Mario Pollo, ANIMAZIONE CULTURALE, Elledici 2002
PARTE PRIMA
I fondamenti antropologici
L'UOMO MISTERO A SE STESSO: UN ENIGMA NON RISOLTO
Lo sviluppo delle scienze umane e di quelle biologiche che caratterizza la nostra epoca se, da un lato, ha indubbiamente incrementato la conoscenza dei processi emozionali, cognitivi, relazionali e sociali dell'uomo e delle loro basi fisiologiche, dall'altro lato, non ha prodotto alcun significativo sviluppo della conoscenza della cosiddetta natura umana. Anzi per alcuni versi lo studio scientifico dell'uomo e della sua vita individuale e sociale sembra avere allontanato, se non addirittura rigettato, le possibilità di una miglior conoscenza della natura umana.
La consapevolezza che la frammentazione degli studi sull'uomo stesse producendo un oscuramento della comprensione della sua natura era già presente, ad esempio, più di cinquant'anni fa nei lavori di Max Scheler che in proposito scrisse: «In nessun altro periodo della conoscenza umana l'uomo è divenuto così problematico a se stesso come ai nostri giorni. Abbiamo un'antropologia scientifica, un'antropologia filosofica e un'antropologia teologica che s'ignorano a vicenda. Così non possediamo più una qualche idea concreta di quel che l'uomo è. Nella loro sempre più grande molteplicità le discipline particolari applicatesi allo studio dell'uomo, più che chiarirne il concetto, lo hanno oscurato e reso confuso».[1]
Oggi la situazione non appare certo migliorata, anzi l'ulteriore sviluppo delle scienze umane e della logica della conoscenza sembra aver addirittura messo fuori gioco la possibilità della comprensione della natura umana.
Tuttavia il fatto che l'uomo non sia in grado di comprendere, a livello dell'indagine razionale, la sua natura non deve essere visto come uno scacco ma bensì come un miglioramento della sua autoconsapevolezza. Infatti, da più parti si sostiene, anche a livello filosofico, l'obiettiva impossibilità dell'uomo di conoscere la sua natura non potendo egli «scavalcare la propria ombra».[2] Infatti «il problema della natura umana [quaestio mihi factus sum (io stesso sono divenuto domanda) come dice sant'Agostino] pare insolubile sia nel suo senso psicologico individuale sia nel suo senso filosofico generale. È molto improbabile che noi, che possiamo conoscere, determinare e definire l'essenza naturale di tutte le cose che ci circondano, di tutto ciò che non siamo, possiamo mai essere in grado di fare lo stesso per noi: sarebbe come scavalcare la nostra ombra. Per di più nulla ci autorizza a ritenere che l'uomo abbia una natura o un'essenza affini a quella delle altre cose. In altre parole, se abbiamo una natura o un'essenza, allora certamente soltanto un dio potrebbe conoscerla e definirla...».[3] Solo Dio può rivelare all'uomo chi è, ed è questo il motivo per cui, come ancora la Arendt rileva: «tutti i tentativi di definire la natura umana quasi invariabilmente finiscono con l'introduzione di una divinità, cioè con il dio dei filosofi, che, da Platone in poi, si rivela ad un esame rigoroso come una specie di idea platonica dell'uomo».[4] Questo significa che la domanda sulla natura umana rinvia necessariamente a ciò che è oltre, a ciò che è superiore alla natura umana. Questa considerazione è coerente con i frutti della riflessione logica e logico-filosofica del nostro secolo. Basti pensare alla prova di Gödel che dimostra come ogni sistema formale (matematico, simbolico e logico) sia sempre incompleto. Ovvero dimostra che la coerenza di un sistema può essere provata solo utilizzando metodi di dimostrazione più generali di quelli che il sistema formale stesso può produrre, e che questi medesimi metodi per essere validati richiedano a loro volta il ricorso a sistemi più generali in un gioco senza fine.
A livello filosofico questo principio logico è ripreso e ampliato, in modo da essere applicabile alla condizione umana, da Wittgenstein laddove nel Tractatus logico-philosophicus afferma:
«6.52. Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto una risposta, i nostri problemi vitali non sarebbero neppure toccati. Certo allora non resta più domanda alcuna; e appunto questa è la risposta.
6.521 La risoluzione del problema della vita si scorge allo sparir di esso. (Non è forse per questo che uomini, cui il senso della vita divenne, dopo lunghi dubbi, chiaro, non seppero poi dire in che cosa consisteva questo senso?)
6.522 Vi è davvero l'ineffabile. Esso mostra sé, è il mistico».[5]
La domanda sulla natura umana è perciò, coerentemente con queste acquisizioni del pensiero contemporaneo, destinata a rimanere senza risposta; almeno quando la risposta è ricercata attraverso i sistemi formali della scienza o filosofici.
