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    Sofferenza, malattia, morte, resurrezione (cap. 6 di: Dio e l'uomo)


    Mario Cimosa, DIO E L'UOMO: LA STORIA DI UN INCONTRO, Elledici 1997



    La tensione escatologica è una delle caratteristiche della rivelazione biblica e della vita cristiana. Vivere è anche soffrire: la sofferenza accompagna continuamente la vita dell'uomo. Nella rivelazione biblica dell'AT e del NT si riflette tutta l'esperienza, umana, e perciò appaiono spesso persone che soffrono nelle situazioni più disparate. Guardare all'uomo biblico davanti alla sofferenza (soprattutto guardare al Cristo che soffre!) è una occasione stupenda per il cristiano, anche giovane, per illuminare il senso del suo patire.
    Il problema dell'uomo, il binomio "morte-vita" nella riflessione biblica è centrale. Come ha detto bene uno dei maggiori filosofi ebrei viventi, Abraham Heschel, la Bibbia «non è una teologia per l'uomo ma un'antropologia per Dio». La riflessione sapienziale attraversa tutta quanta la Bibbia e inizia già dai primi capitoli della Genesi quando la tradizione iahvista si interroga sull'uomo e sulla sua origine.
    Il problema maggiormente preso in considerazione nella cosiddetta letteratura sapienziale è il problema dell'esistenza umana, specie nel suo incontro con il dolore e con la morte. È l'impegno più profondo in cui si avverte il dialogo fede-ragione, il passaggio dall'antropologia alla teologia, la crisi dell'esistenza e della sua soluzione.

    Il tema della sofferenza nell'AT

    Nelle condizioni e situazioni più disparate l'uomo biblico fa l'esperienza della sofferenza e del dolore. A partire da Abramo, la cui angoscia nel suo cuore di padre in quei tre giorni di viaggio verso il monte dove dovrà sacrificare il figlio, è espressione di una fede a tutta prova nella paternità di Dio; a Giacobbe, il vecchio a cui portano a casa la veste macchiata di sangue del figlio prediletto Giuseppe; e Mosè che passa dall'incomprensione allo sdegno davanti all'infedeltà del popolo, o all'amarezza per le continue mormorazioni del popolo lungo il viaggio nel deserto, o quando contempla la terra promessa sapendo che non potrà entrarvi a causa dei peccati del popolo. L'uomo della Bibbia sa che avere responsabilità nella comunità, come nel popolo di Dio, significa anche soffrire. Se guardiamo ai profeti, tutti, vengono presentati nella tradizione biblica come perseguitati o martiri. Si possono ripercorrere le pagine dell'Esodo, e il «grido degli oppressi», a cui Dio risponde con la salvezza; la figura di Davide per l’odio di Saul e la morte dell'amico Gionata e del figlio; a Geremia, che ha il compito di sentire e vivere il dramma del suo popolo con cui rimane solidale sino alla fine; il «Servo di Iahvè», il giusto, fino all'uomo nei salmi che vive dell’abbandono, dell’esilio e del silenzio di Dio. In nessun libro dell'AT la sofferenza è così presente come nei Salmi. Si può rileggere Giobbe con la sua sofferenza "ingiusta", e il Qoelet.

    Perché la sofferenza?

    Nel cap. 5 del libro della Sapienza la vita dell'empio non è presentata come quella di uno che sta bene qui sulla terra e poi dovrà fare i conti in cielo. Ad una lettura sapienziale della realtà la vita dell'empio si presenta come segnata:
    - dalla mancanza di luce: è una vita «tenebrosa» (v. 6);
    - dal percorrere luoghi impraticabili (il deserto, v.7);
    - dalla dolorosa percezione della vita come qualcosa di transitorio e occasionale (vv. 8-12);
    - dalla brevità divorante (v.13);
    - dalla malvagità che logora.
    Quindi si tratta di una vita tormentata e tormentosa. La vita del giusto è anche contrassegnata dalla sofferenza e dal dolore. Perché è maltrattato e emarginato dall'empio. Ma anche Dio lo mette alla prova. Viene saggiato da Dio e perciò soffre. Ma per l'empio la radice del suo star male è nel non conoscere il Signore; per il giusto in modo paradossale la radice della sua sofferenza è proprio conoscere il Signore: «proclama di possedere la conoscenza di Dio/ e si dichiara figlio del Signore» (2,13).
    Nella prospettiva escatologica l'autore porta alle estreme conseguenze la sua analisi della realtà, letta con occhi di fede.
    Le cause della sofferenza e del dolore si incrociano e danno luogo a due fenomeni nel momento del giudizio finale:
    1. ciò che è sofferenza per il giusto è causa di dolore più grande per l'empio;
    2. ciò che è la spina nel fianco per l'empio diventa titolo di gloria per il giusto.
    Un'unica realtà vissuta e letta in due modi diversi, con due risultati diversi (v. 4,16; 4,20a; 5,4). I «mali» vissuti dal giusto sono la sorte felice dei giusti (v. 3,5a; 3,7a).
    Se ci pensiamo bene il paradosso delle beatitudini di Gesù è già preparato dal libro della Sapienza: «Beata la sterile non contaminata, la quale non ha conosciuto un letto peccaminoso; avrà il suo frutto alla rassegna delle anime» (3,13; 3,14; 4,13a.14).
    Perfino la morte in giovinezza viene riletta alla luce della sapienza, unico vero criterio per determinare felicità e dolore autentici. Quale è allora per la Sapienza la causa del male? Sofferenza e dolore sono una realtà uguale per tutti. Ci sono però due tipi di sofferenza quella del giusto e quella dell'empio: quello che le differenzia è la causa che le ha determinate. C'è una sofferenza che scaturisce dall'essersi distaccati dalla sapienza e dall'aver fatto alleanza con la morte: «chi disprezza la sapienza è infelice» (3,11).
    E c'è una sofferenza e un dolore che derivano dallo stare vicino alla sapienza e questi non fanno male, non sono capaci di far fallire una sofferenza umana.
    Suggestivi sono i quattro dittici dei cc. 3-4:
    1) la loro (dei giusti) speranza è piena di immortalità (v.4) // vana è la loro (degli empi) speranza (v.11);
    2) imperitura è la radice della salvezza (3,15), la discendenza numerosa degli empi non metterà profonde radici (4,3) // il loro frutto non sarà maturo;
    3) vecchiaia veneranda non è la longevità (4,8) // una giovinezza giunta in breve alla perfezione condanna la longeva vecchiaia dell'empio.
    Di qui scaturisce l'elogio della sapienza: «chi veglia per lei sarà presto senza affanni» (6,15)

