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    Marzia non sarà cattolica


     

    (NPG 98-03-9)

    Dei miei amici hanno avuto una bambina. Poi, per caso, ho saputo che non vogliono battezzarla. Marzia non sarà cattolica, almeno finché non chiederà di esserlo. Ho chiesto il perché di questa scelta. Mi hanno detto: «Semplicemente perché non siamo praticanti – lei si dichiara atea – e non c’è l’esigenza di altre formalità». Proprio così, non è necessario complicarsi la vita. Non ho continuato il discorso, ma il disagio era ormai entrato in me e non abbiamo più ripreso l’argomento. Ho ripensato a questa bimba dolcissima, le sue mani sempre tese verso gli altri, pronta a sorridere, ed un moto di ribellione mi ha fatto riflettere.

    È giusto privare Marzia di un’educazione religiosa? Perché indirizzarla verso «valori laici» e farne una donna razionale – magari efficiente – senza la possibilità di rivolgersi a Qualcuno? La mia ribellione è diventata angoscia: questi interrogativi vanno oltre la discussione pacata, corretta, rispettosa, che siamo soliti condurre i miei amici ed io. Sono io ad essere messa in discussione: ho affermato il mio credo di cattolica o il rispetto per le «tradizionali cerimonie» di famiglia? Ho iniziato a chiedermi – visto che gli altri lo danno per scontato – se sono veramente cattolica. In cosa consiste la mia religione? Mi sono accorta di non saper rispondere alla domanda «Perché sei cattolica?» e ho cercato di ricordare se nel mio passato c’è stata qualche crisi che mi ha portata a procedere con più cautela e nessuna certezza: sono proprio cattolica? E intanto chissà, tu Marzia, cosa penserai dei miei dubbi fra vent’anni senza l’eredità di una religione? Ne capirai la profondità e questo bisogno di chiarimento che coinvolgono me adesso? Nel dubbio vale la pena tentare una ricerca. In quale direzione? Da dove cominciare?

    I ricordi del catechismo, impartito dal parroco con delle risposte chiare ed esaurienti, non sono privi di nostalgia, di rimpianto per la sensazione di fiducia verso ciò che mi si diceva, mi si insegnava. Il bisogno di condividere le mie esperienze mi ha portata successivamente a vivere momenti di aggregazione, di gioco, di preghiera. La curiosità, la voglia di capire e di confrontarmi mi hanno avvicinata ad altre culture, ad altre religioni. Per crescere ho confrontato me stessa con gli altri, ho imparato e sono cambiata. Come tanti giovani non ho accettato le imposizioni, le risposte già pronte, ma ho tentato di personalizzare la mia voce, la mia esperienza. Ho criticato le cose che mi sono state dette, ho valutato in positivo la libertà che mi è stata concessa e ho riconosciuto nella dignità umana l’unico dogma che mi guidava. Non credo di aver trovato in nessuna religione delle cose del tutto sbagliate o da rifiutare, se non le restrizioni, gli assoluti e i rifiuti che costringono l’uomo a soffrire. In verità, adesso, sembra che io stia vivendo una religione generica, che mi sia concessa una religione priva di vincoli e rituali, ispirata a un sincretismo fra le varie religioni. Penso di aver organizzato tutto questo per un bisogno di armonia col mondo, di comunione rassicurante. Ora non ho più le mie certezze, talvolta non condivido le posizioni della Chiesa su alcune questioni, me ne allontano ogni volta che provo disagio. Non discuto l’esistenza di Dio, né la validità della religione. Eppure mi sono allontanata. Con una certa delusione scopro di aver proseguito, tappa dopo tappa, senza verificare verso quale obiettivo fosse giusto avviarsi. Ho perso di vista i confini fra religiosità e l’essere cattolica. Non so esattamente se ho perso le certezze in cui speravo da adolescente o non sono mai riuscita ad averle. Ho condiviso i valori del rispetto, della solidarietà, dell’impegno, giudicandoli prioritari, ma che non sono sufficienti a differenziarmi da Mohammed, il mio amico di Birzeit.

    Ma allora, se è la buona educazione a farmi rispettare il prossimo e la coscienza civica a impedirmi ogni violenza, perché restare legata al credo cattolico e non vivere, invece, questa religiosità nel modo più sereno – cioè privato – che esiste? Che cosa ho chiesto alla Fede e che forse non ho avuto? Cosa cerco di recuperare rimettendomi alla ricerca di questa risposta? Rinviare queste domande è possibile, ma ci sono sempre gli occhi innocenti di Marzia a chiedere «Perché?» e il mio specchio, che non ha la generosità di nascondere le mie espressioni di dubbio e di preoccupazione. Che cosa ho posto nelle mie aspettative che una religione non mi ha dato? Nessuno mi dice che cosa chiedere ad una religione, come riavere o avere Fede. Dovrei guardare la mia esistenza e vedere che posto occupa la Speranza. Ma quale è l’oggetto della mia attesa? Restano i dubbi. Nonostante il mio monologo e l’ansia di risolvere le mie incertezze non trovo le risposte. E di nuovo, cosa significa per me il concetto di Salvezza? Quale ideo ho io di Dio, di Gesù? Quale spazio occupano nella mia esistenza? Quanto tempo dedico a queste preoccupazioni? Potrei soffermarmi sulla figura di Gesù e verificare quanto ho imparato da lui. Non ho fatto della sua vita il mio modello, e tuttavia mi sforzo di amare e di aiutare gli altri, non l’ho seguito e non mi sento nemmeno pronta. E se io volessi superare questa religiosità cosmica, che pretendeva di dare la serenità superando il problema della scelta di una qualsiasi religione, mi basterebbe oggi riascoltare il catechismo? Sarei pronta a credere? Cosa fugherebbe i miei dubbi? La cattiva abitudine di convivere con i dubbi, le incertezze, frena l’ansia di sapere; occorre dunque rischiare: il buio, che sembra proteggerci e spaventarci allo stesso tempo, deve essere affrontato. Le mie paure, che sono anche quelle di altri giovani, lottano con la mia sete di verità una battaglia che mi vede rivolta verso me stessa e verso gli altri. Resta ancora questa decisione, terribile e attuale, da prendere: essere o non essere cattolica?

