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    Il bene e la notte

    Sussidio di riflessione sulla testimonianza
    di Dietrich Bonhoeffer

    a cura di Massimo Maffioletti



    4. «Ma a te io darò come bottino la tua anima»

    La vita in carcere è fatta sostanzialmente di lettura di libri (teologia, storia, letteratura, saggistica scientifica...), di scrittura di schemi per nuovi lavori, di poesie e preghiere, di recitazione a memoria dei lieder di Paul GERHARDT (1607 – 1676). Bonhoeffer in carcere resisterà anche grazie alle parole “giuste” che egli aveva mandato a memoria.

    ♠ La memoria è fondamentale. Non c’è mai una buona cura dello spirito se non si mandano a memoria le cose. La tecnologia è una gran bella cosa ma non possiamo affidare lo spirituale che è in noi, che siamo noi, all’invadenza pervasiva della digitalizzazione: si spera che l’affermazione non sia fraintesa come veteroromanticismo.

    I giorni di Tegel sono, soprattutto, frequentazione della Bibbia e lettura quotidiana della liturgia e del Salterio («Le letture del giorno sono la mia gioia quotidiana» [46]). Il tempo “recluso” è battuto dall’orologio dei tempi liturgici, anche se Bonhoeffer non può esercitare il ministero di pastore se non pregando con gli altri prigionieri. E, infatti, scrivendo all’amico BETHGE il 18 novembre 1943 confida: «Tu sai che qui mi è stato negato addirittura il pastore; ma anche se fosse venuto – in verità, sono ben contento di avere solo la Bibbia, qui – non avrei certo potuto parlare con lui come posso fare con te, e con te solo». Tra l’altro è splendida l’idea che all’amico venga chiesto di ricoprire il ruolo del “pastore” perché gli assicuri, anche solo via lettera, la “consolatio fratrum”, la consolazione della fraternità. (Qui si aprirebbe il capitolo della Vita comune, la splendida regola nata dall’esperienza con i giovani nel seminario di Finkenwalde e che ha al suo centro l’idea che il cristianesimo sia fraternità: forse l’unica possibilità a disposizione per controbattere la barbarie diabolica di una generazione di invasati che mandava a morte milioni di vite umane).
    La lettura della Bibbia non era soltanto un gesto di devozione ma una maniera per dichiarare la sua vicinanza al popolo ebraico eletto. La Chiesa tedesca che si schierò con Hitler aveva preso le distanze perfino dall’Antico Testamento. Stare con quel primo testamento significava stare dalla parte di quel popolo per il quale era stato pianificato l’annientamento della Shoah. Era una scelta di compassione.
    Il rapporto di Bonhoeffer con le scritture sacre fu vitale. Intanto, gli venne permesso di tenere la Bibbia in cella. La lesse tutta. Due volte e mezza. Ma quello che più conta è una sorta d’identificazione con la narrazione della fede di quel popolo: la vicenda di Giobbe («lo amo particolarmente» [47]), il destino di Geremia (capitolo 45: «Ecco, io demolisco ciò che ho edificato, e sradico ciò che ho piantato… e tu vai cercando grandi cose per te? Non le cercare! … ma a te io darò come bottino la tua anima» [48]), l’esodo di Mosè, l’uomo che non entrò nella terra promessa ma la vide soltanto da lontano (chiaro il riferimento autobiografico). E, infine, i salmi che sono stati il vocabolario della sua preghiera.
    Il continuo riferimento alla Parola non è un pio atto consolatorio, la Parola testimonia l’esperienza di uomini che hanno vissuto il tempo della prova e della morte e sono rimasti fedeli, sono rimasti cioè nella fiducia nei confronti di un Dio che non inganna e intende mantenere la sua promessa. Soltanto la fiducia – che trova nella scrittura sacra le parole giuste per dirsi – può rispondere all’enigma del Male, non perché lo scioglie o lo definisce ma perché lo contiene in sé. Si risponde al Male soltanto mantenendosi fedeli alla promessa di Dio (cioè la vita stessa che vale la pena essere vissuta nonostante tutto) e respingendo l’idea che Dio abbandoni l’uomo nell’abisso della morte: «Io devo avere la certezza di essere nelle mani di Dio e non in quelle degli uomini. Poi tutto diventa leggero, anche le privazioni più dure […] Io non voglio vivere questa vicenda senza fede. […] Noi possiamo vivere solo nella certezza e nella fede […]. “Nella fede” (spero) posso sopportare tutto, anche una condanna, anche le altre temute conseguenze. […] Il non-voler-rischiare, questo è un vero pericolo» [49].
    Dio garantisce sempre il “bottino” della propria anima: la vita e la speranza. «Il bene arriva sempre attraverso la notte» [50].
    Il legame autobiografico con la vicenda di Gesù di Nazareth sarà decisivo.

     È arrivato il tempo della grande domanda: che legame hai con Gesù di Nazareth? Da perfetto sconosciuto? E il vangelo, così decisivo per Bonhoeffer? A proposito: Dietrich non leggeva il vangelo perché era un prete ma perché lì – nell’umanità di Gesù – aveva scoperto uno stile umano con cui stare in questo mondo con autenticità e dignità. La fede non era qualcosa di bigotto o da bambini dell’asilo. Ma sostanza di vita per uomini grandi. E, tu, cosa hai compreso dell’umanità di Gesù, della sua maniera di aver vissuto la vita, di incontrare le persone, avere cura degli ultimi, lottare per la giustizia, perdonare il nemico, morire con fiducia…? Forse anche per te ci sarà il momento nel quale confrontarsi con la sua umanità e se avrai il coraggio di farlo scoprirai la bellezza di una libertà che ha donato se stessa, fino in fondo, fino all’ultimo respiro, per la buona causa di Dio: cioè, un mondo riconciliato e fraterno. Capire la propria umanità alla luce dell’umanità di Gesù, trovare il senso della vita a partire dalla vita sensata dell’uomo di Nazareth: questa è, tra le altre cose, la lezione di Dietrich.


    NOTE

    46 Lettera a Eberhard BETHGE, Tegel 18 gennaio 1944.
    47 Lettera ai genitori, Tegel 15 maggio 1943.
    48 Lettera ai genitori, Tegel 5 settembre 1943.
    49 Lettera a Eberhard BETHGE, Tegel 22 dicembre 1943.



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