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    L'uomo come sistema aperto e come essere libero e non determinato (cap 5 di: Animazione culturale)


    Mario Pollo, ANIMAZIONE CULTURALE, Elledici 2002


    L'UOMO COME SISTEMA

    L'uomo non è una sorta di macchina, chiusa in se stessa, costituita da un insieme di parti separate tra di loro indipendenti. Una macchina, per intendersi, fatta di psiche e di corpo, di razionalità e istintualità, di coscienza ed inconscio, di materia e spirito.
    L'uomo è un soggetto indivisibile in cui tutte le parti sono in connessione tra di loro, e quindi si influenzano reciprocamente. Un soggetto in cui tutto e parte non possono essere compresi in modo separato e che è un sistema aperto che scambia informazione, materia-energia, con l'ambiente esterno.
    L'uomo ha, in quanto sistema aperto, un rapporto di reciproco condizionamento con la natura, la società, la cultura e ogni altro uomo singolo. Lo scambio permanente con l'ambiente a cui soggiace è la sua necessità di sopravvivenza in quanto organismo vivente. Infatti se egli, per malaugurata idea, decidesse di chiudersi allo scambio, morirebbe in breve tempo.
    Parlare di uomo come sistema vivente aperto è, tra l'altro, un modo per reagire criticamente e costruttivamente a due opposte ipotesi antropologiche correnti gravide di conseguenze educative:
    – alle concezioni individualistiche di chi vede l'uomo come pura interiorità individuale e che costruisce, quindi, la propria identità personale fuori da qualsiasi influenza dell'ambiente naturale e sociale;
    – alle concezioni deterministiche o ambientalistiche di chi vede l'uomo come una sorta di risultato dei condizionamenti dell'ambiente sociale, dell'educazione, del clima, ecc.
    Parlare, invece, di uomo come sistema aperto significa riconoscere sia gli influssi che l'ambiente esercita su di lui, sia il fatto che egli ha una individualità tutta propria, irripetibile, alquanto indipendente dai condizionamenti esterni. In altre parole, significa riconoscere che ogni uomo è una sintesi particolare della propria specifica individualità con i condizionamenti dell'ambiente in cui vive e cresce.
    Tuttavia è necessario ribadire che nessun condizionamento ambientale per quanto forte è in grado di eliminare completamente la libertà e, quindi, la responsabilità circa il proprio destino, di un individuo umano. L'ambiente non è neutrale, anzi influenza significativamente le persone, ma non è determinante in modo assoluto.
    L'identità dell'uomo è quindi il risultato di un processo complesso che riguarda, da un lato, la sua dimensione intima personale e, dall'altro, le sue relazioni con l'ambiente naturale e sociale.
    L'uomo definisce se stesso stando in relazione con il carattere della propria individualità e con l'ambiente. Queste relazioni, giova ripeterlo, sono però tutte intessute dalla trama del linguaggio e della cultura. È questo l'unico elemento che alla fine è in grado di unificare individualità e condizionamento sociale.

    Il sistema uomo e le sue leggi

    «Sistema», secondo una classica definizione di C. Miller, è «un insieme di unità interagenti in relazione tra di loro».[1]
    Le unità e le relazioni sono i due elementi più significativi del concetto di sistema.
    In altre parole questo significa che il sistema appare come un ente in cui le singole parti manifestano comportamenti differenti secondo che sono considerate singolarmente, isolatamente, o, invece, come parti in relazione con le altre che formano un dato sistema.
    Questo perché le relazioni, oltre che influire sulle prestazioni delle unità, consentono al sistema di produrre delle prestazioni, un comportamento, un modo d'essere, che è diverso da quello che nascerebbe dalla semplice somma delle prestazioni, dei comportamenti e dei modi di essere delle singole unità o parti.
    Al di là comunque di questa asimmetria tra sistema e singole unità che lo compongono, resta il fatto che una singola unità la si può comprendere completamente solo in relazione al sistema di cui fa parte, ed il sistema è comprensibile anch'esso completamente solo in relazione alle unità di cui è formato e al sovrasistema in cui è inserito. I sistemi, infatti, non sono isolati, separati, ma hanno relazioni con altri sistemi e sovente sono parti/componenti di sistemi più grandi e complessi di livello superiore.
    Una persona ad esempio è un sistema che tuttavia appartiene, come componente, ad altri sistemi quale quello sociale, la famiglia, il gruppo, la scuola, la parrocchia, la comunità, ecc.
    Il sistema, quindi, ha sia al proprio interno che all'esterno un insieme molto complesso di relazioni. Questo significa che la persona non può essere compresa al di fuori dell'ambiente sociale e culturale in cui vive. Infatti essa vive in relazione, come parte, all'interno di tutti quei sistemi sociali e naturali che vengono chiamati ambiente. Questo però non significa sposare la concezione che vede la persona come il puro risultato dei condizionamenti dell'ambiente, ma semplicemente riconoscere che, come si è già visto, questi agiscono sulla persona allo stesso modo di come su di essa agiscono i condizionamenti della sua particolare natura personale.
    Significa poi riconoscere che l'uomo è al centro di un reticolo molto complesso di relazioni naturali e sociali.