Come si vede, la via della conoscenza della natura umana, nell'auto-consapevolezza della cultura contemporanea, appare interdetta alla riflessione scientifica e a quella razionale in genere, ragion per cui la riflessione sull'uomo si è spostata da quella sulla sua natura a quella sulla sua condizione. Dove per condizione umana si intende l'insieme delle attività e delle capacità umane che influiscono, condizionandoli, sui modi di essere, e forse sulla stessa natura, delle persone umane. In altre parole questo significa che lo studio dell'uomo può riguardare solo la sua azione nello spazio-tempo del mondo, i processi che ne sono alla base e attraverso i quali conosce se stesso, gli altri e il mondo.
L'uomo vive prigioniero di un paradosso particolare in quanto egli possiede la capacità di sviluppare una conoscenza sempre più approfondita del suo organismo, della sua psiche e del suo agire sociale ma questa stessa capacità gli impedisce di comprendere la sua natura. Anzi più sviluppa la capacità di indagine scientifica e razionale delle proprie attività e delle proprie funzioni biologiche, psichiche e sociali e più l'uomo perde la capacità di sapere chi è.
I tanti saperi particolari proposti dalle scienze umane non riescono, nonostante le varie mitologie dell'interdisciplinarietà e della multidisciplinarietà, a produrre un sapere generale, unitario sull'uomo. Esiste, tuttavia, un modo per l'uomo di comprendere la propria natura. Esso è quello che gli proviene dalle rivelazioni che Dio gli ha fatto circa la sua natura. Chiaramente questa rivelazione è accettata solo da chi possiede una fede religiosa e che, quindi, riconosce la rivelazione di Dio nella storia umana. Per gli altri la natura umana è destinata o a restare un mistero o ad essere banalizzata da qualche riduzionismo scientifico o presunto tale.
Tra l'altro, è proprio in questa rivelazione, così come essa è proposta dalla tradizione ebraico/cristiana, che è rintracciabile anche l'origine della impossibilità dell'autocomprensione da parte dell'uomo della propria natura.
L'UOMO COME IMMAGINE DI DIO
La definizione dell'uomo che la Bibbia offre nel libro della Genesi aiuta a comprendere perché l'essere umano, oltre che per motivi logici, non possa afferrare l'essenza della propria natura. Infatti nei due versetti 1,26 e 1,27 della Genesi si trova l'affermazione che l'uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio: «E Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra". Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò».
È proprio il fatto che l'uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio che spiega al credente perché gli è impossibile capire la propria natura. Anche perché, come dice chiaramente la Bibbia, l'uomo è fatto sì ad immagine di Dio ma non è Dio e, quindi, egli si trova nella condizione di poter essere come Dio ma senza mai poter essere Dio. Questo significa che egli è dotato di una comprensione necessariamente limitata della sua natura, essendo questa fatta ad immagine di un Essere che trascende la sua dimensione esistenziale.
L'unica via che l'uomo ha a sua disposizione per conoscere Dio, come suggerisce l'Antico Testamento, è quella di cercare di «acquisire e di attuare le principali qualità che caratterizzano Dio, giustizia e amore (rahamim)».[6]
Infatti come sostiene H. Cohen «conoscere le vie del Signore significa conoscere e seguire in pratica i Suoi rapporti con gli uomini, i Suoi principi di giustizia, di amore illimitato, di bontà e di indulgenza».[7] Questo vuol dire che la rivelazione di Dio all'uomo più che alla sua capacità di speculazione si rivolge alla sua capacità di agire, di realizzare nella sua vita la giustizia e l'amore di Dio. Infatti l'uomo imita Dio quando nel suo vivere quotidiano fa spazio all'amore, alla pratica della giustizia, alla bontà e alla tolleranza.
Il dovere, e quindi la possibilità, dell'uomo di imitare Dio, indica anche che l'uomo possiede una capacità evolutiva di cui non sono stabiliti i limiti e che perciò egli non ha una natura completamente definita alla nascita.
«Dio, come notava un maestro hasidico, non dice dopo aver creato l'uomo: "ciò era buono"; questo dimostra che mentre il bestiame e tutte le cose erano compiute dopo essere state create l'uomo non era compiuto. È l'uomo stesso, guidato dalla parola di Dio come dalla voce della Legge e dei Profeti, che può sviluppare la sua natura interna nel processo della storia».[8]
L'uomo ha ricevuto da Dio la possibilità di divenire simile a Lui, ma questa possibilità dipende dal suo concreto impegno a realizzarla. La sua natura di essere fatto a immagine e somiglianza di Dio è, infatti, il risultato di una faticosa conquista che mette in gioco una sua libera decisione e l'azione ad essa conseguente.