    Il tema della sofferenza nel NT

    Nel NT ritornano i temi, le strutture, il tono della sofferenza dell'AT ma subiscono notevoli mutamenti perché posti nella prospettiva di Cristo e della sua croce.
    La nuova alleanza si verifica ormai nel sangue di Cristo. Nel NT la sofferenza acquista significato nella morte di Cristo. La concezione della sapienza antica per cui il bene va ricompensato e il male castigato dopo essere stata rimessa in discussione da Giobbe e da Qoelet, viene ancor più radicalmente rimessa in discussione dalla croce di Cristo: l'unico innocente che deve soffrire e morire. Il Libro della Sapienza che racconta la storia del giusto oppresso ingiustamente durante la sua vita terrena e premiato nell'altro mondo trova pieno compimento nella croce: il cristiano deve quindi cercare una giustizia che trascende questo mondo terreno.
    Lo scopo della vita di Gesù per cui è stato mandato in questo mondo è di portare una spada di divisione, di chiamare i peccatori, di salvare ciò che era perduto e infine di dare la sua vita in riscatto per tutti. Prova in prima persona le sofferenze della vita umana causate dal peccato, patisce la fame, la sete e la stanchezza; ha compassione della vedova di Naim che ha perso l'unico figlio e delle folle affamate e senza guida spirituale. Piange per la morte dell'amico Lazzaro e per la distruzione di Gerusalemme cui avrebbe voluto donare la pace.
    La Lettera agli Ebrei descrive così la vita di Cristo:

    Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchìsedek (Ebr 5,7-10).

    L'obbedienza di Gesù è messa alla prova soprattutto durante la passione che costituisce la prova suprema e nella quale convergono tutte le sue sofferenze trascorse. Nonostante la sua resistenza interiore (cf l'esperienza del Getsemani!) Gesù è deciso a compiere la volontà del Padre e a incamminarsi verso la croce.
    Al centro della fede cristiana c'è la croce: alla sua luce la sofferenza acquista il suo vero significato. È il messaggio dei quattro vangeli e della teologia di Paolo.
    Per affrontare le sue sofferenze e dar loro un significato il cristiano deve penetrare nel mistero di Cristo. Si tratta di svelare il senso pieno delle sofferenze di Cristo e poi in che modo le sofferenze di Cristo illuminano e valorizzano la sofferenza umana e così si vede come la concezione della sofferenza dell'AT sarà trasformata dalla croce: la sua luce si proietta su ogni umana sofferenza dandole un senso.
    Attraverso la meditazione sulla sofferenza del "Servo del Signore" Gesù ha forse capito il senso di riscatto, «dare la vita per gli altri», che aveva il suo sacrificio in croce. La sofferenza cosiddetta vicaria si capisce anche alla luce della personalità corporativa (Rm 5,6-8; Gv 3,16; 1 Gv 4,7-12).
    La vita eterna è vista come ricompensa della sofferenza nella fede. Le sofferenze terrene hanno un valore relativo (2 Cor 4,16-18). La sofferenza è vista nell'AT e nel NT come medicina, come prova, come purificazione, ma acquista il suo significato ultimo con la croce, diventa invito a partecipare all'amore salvifico di Cristo, alla vita stessa di Dio. I cristiani offrendo la loro sofferenza a gloria di Dio e per la salvezza dei fratelli aiutano tutti gli uomini a crescere nell'amore contribuendo allo sviluppo dell'intero corpo di Cristo. Solo quando si comprende la sofferenza in unione con Cristo si può spiegare l'autentico atteggiamento cristiano di fronte ad essa. La gioia del cristiano che soffre è una testimonianza valida del carattere escatologico del messaggio di Cristo e un'anticipazione del regno di Dio sulla terra.
    In Gesù Cristo si ricapitolano tutte le spiegazioni della sofferenza dell'AT. È certo che quanti hanno fede saranno ricompensati negli ultimi tempi, ma questi sono già operanti nella vita presente per castigare, ammonire e purificare.
    I cristiani uniti a Cristo. Le loro sofferenze unite a quelle di Cristo, operano per la salvezza degli altri nella personalità corporativa. Il mistero cristiano dell'amore oblativo trasforma il valore stesso della sofferenza.
    Quello che riusciamo ad offrirgli ci viene ricambiato in dono e con noi stessi ci viene ridonato tutto il mondo: anzi ancora di più Dio ci dà lui stesso:

    Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: “Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,31-39).

