di non ritorno della lezione o punto di arrivo della ricerca, che stabilisce la prima tappa del cammino che stiamo facendo. Il paragrafo è la conclusione della prima ricerca: c’è unità profonda tra i vari modi di amare, il messaggio biblico è imparentato con l’amore umano. Le contrapposizioni tra amore ascendente e discendente, tra amore possessivo e oblativo, tra eros e agape vanno respinte attraverso un cammino di crescita. Qui si chiamano in causa anche i Padri che usano la scala di Giacobbe come immagine del cammino tra ascesa e discesa. Non sono mondi paralleli, realtà distaccate, nemmeno contrapposte. Accentuazioni ci possono essere (8), ma nella ricerca di un esodo da ambedue verso una composizione in unità aiutati dalla fede biblica che dischiude nuove dimensioni, che offre delle novità: quali?
L’immagine di Dio (9-10)
Dio è amore che perdona, è talmente grande il suo amore da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia. Dio ama tanto l’uomo che, facendosi uomo egli stesso, lo segue fino alla morte e in questo modo riconcilia giustizia e amore. Il cantico dei cantici, esprime alla grande il rapporto di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio.
L’immagine dell’uomo (11)
L’eros è come radicato nella natura stessa dell’uomo, l’uomo è come incompleto se non si relaziona alla donna, se non risponde alla sua vocazione ad uscire, a lasciare padre e madre per farsi una sola carne con la donna. All’immagine monoteistica di Dio corrisponde il matrimonio monogamico, basato su un amore esclusivo e definitivo.
Queste novità si presentano a noi nella novità assoluta che è Gesù Cristo che dà carne e sangue ai concetti.
Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e per salvarlo. È guardando al fianco squarciato di Cristo che si può definire che cosa è l’amore di Dio. È da lì, dal momento supremo anticipato nei simboli con l’Eucaristia (13) che il nostro amore si fa vero. Non stiamo più solo a guardare, a contemplare, ma veniamo coinvolti partecipando al suo corpo e al suo sangue in un amore che si fa servizio al prossimo, che supera una eventuale assolutizzazione rituale. Agape diventa anche il nome dell’Eucaristia e apre la nostra capacità di amare al prossimo. Si possono rileggere da questo punto di vista la parabola del ricco epulone (Lc 16, 19-31), quella del Samaritano (Lc 10, 25-37) e il Giudizio finale in Mt 25, 31-46.
Amore di Dio e amore del prossimo (16-18)
La tesi è evidente: l’affermazione dell’amore a Dio diventa una menzogna se lo si chiude al prossimo o addirittura lo odia. L’amore per il prossimo è una strada per incontrare Dio, e chiudere gli occhi al prossimo rende ciechi di fronte a Dio. La dimostrazione della necessità di tenere uniti amore a Dio e amore per il prossimi non sta in una raccomandazione morale, ma nel fatto che amando Dio siamo trasformati in Lui e che quindi dobbiamo amare come lui. Cioè tutti.
Qualcuno dice: nessuno ha mai visto Dio, quindi non lo posso amare; ma Dio ci ha amati per primo; la sua storia d’amore la cogliamo nella Bibbia, nella storia della Chiesa, nella Liturgia. Qui noi sperimentiamo l’amore di Dio. Da questo prima di Dio può spuntare la nostra risposta di amore a Lui. Noi gradatamente entriamo in comunione di sentimento e di pensiero con Dio così che la nostra volontà coincide con la sua, imparo allora a guardare gli altri con i suoi occhi, con i suoi sentimenti, il suo amico è mio amico (18). Nasce allora necessariamente l’amore al prossimo e diventa quindi possibile, perché l’amore di Dio mi cambia il modo di pensare, me lo fa diventare come il suo. Quindi è ancora Lui all’origine del mio amore per il prossimo, non è sforzo titanico mio, ma imitazione sua e sorretta da Lui. Non cerchiamo allora il politicamente corretto, ma l’amore, che non è solo e soprattutto un comandamento, magari imposto dall’esterno, ma una esperienza d’amore donata dall’interno.
Passiamo ora alla seconda parte dell’Enciclica.
L’esercizio dell’amore da parte della chiesa
È lo Spirito Santo l’artefice che
- armonizza il cuore dei cristiani col cuore di Cristo;
- muove ad amare i fratelli;
- dà una forza che trasforma la comunità;
- e fa della Chiesa il testimone dell’amore del Padre.
La sua azione è determinante e necessaria (19).
Da sempre è stato compito della chiesa vivere la carità: si può partire dalla stessa vita dei primi cristiani, come descritta dagli Atti degli Apostoli, come una vita semplice di chi metteva in comune tutto e che poneva sullo stesso piano la frazione del pane con lo spezzare la vita per gli altri, dalla scelta dell’ufficio diaconale, proprio perché non si trascurasse il culto o non si trascurasse il servizio. Questa diaconia è vista a Napoli, in Egitto, a Roma. Il contesto delle celebrazioni domenicali dei primi secoli fa cogliere molte bene come la liturgia domenicale era vista come lo snodo propulsore della vita di carità verso tutti.
Lo stesso Giuliano l’Apostata che voleva creare una struttura statale alternativa alla comunità cristiana, imponeva ai suoi lo stesso stile di carità che vedeva applicato nella chiesa (24).
Chiarito questo (25), cioè che la natura della Chiesa sta nel kerigma, nella liturgia e nella diaconia come altro punto di non ritorno, conquistato nella verità di una adesione non solo intellettuale, si apre un’altra sezione di insegnamento su un ultimo binomio.
