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    Piccola catechesi

    ai giovani sulla fede

    Carlo Caffarra


    Elisabetta quando ricevette in casa sua la cugina Maria, la lodò soprattutto per la sua fede: "beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore" [Lc 1,45].
    Nel nostro incontro annuale nel santuario mariano ho pensato di farvi quest’anno una piccola catechesi sulla fede. Non vi parlerò dunque di nessuna verità che noi professiamo nel Credo, ma cercherò di rispondere alla seguente domanda: che cosa significa credere? Vi dico subito la risposta, così che poi spiegandone ogni elemento, possiate seguire meglio. E la risposta è: la fede è la risposta della persona umana a Dio che le rivela Se stesso ed il suo disegno di salvezza, dando allo stesso tempo una luce sovrabbondante all’uomo in cerca del senso ultimo della sua vita.
    In questa descrizione della fede entrano in gioco due soggetti: l’uomo e Dio. Di Dio si dice che "rivela Se stesso ed il suo disegno di salvezza". Dell’uomo si dice che, credendo, risponde a questa rivelazione, cioè l’accoglie, restando così illuminato nella sua ricerca del senso della vita.
    Cercherò ora di riflettere brevemente su ciascuno dei due attori che costituiscono il dramma della fede. Parto dall’uomo.

    1. L’uomo alla ricerca di senso

    Tanti sono i nostri bisogni; tante sono le nostre domande. Ma se andiamo in profondità, possiamo prendere coscienza che ciascuno di noi non solo ha dei bisogni, pone delle domande, ma è bisogno, èdomanda.
    La Samaritana ha il bisogno di andare ogni giorno ad attingere acqua, poiché, come ognuno di noi, vive dentro a questa sorte di dialettica: sete-acqua-sete. Ma Gesù le fa percepire che ella, che la sua persona stessa è sete.
    Tante persone vogliono eleggere Gesù loro re, racconta il Vangelo di Giovanni [cfr. cap. 6], perché ha saziato la loro fame. Ma non si rendono conto che non hanno solo bisogno di pane, ma che sono bisognodi nutrimento. Lo percepisce Pietro: "tu solo hai parole di vita eterna", dice a Gesù, e si attacca a Lui per sempre.
    Cari amici, che cosa significa "ognuno di noi è bisogno, è domanda"? vi aiuto a rispondere con l’aiuto di un nostro grande amico, S. Agostino.
    Egli, come sono sicuro ciascuno di voi, era affamato di amicizie. Ad un certo momento la morte gli strappa il suo amico più caro. Egli è sconvolto: perché la morte ti toglie anche le persone più care? Allora essa è più forte dell’amore? Ma se è così, perché continuiamo a desiderare un amore – in un parola: una vita – più forte? E Agostino conclude: "io divenni a me stesso una domanda" [factus sum mihimetipsi quaestio].
    Agostino ha sperimentato ciò che ognuno di noi sperimenta nei momenti più tragici o belli della sua vita: la vita è più grande del nostro stesso vivere quotidiano, perché porta in sé l’esigenza di ragioni per cui valga la pena vivere. La vita quotidiana è fatta di dolore, il dolore della morte dell’amico, ma dentro a questo vivere Agostino percepisce, o per lo meno desidera e sospetta, delle ragioni per cui valga la pena vivere, nonostante tutti i nonostante.
    Quali sono queste ragioni? Chi/che cosa risponde al mio desiderio di vivere una vita per cui valga la pena di vivere?
    Il bisogno è una mancanza con dentro una domanda [la samaritana manca di "acqua per spegnere la sua sete" e desidera e chiede quest’acqua]. Ma nel momento in cui prendiamo coscienza della nostra condizione, o presumiamo di non aver bisogno di nessuno per trovare risposta al nostro bisogno o ci convinciamo che alla domanda che è ciascuno non esisterà mai risposta.
    Cari amici, il rischio più grande che noi oggi corriamo è quello di assopire, o censurare, o perfino inibire questa immensa domanda che ci costituisce, questo grande desiderio di "uscire all’aperto per vivere nell’ampiezza delle possibilità dell’essere uomo".
    Se non ci immunizziamo contro questo rischio, vivremo secondo i nostri istinti sia pure dentro al quadro della legalità. Ma istinto e legge sono oggi gli strumenti principali del potere dominante.
    Cari amici, quando noi parliamo di fede, presupponiamo un uomo e ci rivolgiamo ad un uomo che non si accontenta semplicemente di vivere, ma che cerca veramente il senso ultimo della vita ed il suo gusto.

