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    «Beati

    i misericordiosi»

    Dio è Padre buono
    che ci accoglie con tenerezza

    Claudio Doglio

    beatiimisericordiosi
    Introduzione

    Ho letto recentemente su "Avvenire" di un libro del cardinale di Parigi, Lustiger, intitolato "Siate felici – Colloqui sulla felicità e le beatitudini". L’articolo verteva, come un discorso nuovo, sulle beatitudini che ci indicano il cammino per la felicità: "la gioia è questione di fede". È appunto il cammino che stiamo percorrendo noi quest’anno.
    Continuiamo allora nella nostra lettura e approfondimento delle beatitudini; potrebbe essere una strenna natalizia questo complemento cardinalizio pubblicato dalla Marietti di Genova.
    Un’altra caratteristica importante delle beatitudini è il fatto che ci pongono di fronte alle scelte morali decisive, cioè questo annuncio del Vangelo, della "buona notizia", raccolto nella forma delle beatitudini caratterizza l’atteggiamento morale cristiano e quindi propone le scelte radicali della vita cristiana. Come stiamo vedendo, si tratta di indicazioni molto generali che si caratterizzano per degli atteggiamenti.
    Noi spesso facciamo consistere la vita morale nel fare o non fare delle azioni, mentre le beatitudini ci orientano a considerare degli atteggiamenti, dei modi di essere. La radice della nostra vita morale è proprio in questo atteggiamento di fondo: nella mitezza, nella disponibilità a legarsi a rischio anche di afflizione, nel riconoscimento della propria debolezza, nel desiderio forte della volontà di Dio. Non sono azioni, sono atteggiamenti, come quello della misericordia: "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia".
    È l’unica beatitudine in cui si adopera lo stesso termine sia nella formulazione della beatitudine sia nella causa.
    Non abbiamo un verbo corrispondente al greco e quindi non riusciamo a tradurre in modo fedele il testo greco; infatti, in italiano, l’espressione "trovare misericordia" non è un passivo. Invece, in greco, c’è una forma al futuro passivo. Immaginate che, in italiano, esista il verbo "misericordiare"; potremmo allora tradurre la beatitudine dicendo: "Beati i misericordiosi, perché saranno misericordiati". La lingua italiana ovviamente si ribella e allora, dopo avere fatto questo tentativo, ritorniamo nei canoni linguistici. L’importante è cogliere questo nesso di passivo che riporta la nostra interpretazione nell’ambito che già conosciamo, quello del "passivo divino": è Dio che agisce, è Dio che opera con misericordia.

