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    Chi può educare

    alla preghiera? 

    Commento al Compendio del Catechismo /26

    Enzo Bianchi

    La famiglia cristiana costituisce il primo focolare dell’educazione alla preghiera. La preghiera familiare quotidiana è particolarmente raccomandata, perché è la prima testimonianza della vita di preghiera della chiesa. La catechesi, i gruppi di preghiera, la “direzione spirituale” costituiscono una scuola e un aiuto alla preghiera.

    (Compendio del Catechismo n. 565) 

     

    La famiglia è il primo luogo di trasmissione della fede e di educazione alla preghiera, al punto che nella tradizione cristiana è stata persino definita “chiesa domestica” (Agostino; cf. Lumen Gentium 11). In seno alla famiglia “i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l’esempio, i primi annunciatori della fede” (ibid.).
    Nello spazio familiare avviene l’educazione alla preghiera del bambino. È assolutamente necessario che i credenti educhino alla preghiera non il ragazzo, ma che questa pedagogia riguardi il bambino. I genitori non dovrebbero dimenticarlo: è il bambino che, attraverso la preghiera, è invitato a scoprire la sua natura dialogica; è il bambino che deve imparare a sentirsi amato da Dio, amato da chi gli è Padre e Madre anche quando l’esperienza familiare può difettare su questo punto; è il bambino che, proprio per la sua capacità contemplativa naturale fino ai 13-14 anni, deve esercitarsi a stare davanti a Dio come a una presenza invisibile, ma reale. Pregare insieme al bambino o narrargli episodi evangelici sono pratiche con cui i genitori lo fanno entrare nel movimento di riconoscimento della presenza amante del Signore. Il genitore che si fa narratore del Vangelo con la sua vita diviene testimone autorevole presso il figlio; e quando l’adolescente è ormai impermeabile alle parole dei genitori, ciò che resta è il loro esempio, la loro fedeltà quotidiana alla preghiera.

    Luogo ordinario della sequela di Cristo, la famiglia può anche svolgere il prezioso compito di aiutare l’intera comunità cristiana a mettere a fuoco l’essenziale della vita nello Spirito, e dunque della preghiera che ne è il cuore. Se in essa “si esercita in maniera privilegiata il sacerdozio battesimale” (CCC 1657), in essa si vive anche l’essenziale della fede e della “preghiera che nasce dalla fede” (Gc 5,15). Il credente che vive la sua fede nella famiglia è chiamato a semplificare la propria vita di relazione con Dio, centrandola su ciò che di essa è veramente costitutivo: la fede, la speranza, la carità, la preghiera, l’ascolto della sua Parola, la liturgia, la fatica della conversione, la lotta contro la potenza degli idoli.

    La vita famigliare, nel suo semplice svolgersi quotidiano, è infine ascesi, cioè esercizio, apprendistato a realtà umanissime – non a caso il Concilio definisce la famiglia “scuola di una più ricca e completa umanità” (Gaudium et Spes 52) – che, lette con intelligenza, si rivelano anche quelle decisive per la relazione di preghiera con Dio: l’ascolto, la pazienza-perseveranza, il dialogo, l’attesa dei tempi dell’altro, il sacrificio…

    (Famiglia cristiana, 17 febbraio 2013)



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