    «Vita e morte»: due poli dell'esistenza dell'uomo

    Consideriamo ora la vita e la morte non in astratto ma in modo concreto: l'uomo di fronte alla vita, l'uomo di fronte alla morte.

    L'uomo di fronte alla vita

    L'uomo è "desiderio" di vivere. La morte interrompe questo desiderio. Il desiderio coincide con l'essere indigente e incompiuto dell'uomo. Secondo la Bibbia il desiderio costitutivo dell'uomo è un desiderio illimitato di vivere e di accogliere l'altro nella sua differenza. È desiderio di amare, è l'amore.
    La vita è desiderio di vivere. Quando l'uomo è vecchio e sazio di giorni giunge la morte che spegne ogni desiderio. Già le prove e le sventure della vita sono una frustrazione del desiderio, e la morte pone fine a questo desiderio.
    Che cosa ci si attendeva dalla vita?
    La riflessione sapienziale sembra mettere al primo posto le cose ordinarie e quotidiane della vita, legate alla famiglia, al raccolto sicuro.
    Ma l'israelita non ama e non gode la vita senza una relazione con Dio (Sal 63,4; 73,25-26; 16,2).
    Ci sono testi che già nell’AT mostrano un principio di fede nella risurrezione, quindi in una vita che non finisce mai (Sapienza; Dn 12,1-4; 2 Mac 7).

    L'uomo di fronte alla morte

    La sapienza non offre una risposta uniforme ma risposte diverse in rapporto dialettico tra loro e aiutano a capire come la fede di Israele è maturata lentamente e come si è espressa in diversi momenti della sua storia.

    Riassumiamo brevemente quattro momenti del cammino sapienziale sulla morte.

    1) La morte nell'antica sapienza popolare di Israele
    I Proverbi non presentano un insegnamento organico. Le più antiche raccolte di proverbi (Prv 10-31) presentano l'esperienza condensata in una frase brevissima che dice la cosa più ovvia che tutti possono vedere ed è che un giorno la vita finirà. La morte è la "naturale" conclusione della vita. Forse le immagini migliori le troviamo nei Salmi e in Giobbe.
    Ma la morte fa problema quando giunge in maniera prematura. Questo fa scandalo. Perché? È possibile in qualche modo evitarla? Per l'uno e per l'altro interrogativo ci sono risposte semplici o più generalizzate. A proposito della morte prematura la riflessione sottolinea il rapporto tra l'agire dell'uomo e la sorte che gli tocca. «Chi va dietro al male è destinato alla morte» (Prv 11,19).
    La sapienza degli antichi proverbi sa da dove viene la morte prematura e come la si può evitare. È la stupidità in tutte le forme che ne prepara la venuta; è la saggezza che la tiene lontana. Ma questa non è una vera soluzione e l'antica sapienza lo sa. Per questo vi accosta l'altra convinzione: anche il saggio può piombare nella morte prematura.

    2) La morte nella dottrina dell'alleanza
    Sono le tracce della cultura deuteronimistica lasciate nei primi capitoli dei Proverbi, aggiunti nel periodo postesilico alle raccolte più antiche.
    Qual è l'elemento nuovo?
    Il rapporto tra stoltezza e morte è assunto e sviluppato e si arriva a parlare della morte non in termini biologici ma morali. La morte come «situazione» morale che abbraccia il peccatore anche se fisicamente è ancora vivo. Chi accoglie l'invito della Sapienza entra nella vita. Chi invece siede al banchetto della stoltezza è già come morto. Avviene un processo di spiritualizzazione dei concetti di morte e di vita: esse sono lì come due possibilità, due modi di interpretare e di condurre l'esistenza, proposti alla libertà umana.
    In ultima analisi c'è qui una sublimazione del concetto di morte: quella biologica, inesorabile, resta fuori dall'interesse. In primo piano c'è il livello spiritualizzato. La constatazione che con la morte tutto finisce ha favorito questa dimensione della riflessione manifestando la possibilità di un'esperienza religiosa anche per l'uomo che non crede nell'aldilà.