    I misericordiosi

    Come nostro solito, procediamo alla comprensione dei termini in base all’uso che di queste parole fa il Nuovo Testamento.
    Cominciamo dall’aggettivo "misericordioso". Questo stesso aggettivo, in italiano, traduce più aggettivi greci, per cui sono costretto ad usare il termine greco che adopera Matteo: eleémon, strettamente imparentato con il verbo eleéo. Lo conosciamo già per averlo imparato nella formula dell’invocazione "Kyrie, eléison"; "eléison" è l’imperativo "abbi misericordia", che traduciamo con "abbi pietà", ma il senso è quello: dimostra misericordia. "Eleémon" è colui che dimostra misericordia. Questo aggettivo ricorre solo un’altra volta nel Nuovo Testamento, è quindi molto raro. Oltre a questa ricorrenza nella beatitudine, ricorre solo nella lettera agli Ebrei; ove trovaste in qualche altro brano la parola "misericordioso", significa che nel testo greco c’è un termine diverso.
    Per verificare il significato di questo aggettivo andiamo a vedere l’altra citazione nella lettera agli Ebrei. È molto interessante il fatto che, in quel contesto, l’aggettivo "misericordioso" venga detto di Gesù e, ancora una volta, ribadiamo l’idea che le beatitudini ci presentano il volto di Gesù, sono il ritratto del suo volto e, per quanto riguarda l’argomento di oggi, è lui il misericordioso. Leggiamo dunque i versetti della lettera agli Ebrei nei quali si cita il termine e cerchiamo di inquadrarli nel loro contesto: "(…) doveva rendersi in tutto simile ai fratelli per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed aver sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova" (Eb 2, 17÷18). Questa riflessione dell’autore della lettera agli Ebrei ci aiuta notevolmente a chiarire il concetto di misericordia.
    Innanzitutto, si dice che Gesù, Figlio di Dio, doveva rendersi in tutto simile ai fratelli per diventare "misericordioso". Noi non percepiamo la grande stranezza di questa frase, ma per un ebreo, per un esperto di legge ebraica dell’Antico Testamento, è un assurdo dire che doveva diventare "simile" per essere sacerdote: infatti il concetto stesso di sacerdozio, nell’Antico Testamento, implica la separazione, la diversità, la differenza. Per poter essere sacerdote, uno doveva essere distinto, diverso, differenziato: Dio si è scelto un popolo in mezzo a tutti altri popoli e, all’interno del popolo, ha distinto una tribù; all’interno di una tribù ha distinto la famiglia di Aronne, all’interno della quale ha separato il casato di Sadoc; all’interno di questo casato c’è solo un individuo, il primogenito, che viene messo a parte e diventa sommo sacerdote e, vestendo abiti sacri – separati, distinti da tutti gli altri – in un luogo sacro, in un tempo sacro, con oggetti sacri, può compiere i gesti sacri, può essere sacerdote. Quindi, l’idea del sacerdozio è quella della distinzione. Il nostro autore, invece, introduce un concetto rivoluzionario per il suo ambiente: "doveva", - dice, e fa riferimento quindi ad un progetto di Dio - "doveva rendersi in tutto simile ai fratelli". C’è un progetto di solidarietà tra Dio e l’uomo e, proprio perché Dio diventa interamente solidale con l’umanità, "può diventare sacerdote misericordioso". L’autore mette in stretta correlazione il concetto di misericordia con quello di solidarietà: proprio per il fatto di essere simile ai fratelli può diventare sacerdote misericordioso e degno di fede – preferisco usare quest’ultima espressione in luogo del termine "fedele". Degno di fede, infatti, significa l’affidabilità, il fatto che è fondamento, che è sicuro, che è credibile, che è attendibile, che merita fiducia. Gesù è "fondato" in quanto a relazione con Dio, Gesù è misericordioso in quanto a relazione con l’umanità, proprio perché è solidale in tutto. Il testo citato ci aiuta a comprendere con l’aggiunta: "proprio per essere stato messo alla prova in tutto e aver sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova". Proprio perché ha patito come noi, è in grado di capire quelli che patiscono.