Questo significa che l'uomo può anche rifiutare di divenire come Dio e, quindi, scegliere di costruire diversamente la sua natura. È necessario sottolineare che se non esistesse la possibilità di questo rifiuto l'uomo non potrebbe divenire come Dio in quanto senza l'esercizio della libertà l'uomo non può imitare Dio. Infa solo se l'uomo sceglie liberamente di obbedire a Dio può divenire simile a Dio ,e liberare, di conseguenza le potenzialità insite nella sua natura. Si potrebe dire che nell'uomo la libertà è la qualità senza la quale l'obbedienbza a Dio non può manifestarsi come tale.
Pico della Mirandola ha intuito ed espresso nell sua celebre orazione questo apparente paradosso della libertà umana: «Perciò accolse l'uomo come opera di natura indeterminata e postolo nel centro del mondo così gli parlò: "Non ti ho assegnato, o Adamo, né una sede determinata né un proprio volto né alcun privilegio che fosse esclusivamente tuo, affinché quella sede, quel volto, quei privilegi che tu desidererai, tutto tu possa avere e conservare secondo il tuo desiderio e il tuo consiglio. La natura è determinata per gli altri entro leggi da me prescritte. Tu, invece, te la fisserai senza essere impedito da nessun limite, secondo il tuo arbitrio al quale ti ho consegnato. Ti ho posto nel mezzo del mondo perché di là tu possa più agevolmente abbracciare con lo sguardo tutto ciò che c'è nel mondo. Non ii ho fatto né celeste né terreno né mortale né immortale affinché, quasi di te stesso arbitro e sommo artefice, tu possa scolpirti nella forma che avrai preferito. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori proprie dei bruti, potrai rigenerarti secondo la volontà del tuo animo nelle cose che sono divine"».[9]
In altre parole questo significa che l'uomo deve scegliere di voler essere come Dio e su questa libera scelta fondare la sua imitatio Dei, che trova nell'obbedienza alla volontà divina che si esprime nella giustizia e nell'amore il suo centro motore.
Il cammino evolutivo dell'uomo, la sua emancipazione dai limiti della sua appartenenza al mondo naturale ha inizio con l'espressione della sua libera obbedienza a Dio.
IL MONDO DELL'UOMO
È ancora alquanto diffusa la concezione secondo cui il mondo, ovvero la realtà materiale ed immateriale in cui si vive, sia la stessa per tutti gli esseri viventi. In altre parole si pensa che ogni essere vivente percepisca, magari con sfumature, tonalità e profondità differenti la stessa realtà che percepisce l'uomo. Alla maggioranza delle persone sembra poi del tutto ovvio che tutti gli uomini, al di là delle differenze etniche e geografiche, vivano e percepiscano, quando condividono lo stesso spaziotempo, un'identica realtà.
La moderna biologia, unitamente s'intende alla filosofia ed alle scienze dell'uomo e del linguaggio, si è da tempo incaricata di demolire questa concezione. In particolare attraverso Jakob von Uexkull ed il suo concetto di Umwelt.[10]
Secondo Uexkull ogni specie di organismo vivente è una sorta di monade che abita un suo mondo specifico in cui sperimenta una sua esperienza particolare. Il. mondo di una zecca, ad esempio, non ha nulla a che vedere con quello di un'ape. Non ci sono, infatti, in questi due mondi esperienze trasferibili dall'uno all'altro. Basti pensare che il mondo di una zecca è fatto di luce ed ombra, dalla presenza e dall'assenza di anidride carbonica e/o di acido butirrico.
Questo perché il mondo di una specie vivente è costruito dal suo sistema recettivo, quello che gli consente di percepire gli stimoli che gli provengono dal suo ambiente, e dal suo sistema reattivo, quello che gli permette di reagire a tali stimoli. Questi due sistemi, che sono profondamente interrelati, formano quello che Uexkull chiama il circolo funzionale. La realtà, ovvero il mondo abitato da una specie, è costituita solo da ciò che entra in questo circolo funzionale. Ciò che non entra in questo circolo funzionale semplicemente non esiste.
Per i membri di una specie priva di organi della visione la luce non esiste e, quindi, non appartiene al mondo di quella specie che ne ignora completamente l'esistenza, mentre ad esso possono appartenere fenomeni e realtà fisiche che per altre specie non esistono.