    3) Il realismo della morte nel Qoelet
    Con il Qoelet abbiamo un ritorno del pensiero verso la morte considerata nei suoi connotati realistici. All'occhio del Qoelet essa appare in tutta la sua devastante presenza. Proprio perché c'è la morte, tutto nella vita è assurdità.
    Di qui ha origine un forte atteggiamento di distacco o di odio verso la vita. Sì, l'uomo può muoversi, viaggiare, lavorare, produrre, studiare...ma tutto è nel segno dell'incertezza e della labilità. Il saggio non ha una migliore sorte dello stolto, tutti e due sono votati alla morte.
    Ma il messaggio del Qoelet non si ferma qui. Dall'atteggiamento dell'odio passa a quello fondato sulla capacità di godere delle cose umane che vengono da Dio, quando vengono. Il timore di Dio matura la consapevolezza che l'esistenza è tutta raccolta in un mistero che sfugge all'uomo. E spinge ad accettare, quando capita, il bene come dono di Dio. Non è il piano dell'uomo ma quello di Dio che si realizza nel tempo. L'uomo non può scrutare il piano di Dio. Visto che la morte con la sua necessaria venuta distruggerà ogni opera dell'uomo e d'altro canto egli non può conoscere tutta l'opera di Dio nel tempo, all'uomo non resta che limitarsi al singolo momento che gli viene concesso. Quanto in questi singoli momenti gli viene dato, è dato a lui da Dio, affinché possa inserirsi nel piano di Dio anche se non riesce a scrutarlo.
    Questa soluzione non modifica comunque la posizione umana davanti alla morte, non ne diminuisce la misteriosità tuttavia si muove all'insegna di un più profondo realismo e tutto sommato di una più marcata lealtà.

    4) La morte nella Sapienza: il dono dell'immortalità
    È con il libro della Sapienza (Sap 1-5) che la riflessione avanza. Mentre si riafferma il principio del rapporto tra l'agire e il proprio destino, si fa strada il concetto di immortalità. La cultura greca che in gran parte fa da sfondo al libro della Sapienza offre vantaggi e limiti. Il linguaggio usato dall'autore (anima, immortalità, incorruttibilità...) non è chiaro e può significare due cose diverse, una per gli ascoltatori greci e una per gli ascoltatori giudei. Una cosa però è certa rispetto alla filosofia greca: l'immortalità non appare come una necessità metafisica derivante dalla spiritualità dell'anima, ma è dono della giustizia di Dio. La morte biologica in questo processo, è nuovamente respinta ai margini. L'idea di giustizia di Dio che premia i suoi fedeli e la morte come fine ingiusta per il fedele che ha sofferto per mano dell'empio ha aperto la strada ad una prospettiva che va oltre l'orizzonte terreno.
    Come nel libro dei Proverbi la morte minaccia solo il malvagio. Però ora si registra una grande differenza. Nella sapienza deuteronomistica e nei primi nove capitoli dei Proverbi tutto era pensato in maniera immanente al mondo, non si oltrepassava il confine della morte biologica che era considerata l'ultima parola. Adesso si va oltre: la morte come condizione dell'empio oltrepassa la morte fisica e questa non inibisce la possibilità di vita del giusto morto nella fedeltà e per la fedeltà al suo Dio.
    La morte è solo apparentemente la fine. Per il giusto si apre la consolante speranza del premio reso possibile dall'amore di Dio.
    In Cristo Risorto la morte biologica conserva i segni della drammaticità e rimane un mistero nell'ordine naturale. Tuttavia ora appare una nuova concretezza che non è più l'ultima parola. Dal Risorto è garantita a tutti gli uomini la vita nello Spirito e in lui il progetto originario di Dio: «Adamo era solo figura di colui che doveva venire» (Rm 5,13).
    Da un piano esortativo passiamo a un piano ontologico per la fattualità del Cristo Risorto: «Non sono più io che vivo è Cristo che vive in me» (Gal 2,20).
    I testi esaminati stanno in un rapporto dialettico: c'è continuità e superamento nella riflessione. La rivelazione è progressiva. Nell'AT l'accento è posto più sull'al di qua. Va completato con il NT[1].
    Nei sapienziali il concetto di vita è molto ricco di contenuto e indica l'insieme di tutti quei beni che l'uomo può desiderare sulla faccia della terra. Vivere significa avere una salute buona, essere forti e fecondi, felici e prosperi, avere lunga vita ed essere rispettati ed onorati dagli uomini.
    Tra i temi più rilevanti della letteratura sapienziale c'è il tema della «vita» e della «morte». La vita e la morte sono i due poli opposti dell'esistenza umana e, come tali, ricorrono spesso nei sapienziali. Il saggio sa che la vita, una vita piena di gioia e di soddisfazione, viene solo da Dio: «Bene e male, vita e morte, povertà e ricchezza, tutto proviene dal Signore» (Sir 11,14). Anzi altri manoscritti aggiungono: «Anche la sapienza e il buon senso, la conoscenza della legge e l'amore e una vita spesa bene sono doni di Dio...».
    Si tratta però di una pienezza di vita solamente umana: con una buona famiglia, molte ricchezze, senza dolori. Se manca questo c'è la morte. Giobbe dice delle parole che poi tutta la tradizione latina, e ancora oggi la liturgia, hanno interpretato come fede in un al di là beato:

    Io lo so che il mio Vendicatore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero. Le mie viscere si consumano dentro di me (Gb 19,25-27).

    Un tema molto ricorrente nel libro della Sapienza è il tema della vita con una particolare e nuova insistenza sull'immortalità del giusto. Dio è autore della vita e vuole per i giusti la vita. In realtà solo i malvagi «muoiono»:

    perché Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c'è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è immortale (Sap 1,13-15).