    La misericordia viene allora avvicinata all’idea di "compassione", intesa in senso etimologico come capacità di soffrire insieme, di condividere la sofferenza. Pensate ad un’esperienza di una persona che ha sofferto, che ha passato dei momenti difficili di malattia, che ha subito degli interventi, che sa cosa vuol dire essere ammalato, essere debole, essere convalescente a lungo: probabilmente capisce molto di più una persona malata. Invece, uno che ha una salute di ferro, che non è mai stato all’ospedale, che non sa cosa vuol dire essere ammalato, pensa che chi si lamenta abbia delle storie. Non è proprio necessario essere ammalati per capire gli ammalati, ma può essere un aiuto. È un’esperienza chiara che noi facciamo in tante situazioni differenti: avere sperimentato una situazione ci aiuta a capire chi si trova in quella analoga situazione; uno che non ha esperienza di realtà concreta rischia di essere teorico e di non comprendere veramente.
    L’autore della lettera agli Ebrei ci ha detto che Gesù è diventato sacerdote misericordioso perché ha condiviso in tutto l’esperienza umana, quindi è in grado di comprendere le sofferenze altrui. Più avanti, l’autore dice: "(…) non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno" (Eb 4, 15÷16). Ecco qui un altro elemento importante: lui è misericordioso perché sa compatire, sa comprendere, sa aiutare, realmente ed efficacemente.
    Abbiamo già praticamente completato il quadro dell’aggettivo, ma, per scrupolo di completezza, facciamo un’ulteriore prova. Non abbiamo un’altra ricorrenza dell’aggettivo, però troviamo il sostantivo "misericordia", strettamente legato, – eleéos – quindi può essere di aiuto un’occhiata ai passi dove compare questa parola. Dato però che questi passi sono ventisette, dobbiamo sceglierne solo alcuni. Prendiamo quelli del testo di Matteo, il Vangelo in cui si trova la beatitudine che stiamo esaminando, che sono due ed importanti; in entrambi i casi si tratta di citazioni dall’Antico Testamento. "(…) misericordia io voglio e non sacrificio" (Os 6,6). La prima citazione si trova in Mt 9, 13, subito dopo la vocazione del pubblicano Matteo, quando Gesù va a tavola con gli amici di Matteo, che erano dello stesso giro degli usurai, degli sfruttatori, di coloro che si erano venduti l’anima pur di fare soldi in ogni modo - e Gesù va a tavola a casa di questa gente. Bisogna tener conto del fatto che in ogni ambiente culturale ci sono dei tipi di peccatori che risultano odiosi, altri che sono ritenuti scusabili e tollerabili. Nel nostro tempo, ad esempio, i peccatori ritenuti odiosi e abietti sono i pedofili e gli usurai: oggi Gesù, in un’ottica di misericordia, andrebbe in quegli ambienti odiosi e maledetti, proprio perché provoca un’attenzione e un ripensamento della situazione. Cerchiamo di non cadere in questi schemi sin troppo facili, per cui c’è il vero grande peccatore mentre tutti gli altri che finiscono perfino per restare simpatici. Gesù è a tavola con peccatori autentici e odiosi, ritenuti maledetti dalla società del tempo. I farisei, persone così serie, rigorose, moraliste, perbene, hanno da ridire sul comportamento di Gesù, il quale, in un certo senso, "li manda a studiare la Bibbia", come per dire: "Andate e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio", e continua: "Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".
