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    Come si può definire

    l’adorazione? 

    Commento al Compendio del Catechismo /16

    Enzo Bianchi

    L’adorazione è la prosternazione dell’uomo, che si riconosce creatura davanti al suo Creatore tre volte santo.

    (Compendio del Catechismo n. 552) 

    Il culto della nuova alleanza è “adorazione in Spirito e Verità” (cf. Gv 4,23-24), cioè nello Spirito santo e in Gesù Cristo, di tutto l’essere del cristiano rivolto al Dio vivente e vero, al Dio tre volte santo (cf. Is 6,3). E quando nella tradizione ebraico-cristiana si parla di adorazione, si intende il riconoscimento della signoria di Dio, della sua alterità-santità e, nel contempo, la coscienza della nostra qualità di creature fragili e peccatrici, indegne di stare alla sua presenza. 

    L’adorazione corrisponde a quello che il linguaggio biblico definisce “timore del Signore”, uno dei doni dello Spirito santo (cf. Is 11,2). Non è facile descrivere adeguatamente il timor Domini, vero inizio della sapienza (cf. Sal 111,10; Pr 1,7; 9,10; Sir 1,14). Non si tratta di paura né tanto meno di angoscia, come spesso purtroppo si sente dire, bensì della disposizione di chi percepisce il senso della presenza di Dio e a essa si sottomette. È il sentimento che l’uomo prova di fronte a Dio e che gli fa percepire la profonda alterità tra lui stesso, creatura, e Dio, il Creatore; è un’attitudine di rispetto, che nasce dalla consapevolezza di essere davanti a Dio e alla sua gloria.

    Vivere alla presenza di Dio in tale disposizione d’animo non impedisce l’amicizia e l’intimità con lui, ma induce a comprendere che Dio è altro dall’uomo, anzi è l’Altro per eccellenza, è un mistero più grande, mai pienamente spiegabile, mai interamente afferrabile. Sì, il timore di Dio è quella trepidazione che accompagna l’attenzione profonda a Dio, è l’autentica sottomissione all’unico Santo; in una parola, è l’atteggiamento di chi si dispone a servire Dio con tutto il proprio essere.

    Chi non possiede il timore del Signore resta incapace di discernere il mistero di Dio, non sa cogliere né la lontananza né la vicinanza del Signore. Dunque non sa dire con Pietro: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore” (Lc 5,8; cf. Is 6,5) e neppure sa riconoscere con il discepolo amato la presenza del Signore, fino a gridare: “È il Signore!” (Gv 21,7). In tal modo rischia di ridurre la propria vita di fede e di preghiera a un’esperienza intellettuale o semplicemente devozionale; rischia di banalizzare ogni parola e gesto della celebrazione liturgica.

     Chi invece si esercita al timor Domini può fare proprie le parole del salmista: “Ti celebrino tutte le tue creature, ti benedicano i tuoi adoratori, Signore, proclamino la gloria del tuo Regno” (Sal 145,10-11). E progressivamente può giungere a fare di tutta la propria vita un cammino in cui sempre di più si abitua ad “adorare il Signore, Cristo, nel proprio cuore” (cf. 1Pt 3,15).

    (Famiglia cristiana, 9 dicembre 2012)

     



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