    L'azione di Dio è creatrice per la vita. Il nucleo di tutta la tradizione sacerdotale del Pentateuco mostra come Dio chiama alla vita e vuole la vita.
    Sono le tre colonne su cui si regge tutto l'edificio del libro della Sapienza: la giustizia, la sapienza, la vita. Una esistenza prolungata e felice in questo mondo è frutto della benedizione di Dio:

    Le benedizioni del Signore sul capo del giusto, la bocca degli empi nasconde il sopruso...La benedizione del Signore arricchisce, non le aggiunge nulla la fatica» (Prv 10,6.22).
    Con la benedizione del Signore ho raggiunto lo scopo, come un vendemmiatore ho riempito il tino (Sir 33,17).

    La letteratura sapienziale dell'AT che così spesso si riferisce espressamente al modo di vivere una vita onesta qui sulla terra, indirettamente la relaziona alla benedizione. I beni terreni sono transitori e perciò occorre distinguere tra quelli che si ricevono come dono di Dio e quelli che l'uomo consegue con il frutto del proprio lavoro, i primi sono frutto della benedizione divina: «La benedizione del Signore arricchisce, non le aggiunge nulla la fatica...» (Prv 10,22).

    E dopo la morte...?

    La morte e la risurrezione nel Libro di Daniele

    In uno dei documenti più recenti dell'AT, il libro di Daniele, scritto nel 2 sec. a.C. (verso il 164 a.C.), poco prima della morte del re Antioco IV Epifane, c'è un testo dove viene intravista una risurrezione finale. Il popolo di Dio attraversa una delle crisi più gravi della sua storia. Il re Antioco vuole con tutti i mezzi ellenizzare il popolo giudaico e trasformare Gerusalemme, l'antica città di Davide, in una città moderna aperta alla civilizzazione ellenistica. Perciò promulga leggi contro la religione giudaica e il Tempio viene profanato. Ma la resistenza si organizza attorno ai fratelli Maccabei, evocata in Daniele 11 e raccontata nei Libri dei Maccabei. Il Libro di Daniele suppone la persecuzione, l'inizio della ribellione e i primi successi dei Maccabei. Nella cornice di questa crisi in cui i nemici della fede iahvista sembrano trionfare, il profeta-apocalittico intravede la vittoria finale del Dio d'Israele e di coloro che gli sono rimasti fedeli. In questo contesto si può capire il brano che ora leggeremo sulla futura risurrezione dei morti. È un testo che seguendo la grandiosa descrizione della fine dei tempi vede l'intervento decisivo del Dio d'Israele che preserva dalla distruzione finale i suoi fedeli e ci introduce nella prospettiva apocalittica classica: al culmine dell'angoscia, Dio protegge i suoi fedeli (R. Martin-Achard).

    Or in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c'era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l'infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre (Dn 12,1-3).

    Sono due le convinzioni sviluppate in questi tre versetti: la salvezza dei "fedeli" e la "risurrezione" dei giusti. Per tre volte ricorre nel v.1 l'espressione "in quel tempo", formula che nel linguaggio profetico indica il "giorno" dell'intervento di Dio. Naturalmente nell'attuale contesto di Daniele si sottolinea il significato storico oltre che escatologico. Il tempo è da collegare con la "fine dell'ira" di Dio contro Israele: «Egli disse: Ecco io ti rivelo ciò che avverrà al termine dell'ira, perché la visione riguarda il tempo della fine» (Dan 8,19) e con "il termine segnato al devastatore":

    Egli stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l'offerta; sull'ala del tempio porrà l'abominio della desolazione e ciò sarà sino alla fine, fino al termine segnato sul devastatore (Dn 9,27).

    In altre parole il Libro di Daniele indica la morte di Antioco IV come la "fine" o la "fine dei giorni" o "tempo della fine". Quindi "quel tempo" segna la liberazione di Israele. La morte del re oppressore sarà il giudizio di Dio a favore del suo popolo. "Chiunque si troverà scritto", ossia tutti quelli che saranno rimasti fedeli a Iahvè saranno salvati. Altri invece che si saranno allontanati dal culto del vero Dio, rompendo l'Alleanza con Dio per aderire al paganesimo saranno condannati e non riusciranno a sopravvivere in questo giorno. "Molti" (v.2), cioè i giusti che resteranno fedeli fino alla morte e avranno insegnato anche altri ad esserlo, "i saggi" (v.3), vivranno in un mondo rinnovato che subentrerà alla persecuzione di Antioco, saranno giusti e possederanno per sempre la terra, godranno la vita eterna. Ecco le conseguenze di questo giudizio finale di Dio, sia per gli empi che sarà di condanna che per i giusti che sarà di salvezza. L'autore del Libro di Daniele, qui come altrove, usa un linguaggio simbolico che allude alla "risurrezione" nel senso che la liberazione di cui godrà il popolo fedele come conseguenza del giudizio di Dio lo sarà anche per coloro che sono andati martiri per la loro fedeltà all'Alleanza. Si tratta ancora solo di una convinzione che la promessa divina non può essere frustrata e della speranza in un futuro storico ma rimane aperto a quello che la rivelazione futura manifesterà sulla risurrezione anche al di là della morte.