    Allora, Gesù sta dicendo che in quel momento, a pranzo con della gentaglia, sta facendo misericordia; cerchiamo di capire in che senso. Gesù è lì presente con l’atteggiamento del medico: è più che normale che il medico vada in casa dell’ammalato, ma non ci va perché ama la malattia, anzi la odia, e proprio perché odia la malattia cura l’ammalato e lo frequenta. L’atteggiamento di Gesù nei confronti dei peccatori è quello di chi ha capito che quelle persone hanno bisogno di essere aiutate ed interviene con l’atteggiamento di chi vuole liberarle: Gesù intende questo tipo di azione come "misericordia", mentre il sacrifico è l’atteggiamento rituale, il rito celebrativo liturgico, ufficiale. La misericordia è la partecipazione personale, a differenza del rito, che può anche essere semplicemente esterno, freddo.
    La stessa citazione di Osea ritorna, sempre nel Vangelo di Matteo, al capitolo 12, inserita nell’episodio delle spighe strappate in giorno di sabato, quando i farisei rimproverano i discepoli perché non è lecito fare alcunché in tale giorno. Gesù commenta: "Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato persone senza colpa". Anche in questo caso, "misericordia" non significa tanto tolleranza nei confronti di una violazione della legge, quanto piuttosto l’atteggiamento di chi si mette nei panni dell’altro: "Non avreste condannato persone senza colpa". Il rimprovero che Gesù muove ai farisei è quello di essere insensibili, cioè incapaci di mettersi nei panni dell’altro: è una incapacità di solidarietà, è l’atteggiamento di chi, dall’esterno, giudica senza partecipazione. Gesù, che è capace di questa solidarietà, di questa condivisione della vita con l’altro, è in grado di capire che l’atteggiamento dei discepoli non è peccaminoso: questa capacità di capire e di scusare è "misericordia" e non freddo ritualismo che applica la legge alla lettera.
    Nella lettera di Giacomo troviamo un detto che suona così: "Il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia" (Gc 2, 13). Riconoscete la nostra parabola capovolta? È la stessa frase in chiave negativa.
    Allora, potremmo dire, sintetizzando tutte le osservazioni fatte finora, che la misericordia dell’uomo comprende tre momenti decisivi. Innanzitutto, è misericordia accorgersi della debolezza o della necessità del prossimo, il primo atto misericordioso è accorgersi che l’altro ha bisogno; il contrario è l’atteggiamento insensibile di chi non si accorge di nulla. Era un principio pratico, applicato ad esempio nelle comunità religiose dei benedettini, quello di non chiedere mai nulla per sé a tavola, ma di essere attenti al vicino, per cui, proprio per regola, se non ho il sale non posso chiederlo per me, ma deve essere il mio vicino di tavola ad accorgersi che mi manca il sale e lo chiede per me. Era un principio pedagogico, educativo, molto serio, anche se ci sono degli aneddoti umoristici in proposito.
    Dopo questo primo passo dell’accorgersi del bisogno dell’altro, il secondo passo è quello di provare compassione, letteralmente, nel senso di "con-patire". Succede infatti, talvolta, di accorgersi che un altro ha bisogno, ma posso fermarmi lì, non mi interessa, non soffro insieme a lui; teoricamente penso che dovrei fare qualcosa, ma non mi muove dentro, non c’è la commozione e non c’è la compassione. "Misericordia", invece, è l’atteggiamento per cui io soffro vedendo l’altro soffrire, non a livello teorico ma a livello reale, personale, sentimentale: è la partecipazione reale dell’affetto e della volontà, per cui mi accorgo e partecipo in modo sensibile a questo bisogno dell’altro.
    Il terzo gradino della misericordia comporta l’intervento, perché fino a qui è avvenuto qualcosa dentro di me: ho visto, ho provato compassione, potrei fermarmi lì. La misericordia, invece, richiede che, a questo punto, faccia il passo operativo.
    Quindi la misericordia è l’atteggiamento di colui che concretamente aiuta chi è nel bisogno. Sono tre i passi necessari, che possono anche essere praticamente contemporanei: si vede, si prova quel senso di partecipazione, si interviene. Se ci si ferma al primo o al secondo, non è ancora misericordia, ma ne è solo un inizio imperfetto; nell’altro caso, invece, si può realmente parlare di misericordia.