Questi dati aiutano a capire come il mondo vivente non sia un mondo unitario ma, bensì, un insieme di mondi distinti che in alcuni casi hanno una parte in comune, delle intersezioni che consentono la relazione aut comunicazione tra differenti specie. La comunicazione tra specie differenti è possibile, infatti, solo se esistono delle intersezioni, delle parti in comune tra i singoli mondi delle specie.
Due specie senza intersezioni tra i loro mondi non solo non potrebbero comunicare tra di loro, ma addirittura l'una non esisterebbe per l'altra e viceversa essendo reciprocamente invisibili.
L'uomo si differenzia dalle altre specie viventi perché oltre a possedere sistemi recettivi e reattivi molto più ampi, ha un elemento che rende unico il suo circolo funzionale e, quindi, il suo mondo: il sistema simbolico.[11]
Questo sistema, che è inserito tra quello recettivo e quello reattivo, è costituito dalla cultura e, in particolare, dal linguaggio simbolico che la articola e costituisce.
L'uomo tra lo stimolo e la reazione ad esso, salvo casi limitati, compie delle elaborazioni di tipo simbolico ovvero interpreta lo stimolo e sceglie la risposta più adeguata ad esso, attraverso gli strumenti che gli offrono la sua cultura sociale e la sua esperienza personale, così come è stata rielaborata a livello simbolico. È questo il motivo per cui a volte stimoli apparentemente deboli e insignificanti producono nell'uomo reazioni molto forti, non giustificate da un'analisi biologica della relazione stimolo risposta.
Basta pensare, ad esempio, che in alcune culture sociali un sorriso o uno sguardo ad una donna può provocare reazioni violente o compromettere chi lo fa, mentre in altre culture la stessa azione non provoca alcuna reazione particolare.
Si può affermare che nella maggioranza dei casi l'uomo reagisce non tanto allo stimolo materiale quanto all'interpretazione simbolica che egli dà di quello stimolo.
È questa caratteristica che ha indotto alcuni filosofi del passato ad affermare che l'uomo è decaduto dalla sua condizione naturale. Proprio per l'esistenza di questo sistema simbolico il mondo dell'uomo non è un mondo materiale ma un mondo culturale, in cui, come si è detto, la stessa realtà fisica, di cui non si vuole certo negare l'esistenza e l'importanza, è sottoposta ad un'elaborazione di tipo simbolico.
Il fatto che l'uomo abiti un mondo culturale di tipo simbolico rende conto delle differenze, al di là di quelle genetiche, che esistono tra le persone e tra i gruppi umani dotati di differenti culture sociali. Infatti persone che abitano culture sociali differenti e che utilizzano linguaggi diversi, di fatto, abitano mondi differenti. Allo stesso modo persone che vivono esperienze diverse, che apprendono ed elaborano linguaggi differenti per qualità, estensione e sfere di significato, acquisiscono modi diversi di dare senso alla esistenza e, di fatto, abitano mondi parzialmente differenti.
La creazione di questi mondi, sociali e individuali, avviene sin dai primi anni di vita, in quanto il bambino già nel periodo in cui completa il suo organismo attraverso la crescita incorpora gli elementi simbolici che costituiranno il suo mondo.
La possibilità, e quindi la necessità, dell'uomo di elaborare un sistema simbolico in grado di costituire il momento centrale del suo circolo funzionale è dovuta al fatto che quando egli nasce non è un essere completo, in quanto il suo patrimonio genetico gli offre le possibilità di agire ma non i modi di agire, che dovrà apprendere sia durante le fasi del suo sviluppo, sia, anche se in misura minore, nell'intero corso della sua esistenza.
NOTE
1 M. SCHELER, Die Stellung des Menschen im Kosmos, Darmstadt 1928, p. 13.
2 H. ARENDT, Vita activa, Bompiani, Milano 1989, p. 10.
3 Ivi, pp. 9-10.
4 Ivi, p. 10.
5 L. WITTGENSTEIN, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, Torino 1973, p. 81.
6 E. FROMM, Voi sarete come dei, Ubaldini, Roma 1970, p. 47.
7 H. COHEN, Die Religion der Vernunft aus den Quellen des Judentums, J. Kaufman Verlag, Frankfurt 1929, p. 110.
8 E. FROMM, Voi sarete come dei, cit., p. 50.
9 G. PILO DELLA MIRANDOLA, Oratio De Hominis Dignitate, Firenze 1942.
10 J. VON UEXKULL, Theoretische Biologie, Berlin 1938; Umwelt und Innenwelt der Tiere, Berlin 1921.
11 E. CASSIRER, Saggio sull'uomo, Armando, Roma 1968, p. 79.















