    La risurrezione nel Secondo Libro dei Maccabei

    Il secondo libro dei Maccabei è scritto in greco e non è assolutamente la continuazione del primo libro: comprende il periodo che va dal 180 al 160 a.C., cioè dal tempo del sommo sacerdote Onia III fino alla morte di Nicanore, generale di Demetrio I°, re di Siria. Gli avvenimenti narrati sono, in parte anteriori e in parte contemporanei a quelli narrati nei capitoli 1-9 del primo libro dei Maccabei. Al centro dell'interesse di questo libro stanno le antiche tradizioni del popolo e il tempio di Gerusalemme con le sue feste. Nel racconto l'autore mette in evidenza la costanza dei martiri, che nella speranza della risurrezione affrontano la morte per essere fedeli fino in fondo alle leggi di Dio. La nostra attenzione è però rivolta, in modo particolare, in questo caso a 2 Mac 7, il celebre episodio della madre e dei sette fratelli maccabei che è situato alla fine di quella riflessione sapienziale sulla fine dell'uomo che percorre tutto l'AT e appare anche, in modo ancora più chiaro, nel libro della Sapienza.
    Il tema della vita futura è quello a cui il secondo libro dei Maccabei ha dato il maggior apporto teologico. Riguarda la risurrezione alla vita ed è presente soprattutto in tutta la scena del martirio dei sette fratelli che muoiono convinti che Dio sarà buono e generoso restituendo loro una vita nuova al posto di quella che viene tolta dalla cattiveria dei persecutori pagani. In altri testi il tema della vita futura è appena accennato: come nell'episodio del vecchio Eleazaro dove appare come un appello alla giustizia di Dio per i vivi e per i defunti (cf 6,26); nell'elogio di Giuda per il gesto compiuto a favore dei caduti in guerra quando fa offrire un sacrificio per i peccati dei morti (12, 43-45) "agendo così molto bene e nobilmente, nel pensiero della risurrezione"; ricompare nell'episodio del suicida Razis il quale "invoca(ndo) il padrone della vita e dello spirito di restituirgli di nuovo" quelle parti del corpo di cui si era privato per non cadere nelle mani dei nemici (14,46). Ma, come dicevo, merita un'attenzione particolare l'episodio del c.7. Il racconto comincia presentando uno dopo l'altro i primi sei fratelli mentre danno l'ultima testimonianza della loro fede con il martirio (vv. 1-19). Nella seconda parte (vv. 20-42) con alcune pennellate molto belle vengono introdotti la madre e il più giovane dei fratelli a confronto con il re che tenta in tutti i modi di farli cedere e adorare gli idoli per aver salva la vita. È chiaro il tono didattico di tutto il racconto che vuole insegnare quella realtà consolante della risurrezione dei corpi che troverà poi nel NT il massimo sviluppo. La fede dei sette fratelli sostenuta da quella incrollabile della madre si fonda su Dio, signore del creato, che ha dato agli uomini il corpo perché viva. Non rientra infatti nel suo progetto di creazione l'idea della morte ma è un elemento di disturbo introdotto, in questo caso, da un re pagano e malvagio. I sette fratelli muoiono per amore verso la Torah:

    Giunto all'ultimo respiro, disse: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna» (2 Mac 7, 9.11.23).

    L'idea della risurrezione è in funzione della giustizia di Dio che trionfa sul re pagano e persecutore e su cui si abbatte una condanna irrevocabile. Questa risurrezione riguarda però soltanto i giusti o forse soltanto i martiri, coloro che danno la vita per la fede in Iahvè. In questo modo appare chiara la fede giudaica in Dio, signore del cosmo e della storia che trasforma l’universo e permette all’uomo di risorgere totalmente. Questa fede raggiunge la sua maturità veterotestamentaria e mostra chiaramente un'apertura verso il futuro.

    La “visita di Dio” nel Libro della Sapienza

    Pur essendo in ordine cronologico l'ultimo libro dell'AT (scritto ad Alessandria d'Egitto verso il 50 a.C.) il libro della Sapienza è tra i più importanti dell'AT perché conclude la riflessione sapienziale sull'esistenza umana mostrando con chiarezza un certo sbocco ultraterreno alla vita dell'uomo. È certamente una novità l'insistenza del libro sull'immortalità del giusto, l'azione di Dio per la vita. Dio è autore della vita e vuole per i giusti la vita. In realtà solo i malvagi "muoiono" veramente:

    Perché Dio non ha creato la morte
    e non gode per la rovina dei viventi.
    Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza;
    le creature del mondo sono sane,
    in esse non c'è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra,
    perché la giustizia è immortale (Sap 1,13-15).

    L'azione di Dio è creatrice per la vita. Il kerigma di tutta la tradizione storica sacerdotale, come appare dai libri del Pentateuco, mostra come Dio chiama alla vita e vuole la vita.

    Sì, Dio ha creato l'uomo per l'immortalità;
    lo fece a immagine della propria natura.
    Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo;
    e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono (Sap 2,23-24).