    (Rita, 27 anni)

    Cara Rita:

    Quanto è stato interessante e commovente leggerti in queste righe! Sí, leggerti e non leggere semplicemente qualcosa che hai scritto. Mi è sembrato di vederti alle prese con il disagio che ti ha creato la risposta dei tuoi amici, i genitori di Marzia, la dolcissima bambina sempre sorridente che ha scatenato prima il tuo moto di ribellione, poi la tua angoscia, e infine la cascata di domande che ti è caduta addosso.

    Mi sono sentito toccato dalla tua vicenda e intimamente coinvolto in essa. Ti ho sentito profondamente sincera nelle questioni a cui hai dato spazio nel tuo cuore e nei tuoi pensieri. Mi è sembrato di vedere in questo piccolo avvenimento, il rifiuto del battesimo per Marzia da parte dei suoi genitori, la goccia d’acqua che ha fatto traboccare un bicchiere già colmo... o, forse meglio, una mano che ti ha portato davvero a metterti davanti a uno specchio, quello della tua fede.

    Vedo che hai fatto una strada che ti ha portata a poco a poco a staccarti, con sofferta libertà, da ciò che avevi imparato nella tua prima educazione cattolica. Da ciò che, come dici, era stato per te un bagaglio di risposte chiare ed esaurienti. E sinceramente questo non mi sembra qualcosa da sottovalutare. Forse ha significato rompere il cordone ombelicale... e ti ha aiutato a metterti sui tuoi propri piedi. Già S. Paolo diceva a un gruppo di cristiani del suo tempo: «Non comportatevi da bambini nei giudizi; siate come bambini quanto a malizia, ma maturi quanto ai giudizi».

    Racconti di essere arrivata a farti una religione generica, una religione priva di vincoli e rituali, ispirata a un sincretismo fra le varie religioni (qualcuno la chiama «religione alla carta»), che però ora ti pone dei grossi interrogativi. Tra essi, quello che tu qualifichi come «terribile e attuale»: essere o non essere cattolica? Dici bene che è attualmente quello di tanti altri ragazzi e ragazze che, magari formati come te al catechismo del parroco, si sono poi sentiti insoddisfatti e si sono buttati in una ricerca che li ha portati a fabbricarsi quella «religiosità cosmica» che «desse loro serenità superando il problema della scelta di una qualsiasi religione». Ciò dice bene di te e di loro. Non avete soffocato la sete di «altro» che si annida nel cuore. Tu sai bene che Gesù ha dato un volto a questo «altro». Glielo ha dato vivendo in un certo modo e invitando gli altri a fare lo stesso. Così è nata la comunità dei suoi discepoli.

    Purtroppo poi, col passare del tempo, non sempre ciò che egli visse si mantenne nella freschezza degli inizi. Più di una volta venne oscurato enunciando delle dottrine complicate e astratte, forse molto chiare concettualmente e perciò rassicuranti, ma fredde e lontane dalla vita, e per di più convertite in motivo di divisione nei confronti degli altri. Oppure, nascondendo il suo fondamentale orientamento di vita – «amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato» –, dietro una aggrovigliata massa di leggi e di norme. O ancora, organizzando pomposi riti in suo onore, riti complessi e lontani dalla semplicità con cui egli si rivolgeva a Dio, suo Padre. «Povero Gesù!», potremmo dire anche noi con Caterina da Siena.

    Per fortuna il suo Spirito non è morto, e ogni tanto scuote le comunità come il vento che, entrando dalla finestra aperta, mette tutto a soqquadro. Penso che reazioni come la tua, e come quella di tanti giovani d’oggi, siano una manifestazione del vento dello Spirito. Mi azzardo a dirti: «Vai dove soffia lo Spirito». Lasciati portare da lui. Non aver paura delle domande che ti sei posta. Cerca soltanto di purificare il tuo cuore, affinché si apra alla sua azione. E poi... non preoccuparti che Marzia non sia battezzata. Caso mai, non perderla di vista, giacché le vuoi tanto bene, affinché quando lei sarà arrivata al momento di darsi ragione delle cose, e tu avrai maturato la risposta ai tuoi interrogativi, possa dare anche a lei un po’ della gioia della tua opzione per Gesù e per la sua proposta.

    Luis A. Gallo



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