    Trovare misericordia

    Cerchiamo ora di capire, nella motivazione della beatitudine, che cosa significa il verbo "trovare misericordia" o "usare misericordia" oppure, al passivo, "essere trattati con misericordia".
    Quella formula liturgica che noi conosciamo, "Kyrie, eléison", compare nei Vangeli molte volte. Proprio nel Vangelo di Matteo ritorna con insistenza ed è quasi sempre in bocca ai malati, a persone che si trovano in una situazione di bisogno, di debolezza, di handicap e si rivolgono a Gesù dicendo "Kyrie, eléison", "Signore, abbi pietà, abbi misericordia, accorgiti che abbiamo bisogno, commuoviti per noi, intervieni per fare qualcosa".
    Con i peccatori, Gesù usa misericordia perché si è accorto che hanno bisogno, ha avuto compassione, è intervenuto. Ma tutta l’opera della salvezza, l’incarnazione, la morte e la risurrezione di Gesù sono opere di misericordia. Cerchiamo di capire in che senso, provando ad applicare i tre passaggi che abbiamo sintetizzato.
    Dio si è "accorto" della situazione di bisogno, di necessità in cui l’umanità versa, ha preso il fatto in considerazione, ha partecipato affettivamente a questa situazione, è venuto a compatire: "Doveva rendersi in tutto simile ai fratelli (…)". È il principio divino della solidarietà che regge la storia della salvezza, Dio sceglie la solidarietà con l’uomo e il Natale è proprio la festa di questa solidarietà divina: è Dio che sceglie di condividere in tutto la nostra esperienza e si fa uno di noi – è atteggiamento di misericordia - per renderci un aiuto efficace al momento opportuno, per risolvere davvero il problema e non per consolare vanamente. La vita umana di Gesù, la sua esperienza storica, è opera di misericordia in quanto dono totale di sé per risolvere il problema dell’umanità che ha bisogno.
    Questo verbo si trova in un passo molto significativo, che è la parabola dei due debitori, dove si racconta di un servitore che doveva al suo re una somma spropositata, incolmabile, impossibile da pagare, neppure vendendo come schiavi la moglie e i figli; il re, munificamente, condona. Ma il debitore, dopo essere stato sollevato da questo peso immenso, minaccia e maltratta un suo collega che gli doveva una somma irrisoria e lo manda in galera fino a quando non gli avesse restituito tutto. A quel punto, il re fa richiamare colui che era stato beneficato e qui compare, appunto, il termine: "Non dovevi forse tu usare misericordia nei confronti del tuo amico, come io ho avuto misericordia di te?" (Mt 18, 33). Per due volte si usa quel verbo eleéo che compare qui, "trovare misericordia". Ricorrendo alla forma linguisticamente non accettabile ipotizzata all’inizio, sarebbe come dire: "Non dovevi tu misericordiare il tuo amico come io ho misericordiato te?". Qui noi troviamo, in parallelo, l’azione di Dio e l’azione dell’uomo. All’origine sta l’azione di Dio, è Dio che per primo condona, dona e trasforma, usa misericordia e rende l’uomo capace di misericordia: l’origine di tutto è la misericordia di Dio, il suo amore paterno. Ma non è un colpo di spugna, il perdono di Dio non è mai un far finta che il peccato non ci sia, ma è un reale intervento per risolvere il problema: il perdono di Dio davvero trasforma la persona, la cambia dal di dentro e la abilita a fare qualcosa che non sarebbe in grado di fare da sola. Ciò che non viene chiesto prima viene però chiesto dopo, e viene chiesto come conseguenza non come causa: la misericordia dell’uomo è un effetto, non la causa, della misericordia di Dio. Occorre fare molta attenzione perché il rischio è di far deviare il discorso nell’errata interpretazione "Siate misericordiosi, affinché Dio sia misericordioso con voi", oppure "Dovete essere misericordiosi, così Dio vi ricompenserà e sarà misericordioso con voi". Purtroppo, questa impostazione di tipo moralistico viene talvolta usata, ma non è l’annuncio cristiano, è da capovolgere: Dio è la causa, Dio è misericordioso con voi, quindi, come conseguenza, voi potete essere misericordiosi. Ogni volta torno su questo concetto perché è molto importante.
    Non si tratta di un dovere morale. Le beatitudini non presentano dei doveri, ma delle felicitazioni per chi può vivere in modo nuovo, in modo straordinario: potete essere misericordiosi, dal momento che Dio è misericordioso con voi, lo è qui e lo sarà in futuro. Dal momento che Dio adopera con voi il criterio della misericordia, siete fortunati perché potete esserlo anche voi.
    È importante il fatto che si adoperi lo stesso elemento linguistico nelle due parti delle beatitudini per capire come la relazione tra gli uomini sia strettamente collegata alla relazione con Dio: nessuno ha da dare niente agli altri se prima non è in comunione con Dio; la relazione con Dio abilita l’uomo alla relazione buona con gli altri, e questa relazione buona è ciò che chiamiamo misericordia.
    Vediamo ancora qualche caratteristica di questa formulazione.
    La misericordia è un atteggiamento di fondo, non è una serie di azioni, è l’atteggiamento di chi si accorge, compatisce e aiuta il bisognoso. Ma il bisognoso è l’emarginato, il malato, il peccatore: è l’atteggiamento di Dio che non vuole che alcuno vada perduto e fa di tutto per portarci alla perfezione. Questo atteggiamento divino è in stretta relazione con la nostra esperienza morale. Ciascuno di noi si riconosce come debole, come dipendente da Dio e, di conseguenza, riconosciamo che gli altri sono deboli e in qualche modo dipendono da noi. La giusta relazione con Dio ci porta alla giusta relazione con gli altri.
    È importante collegare questa beatitudine con la prima: i poveri in spirito sono coloro che hanno la coscienza di essere poveri, di essere deboli, di avere bisogno, di dipendere. Chi ha questa consapevolezza diventa misericordioso. L’orgoglio e l’autosufficienza rompono quella capacità di accorgersi dell’altro; la coscienza della propria debolezza è quel principio di solidarietà per cui mi rendo conto che l’altro è debole come me.
    È importante anche il collegamento che c’è con la beatitudine precedente: il desiderio della giustizia potrebbe far pensare ad una tensione orgogliosa verso il giusto, il perfetto. Il collegamento stretto che c’è fra giustizia e misericordia ci orienta alla comprensione: la giustizia non porta all’orgoglio, ma alla misericordia. Desiderare pienamente la volontà di Dio significa imitarlo nell’atteggiamento di misericordia.
    Lasciatemi concludere con parole, care ad un savonese, dette dalla Madonna quando apparve nel Cinquecento: "Misericordia e non giustizia", come atteggiamento di Dio nei confronti dell’uomo, dove "giustizia" sta per "giustiziare", condannare a morte. Il criterio di Dio non è quello di "giustiziare" le persone, ma di "misericordiarle", di intervenire con quell’atteggiamento buono che ricupera. E noi, avendo fatto l’esperienza della misericordia di Dio sulla nostra debolezza, diventiamo giusti e lo desideriamo ardentemente, imitando il Padre come figli carissimi e vivendo quell’atteggiamento di misericordia che è straordinaria, che è frutto della grazia: beati noi perché possiamo vivere la misericordia.



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