    È chiaro che la vita di cui parla il libro non è solo la vita fisica che può anche finire ma una vita che vuol dire vita con Dio, vita per sempre, pace e sicurezza, assenza di tormento e riposo, quella che Giovanni chiamerà nel NT la vita eterna. Sono soltanto i malvagi, gli empi, gli atei che muoiono. Coloro che non credono che Dio possa veramente liberarli dalla morte e non hanno nessuna speranza.
    Per descrivere la vita dei giusti dopo la morte e l'intervento di Dio nella vita degli uomini l'autore del libro della Sapienza usa un'immagine che ricorre altrove nella Bibbia, come abbiamo visto in Sofonia, ma che da questo autore è trattata in modo molto originale, si tratta dell'immagine della "visita" di Dio.
    Il tema ricorre diverse volte nel Libro ( 2,20; 3,7.9.13; 14,11; 19,15) e sempre appare nell'iniziativa di Dio, è una visita di Dio. Certamente si pone nella linea nei Profeti, il "giorno di Iahvè", che può essere giorno di giudizio di salvezza o di condanna, può avere come destinatari i pagani nemici di Dio e oppressori di Israele oppure gli stessi membri del popolo di Israele, come singoli o come popolo, e anche per essi può essere di salvezza o di condanna. Nel Libro della Sapienza è certamente accentuato di più il carattere collettivo e la dimensione positiva che è di salvezza per i giusti.
    L'espressione "visita di Dio" si trova soprattutto nella prima parte del Libro della Sapienza ed ha un sapore fortemente escatologico. D'altra parte questo tema della visita di Dio è un tema-chiave proprio della prima parte del libro. Gli avversari del giusto lo sfidano su questo punto: egli si illude, sopportando con pazienza le avversità della vita, che una retribuzione la riceverà nell'altro mondo: «Condanniamolo a una morte infame, perché, secondo le sue parole, il soccorso (un intervento, una visita...) di Dio ci sarà» (Sap 2,20).
    E l'autore del libro sostiene con forza la verità delle parole del "giusto" nei due capitoli 3 e 4: «Grazia e misericordia sono riservate ai suoi fedeli, e ci sarà una visita (di Dio) per gli eletti» (Sap 3,9).
    Tutto lo sviluppo dei capitoli 3, 4 e 5 è attorno alla visita di Dio. I giusti alla fine dei tempi avranno la meglio in quanto godranno della "grazia e misericordia" di Dio, la visita di Dio porterà finalmente a loro la pace, godranno dell'immortalità e saranno riempiti di tutti i doni di Dio. Sarà l'inizio di una condizione nuova per i giusti:

    Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli
    e il Signore regnerà per sempre su di loro.
    Quanti confidano in Lui comprenderanno la verità;
    coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell'amore,
    perché grazia e misericordia sono riservate ai suoi eletti (Sap 3,8-9).

    I giusti regneranno e saranno in comunione con Dio nella verità e nell'amore e questo sarà anche un tempo di fecondità per coloro che sono stati sempre fedeli al Signore.
    Però per l'autore del Libro della Sapienza questa "visita di Dio" sarà anche l'ora del giudizio. Nella linea degli oracoli contro le nazioni dei profeti anch'egli richiama il giudizio di Dio contro i pagani:

    Perciò ci sarà un castigo anche per gli idoli dei pagani, perché fra le creature di Dio sono divenuti un abominio... (Sap 14,11).
    Non solo: ci sarà per i primi un giudizio, perché accolsero ostilmente dei forestieri (Sap 19,15).

    Questo giudizio di condanna per l'autore del libro non riguarda però Israele. Al contrario è proprio alla fine dei tempi, nell'era escatologica che appare come i giusti durante la loro vita terrena avevano ragione al di là di tutte le apparenze. E solo alla fine si vedrà come:

    Costoro vedendolo saranno presi da terribile spavento,
    saranno presi da stupore per la sua salvezza inattesa (paradossale) (Sap 5,2).

    La resurrezione dei morti nel NT

    Ripetutamente nella tradizione sinottica (Mt, Mc, Lc) vengono riprese le parole profetiche che annunciano la risurrezione di Gesù «tre giorni» dopo la sua morte. Gesù usa sempre il linguaggio comune all’AT e alla tradizione giudaica per annunciare la risurrezione del giusto, del profeta perseguitato e del martire per mezzo dell’intervento di Dio.
    Anche le parole di Gesù sulla distruzione del Tempio vengono interpretate poi dalla tradizione evangelica, sia sinottica che giovannea, come un annuncio della sua futura risurrezione (cf Mc 14,58; Gv 2,19-20). La parabola del «segno di Giona» mette l’accentuazione sull’intervento di Dio che ridà la vita al profeta.
    Matteo, Marco e Luca parlano inoltre di una disputa avuta da Gesù con i sadducei circa la risurrezione dai morti (Mt 22,23-33; Mc 12,18-27; Lc 20,27-40). I sadducei negano che ci sia una risurrezione dei morti e in una controversia con Gesù raccontano la storia di una donna sposata successivamente con sette uomini secondo la legge del levirato e chiedono di chi sarà moglie dopo la risurrezione dai morti. Così prendono in giro i farisei per il loro realismo. Ma Gesù non sta al gioco e corregge sia la mentalità dei farisei circa il modo in cui avverrà la risurrezione che la non credenza dei sadducei affermando con fermezza il fatto della risurrezione per mezzo dell’onnipotenza di Dio, il vivente e perciò autore della vita. Quelli che risorgono non hanno niente a che vedere con i comuni mortali e somigliano piuttosto agli angeli di Dio. Gesù porta un argomento sintetico che risolve ogni dubbio: il fatto del «roveto ardente» dove Dio apparendo a Mosè si presenta come il Dio dei Padri e perciò dei vivi e non dei morti (cf Es 3,6).
    Inoltre Luca nel suo Vangelo riporta il pensiero di Gesù sul destino di ogni uomo dopo la morte: il giusto dopo la morte partecipa subito alla comunione con Dio (cf Lc 23,43) prima di quella definitiva, escatologica, di tutti gli uomini. Il linguaggio usato dagli evangelisti è lo stesso della tradizione biblica e giudaica, ma la motivazione fondamentale da essi offerta è una sola: la fede nella risurrezione di Gesù dai morti. È l’annuncio del regno di Dio, della risurrezione di Gesù che inaugura i tempi nuovi ed è garanzia di vittoria di tutti gli uomini sulla morte.
    Ma nel NT la catechesi più completa sulla futura risurrezione dei cristiani ci viene offerta da Paolo nel c. 15 della Prima Lettera ai Corinti.
    Dopo aver ricordato il «credo» tradizionale:

    Prima di tutto vi ho trasmesso l'insegnamento che anch'io ho ricevuto: Cristo è morto per i nostri peccati, come è scritto nella Bibbia, ed è stato sepolto. E risuscitato il terzo giorno, come è scritto nella Bibbia, ed è apparso a Pietro. Poi è apparso ai dodici apostoli, quindi a più di cinquecento discepoli riuniti insieme. La maggior parte di essi è ancora in vita, mentre alcuni sono già morti (1 Cor 15,3-6)

    risponde alle difficoltà di quelli che non credono alla risurrezione dei morti (1 Cor 15,12).
    Lo fa richiamando dapprima l’avvenimento fondante della risurrezione di Gesù proclamato fin dall’inizio dell’evangelizzazione cristiana (15,1-11) e mostrando poi l’efficacia salvifica della risurrezione per tutti i cristiani (15,12-34).
    L’annuncio cristiano sarebbe «vuoto» e inefficace la fede dei cristiani se Gesù non fosse risuscitato dai morti. I cristiani sono liberati dalla morte causata dal peccato di Adamo proprio perché Gesù Cristo è risuscitato da morte. Solidali nel peccato e nella morte con il Primo Adamo sono solidali nella salvezza e nella vita con Gesù, nuovo Adamo (15,20-22). Poi vengono descritte in un quadro apocalittico le diverse fasi dalla risurrezione di Gesù fino all’instaurazione della signoria di Dio sul mondo (15,23-28).
    Nella seconda parte del capitolo, Paolo parla di come sarà il corpo risuscitato. Sarà un corpo glorioso come lo è stato quello di Gesù. Con la sua risurrezione il Cristo è divenuto fonte dello spirito vivificatore (15,44-48). Infine Paolo sottolinea la necessità che tutti siano trasformati e rivestiti di incorruttibilità. È una dottrina che si trova nelle altre lettere. E nel c.8 della Lettera ai Romani Paolo mostra come non solo gli uomini ma tutto il creato geme nell’attesa della sua risurrezione e della sua trasformazione:

    Io penso che le sofferenze del tempo presente non siano assolutamente paragonabili alla gloria che Dio ci manifesterà.

    Tutto l'universo aspetta con grande impazienza il momento in cui Dio mostrerà il vero volto dei suoi figli.
    Il creato è stato condannato a non aver senso, non perché l'abbia voluto, ma a causa di chi ve lo ha trascinato. Vi è però una speranza: anch'esso sarà liberato dal potere della corruzione per partecipare alla libertà e alla gloria dei figli di Dio.
    Noi sappiamo che fino a ora tutto il creato soffre e geme come una donna che partorisce.

    E non soltanto il creato, ma anche noi, che già abbiamo le primizie dello Spirito, soffriamo in noi stessi perché aspettiamo che Dio, liberandoci totalmente, manifesti che siamo suoi figli (Rm 8,18-23).

    Nelle altre Lettere la risurrezione dei cristiani viene garantita dalla solidarietà con Gesù Risorto per mezzo della fede e del battesimo (cf Col 3,1-4; Ef 2,6).
    Infine vale la pena ricordare il quadro apocalittico finale descritto da Ap 21,4-6 dove è annunciata la risurrezione dei martiri associati al trionfo di Cristo:

    Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi. La morte non ci sarà più. Non ci sarà più né lutto né pianto né dolore. Il mondo di prima è scomparso per sempre. Allora Dio dal suo trono disse: “Ora faccio nuova ogni cosa”. Poi mi disse: “Scrivi, perché ciò che dico è vero e degno di essere creduto”. E aggiunse: ”È fatto. Io sono l'inizio e la Fine, il Primo e l'Ultimo. A chi ha sete io darò gratuitamente l'acqua della vita”.

    E la risurrezione di tutti i morti quando compariranno dinanzi al giudizio di Dio:

    Le sue mura erano solide ed elevate, con dodici porte. Alle porte stavano dodici angeli, e sulle porte erano scritti dodici nomi, quelli delle dodici tribù d'Israele. C'erano tre porte a oriente, tre a settentrione, tre a mezzogiorno e tre a occidente (Ap 21,12-13).


    NOTE

    [1] Per le riflessioni precedenti siamo debitori a N.LOHFINK, L’uomo di fronte alla morte, in Attualità dell’AT, Brescia 1968, pp. 201-244.

     


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