Giustizia e carità (26-30)
La carità rischia di acquietare la coscienza, senza aver prima creato un giusto ordine. È importante allora vedere come nella Chiesa, pur con qualche colpevole ritardo, si è sempre fatta la scelta di una traduzione della carità di Dio entro le strutture della vita sociale (26). Esistono tante encicliche che mostrano la cura della Chiesa per una giustizia sociale che sta alla base di ogni carità, che è la prima carità in ordine di impostazione intellettuale.
* Compito centrale della politica è il giusto ordine della società e dello stato. La giustizia è lo scopo e quindi anche la misura intrinseca di ogni politica. Essa ha una sua autonomia. Ma come realizzare la giustizia qui e ora? Purtroppo siamo di fronte a una sorta di accecamento etico; occorre allora una forza purificatrice per la ragione stessa e questa la opera la fede che ha il compito insostituibile di contribuire alla purificazione della ragione, di servire la formazione della coscienza, perché le esigenze della giustizia diventino comprensibili e praticabili. Qui entra in gioco l’uso della dottrina sociale della Chiesa, che non è un dettame legislativo, ma un aiuto alla coscienza perché purificata da interessi personali dia a ciascuno il suo. Questo ultimo non è compito della chiesa, ma della politica. La chiesa non è al posto dello stato e nemmeno ai margini per la ricerca della giustizia.
* L’amore però è sempre necessario anche nella società più giusta. Esiste nel mondo un cumulo di sofferenza, di solitudine, di necessità concrete di amore, di amorevole dedizione personale. Uno stato che regola tutto non va, deve riconoscere e sostenere sussidiarietà. La Chiesa è forza viva di sussidiarietà. C’è inoltre qualcosa che lo stato non dà: la cura dell’anima. Non di solo pane vive l’uomo.
Al paragrafo 29 si aggiunge quindi un ulteriore punto di non ritorno che sintetizza quanto detto finora. E segue una considerazione importante sulla necessità di formare laici cristiani che si spendono in politica con questa correttezza di impostazione e consapevolezza della gravità della missione.
La carità della Chiesa (29-31)
Le strutture di servizio caritativo
Alla chiesa allora compete l’organizzazione della carità (30) e quindi anche curarsi di un insieme di strutture di servizio. Per queste occorre:
- nuova conoscenza del mondo, nuova disponibilità universale, nuovi strumenti di solidarietà e la cura perché si facciano leggi per favorire la solidarietà;
- diversificate forme di volontariato e di aiuti organizzati, con la grande disponibilità dei giovani e con la scelta che la chiesa collabori ecumenicamente nel servizio e nelle strutture di carità.
La carità ecclesiale deve mantenere la sua identità attraverso:
- l’offrire aiuto alle necessità immediate con persone competenti professionalmente, con dedizione e ricchezza di umanità, formazione del cuore e contatto con Dio, sorgente dell’amore;
- indipendenti da partiti e da ideologie. In genere il marxismo attacca la carità della chiesa come forza di conservazione dello status quo, vorrebbe spingere in maniera disumana al peggio. Il cristiano invece si colloca subito e in prima persona ad aiutare. Solo a partire da qui si può procedere con programmazione, previdenza, collaborazione;
- non è in funzione di nessun proselitismo, ma è sempre gratis, senza nascondersi dietro un dito, tanto più che spesso è proprio l’assenza di Dio la causa delle ingiustizie e delle povertà. Comunque c’è tempo per parlare e tempo per tacere.
I responsabili
La Chiesa stessa nella sua universalità che si avvale di un Pontificio Consiglio chiamato «Cor unum».
Il vescovo, che presiede la carità della sua chiesa particolare.
I collaboratori, di cui si dà un identikit (mossi dall’amore di Cristo, capaci di collaborare, umili, non rassegnati mai).
Senza dimenticare l’importanza della preghiera, sapendo che Dio è padre e ci ama
«Vivere l’amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo, ecco ciò a cui vorrei invitare con la presente Enciclica (39). Un altro modo di dire il contenuto dell’Enciclica.
Conclusione
Nel riportare alcune figure di santi che hanno vissuto la realtà dell’amore in maniera esemplare, il papa scioglie un canto lirico nei confronti di Maria. Non è la solita conclusione delle prediche, che dà sollievo agli uditori, perché quando si parla di Maria significa che siamo alla fine, ma un canto di due bei paragrafi. L’impianto è tipicamente biblico, è un commento spirituale al vangelo di Luca.
Maria è vista attraverso il canto del magnificat, la magna charta della carità di Maria da cui emerge come
- Donna di speranza: crede decisamente alle promesse di Dio;
- Donna di fede: parla e pensa con la Parola di Dio, i suoi pensieri sono in sintonia con quelli di Dio;
- Donna che ama nei suoi gesti silenziosi di Nazaret, di Cana, nell’umiltà dello stare un passo indietro durante la vita pubblica di Gesù, dell’ora da lei temuta, ma affrontata con coraggio della morte in croce del Figlio, nell’ora della Pentecoste.
Un fatto caratteristico della conclusione è di guardare ai santi non solo per gli esempi di vita vissuta, ma anche per la loro capacità di farci crescere anche dal cielo (42).
La fede e la devozione dei cristiani sostenuta da Maria è la testimonianza che l’amore puro è possibile e allora sgorga naturale la preghiera finale:
Santa Maria, Madre di Dio,
tu hai donato al mondo la vera luce,
Gesù, tuo Figlio - Figlio di Dio.
Ti sei consegnata completamente
alla chiamata di Dio
e sei così diventata sorgente
della bontà che sgorga da Lui.
Mostraci Gesù. Guidaci a Lui.
Insegnaci a conoscerlo e ad amarlo,
perché possiamo anche noi
diventare capaci di vero amore
ed essere sorgenti di acqua viva
in mezzo a un mondo assetato.









