    L'uomo come sistema aperto

    Esistono due tipi di sistema: quelli aperti e quelli chiusi. I sistemi aperti sono quelli che scambiano energia/materia e informazione con l'ambiente esterno. I sistemi chiusi, invece, sono quelli che non scambiano energia/materia e informazione con l'ambiente. Sono cioè impermeabili in entrata ed in uscita.
    È chiaro che l'uomo appartiene alla categoria dei sistemi aperti. Questa constatazione non vuole però riproporre la scoperta dell'acqua calda. Infatti la constatazione che l'uomo è un sistema aperto, al. di là di essere una banale e ovvia verità, serve per evidenziare alcune conseguenze che ovvie e banali non sono.
    Molte ricerche logiche e sperimentali hanno oramai evidenziato che le leggi deterministiche valgono solo per i sistemi chiusi. Questo significa che nei sistemi aperti non può essere applicata meccanicamente alcuna legge, né biologica né sociale.
    Data una certa causa non può esservi la certezza che necessariamente, in un sistema aperto, questa produrrà un certo effetto. Si può avere solo una certa probabilità che questo avvenga, ma mai l'assoluta certezza. Questo significa che se a cento persone una certa medicina fa bene, ad altre, magari poche, non farà alcun effetto o addirittura farà male. Allo stesso modo un certo intervento educativo su alcune persone produce buoni risultati, su altre no.
    Il riconoscimento, ovvio, che l'uomo è un sistema aperto comporta allora che si abbandoni la concezione determinista nel rapporto causa/effetto e che si sostituisca con un'altra più rispettosa del carattere aperto del sistema umano: quella del principio di equifinalità.
    L'equifinalità, al di là del nome un po' complesso, è il principio che afferma che due sistemi aperti che partono da situazioni iniziali differenti possono raggiungere lo stesso stato finale. Allo stesso modo, afferma che due sistemi che partono da situazioni iniziali uguali possono raggiungere stati finali differenti.
    In parole più semplici, questo vuol dire che ogni persona ha una propria libertà e una propria autonomia. Questo fa sì che si reagisca in modo personale ai condizionamenti dell'ambiente sociale.
    Per l'educatore questa considerazione comporta che egli deve accettare il principio per cui una certa azione educativa, benefica per alcuni, può essere dannosa per altri. Ogni educatore che accetta la concezione di uomo come sistema aperto, deve essere consapevole che egli dovrà sempre verificare in ogni singolo caso la reale efficacia della sua azione e non fidarsi del fatto che essa è stata collaudata nel passato e nel presente da un grande numero di casi.
    Ogni persona è un «unicum» irripetibile, e reagisce in modo personale alle condizioni ambientali.
    Il principio di equifinalità, infine, consente di affermare che nessun sistema aperto, e quindi nessun uomo è irredimibile. Ogni caso, anche il più disperato, può trovare una sua via di uscita personale. Nessun condizionamento o situazione sociale e naturale, salvo la morte, può privare totalmente un uomo della sua libertà, autonomia e diversità. Anche nelle situazioni peggiori rimane per ogni uomo una fessura aperta alla speranza.

    Sistema uomo e animazione

    Fare del concetto di sistema uno dei concetti-base dell'antropologia dell'animazione comporta una serie di opzioni.
    La prima opzione è considerare l'uomo e i vari gruppi sociali come unità altamente complesse. In cui quindi non è possibile considerare una singola unità, se non contestualmente alle altre che con essa formano il sistema.
    Concepire l'uomo come sistema complesso significa considerarlo come un tutto indivisibile di cui ogni singola parte, in cui a volte per comodità di analisi viene concettualmente scomposto, viene sempre vista e considerata in relazione alle altre e all'intiero. Si tratta di considerare l'uomo utilizzando un modello conoscitivo in cui il tutto è spiegato dalla parte e questa dal tutto.
    Oltre a questo, la concezione dell'uomo come sistema significa che egli non è la somma delle parti che lo compongono. L'uomo non è infatti la somma di materia e spirito, mente e corpo, oppure di razionalità, emotività, affettività, socialità, ecc., ma un tutto in cui dinamicamente esistono e interagiscono, influenzandosi reciprocamente, tutte queste parti.
    Nessun comportamento umano è mai pienamente solo razionale o solo affettivo o solo sociale o solo istintivo o solo morale, ma è sempre la sintesi di tutto ciò che costituisce l'individuo umano.
    Considerare l'individuo come un tutto ha profonde conseguenze nell'impostazione dell'animazione culturale. Questo concetto presuppone infatti che il modello formativo dell'animazione sia di natura globale, e cioè tale da tenere conto che non è possibile formare la razionalità di un individuo senza considerare gli effetti che tale azione ha sull'affettività, la socialità e così di seguito.
    A prima vista queste affermazioni paiono banali e scontate, tuttavia se si guarda alle concezioni psicologiche, e financo mediche, che hanno ispirato le principali correnti pedagogiche in questi anni recenti, esse sono, in gran parte, basate sul meccanicismo, cioè sulla scomposizione della psiche e del corpo umano in tante parti che venivano studiate, una per una, separatamente, senza curarsi dei loro rapporti reciproci o con il tutto in cui erano inserite. Basta pensare ai test psicologici che hanno parcellizzato l'intelligenza umana, la personalità, la psicomotricità in un numero enorme di tratti specifici, ad ognuno dei quali corrisponde un test particolare.
    Ancora oggi in molti casi gli esami di orientamento scolastico professionale e, più in generale, la misurazione dell'intelligenza, avvengono utilizzando questi test nati dall'aver smontato la funzione dell'intelligenza in tante piccole parti, al pari di una macchina. È come se la conoscenza particolare dei singoli pezzi che compongono una macchina bastasse a garantire la comprensione del funzionamento della macchina.
    Approccio globale significa dar vita a processi di animazione culturale che mirino a investire simultaneamente tutta la complessità umana, e quindi tutte quelle parti che le concettualizzazioni scientifiche e filosofiche ritengono costitutive dell'essere umano.


    NOTA

    1 J. C. MILLER, La teoria generale dei sistemi viventi, Franco Angeli, Milano 1971, p. 48.



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