    2. Dio rivela Se stesso ed il suo progetto

    Vorrei partire da una pagina di Platone.
    "Infatti, trattandosi di questi argomenti, non è possibile se non fare una di queste cose: o apprendere da altri come stiano le cose, oppure scoprirlo da se stessi; ovvero, se ciò è impossibile, accettare, fra i ragionamenti umani, quello migliore e meno facile da confutare, e su quello come su una zattera, affrontare il rischio della traversata del mare della vita: a meno che non si possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su più solida nave, cioè affidandosi a una rivelazione divina".
    Come potete constatare l’uomo che cerca risposta, si rende conto che in fondo egli ha solo bisogno che nella sua vita accada un evento: che Dio stesso gli venga incontro.
    È in fondo la stessa posizione che Cesare Pavese espresse quando scrisse: "qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? e allora perché attendiamo?".
    Come avviene l’incontro fra due persone? Lo strumento basilare, la via dell’incontro è la parola detta dall’uno e la risposta dell’altro. Attraverso la parola si rivelano i propri sentimenti, i propri pensieri, i propri desideri, i propri progetti. In una parola: se stessi. Possiamo dire: l’incontro è un evento linguistico. Ma non solo, e non principalmente.
    L’incontro è anche e soprattutto una storia fatta di eventi, di vita condivisa in una reciproca appartenenza. Pensate, per esemplificare, all’incontro fra un uomo ed una donna che venga sigillato dal patto coniugale. L’incontro è una storia.
    Sono dunque questi i due elementi che costituiscono un incontro fra due persone: parole e fatti. L’incontro è sempre e un evento linguistico e un evento storico.
    Ascoltate ora il seguente testo: Cost. Dogm. Dei Verbum 2 [EV 1/873].
    "Questa economia della rivelazione avviene con eventi e parole tra loro intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole proclamano le opere e illuminano il mistero in esse contenuto".
    Chi è il credente? È colui che ha incontrato Dio, che "per la ricchezza del suo amore gli parla come ad un amico, si intrattiene con lui per invitarlo ed ammetterlo alla comunione con Sé". Gli parla e compie gesti divini di amore. La fede nasce da questo evento.
    Nel prossimo paragrafo spiegheremo meglio parlando precisamente dell’atto della fede. Ora mi preme richiamare la vostra attenzione su un punto centrale.
    Non è difficile capire che questo fatto: Dio in Cristo parla all’uomo e compie i sui gesti di amore, deve in un qualche modo accadere oggi. Non deve essere solo memoria di un evento passato, ma presenza oggi dello stesso evento passato. Non solo memoria, ma presenza: Cristo è nostro contemporaneo: solo così può essere risposta al bisogno che è ciascuno di noi. Se ho fame, non mi basta pensare a quando ho mangiato! Ho bisogno di avere il cibo ora.
    Contemporaneità di Cristo non significa che tutto comincia sempre da capo come se in un preciso momento e spazio non fosse accaduto nulla. Ma nel senso che quanto è accaduto una volta, rimane per sempre e ciascuno di noi in qualsiasi momento può incontrarlo. Come? Mediante la Chiesa. Ecco come il S. Padre spiega questo punto nella lettera ai giovani in vista della prossima GMG di Madrid.
    "Anche a noi è possibile avere un contatto sensibile con Gesù, mettere, per così dire, la mano sui segni della sua Passione, i segni del suo amore: nei Sacramenti Egli si fa particolarmente vicino a noi, si dona a noi. Cari giovani, imparate a "vedere", a "incontrare" Gesù nell’Eucaristia, dove è presente e vicino fino a farsi cibo per il nostro cammino; nel Sacramento della Penitenza, in cui il Signore manifesta la sua misericordia nell’offrirci sempre il suo perdono. Riconoscete e servite Gesù anche nei poveri, nei malati, nei fratelli che sono in difficoltà e hanno bisogno di aiuto".
    Vedete dunque come la fede, incontro personale col Signore, ci inserisce profondamente dentro alla Chiesa di ieri e di oggi. La mia fede è la fede della Chiesa: è questa che sorregge e protegge la mia fede.

    3. La risposta dell’uomo: la fede

    La risposta a Dio che rivela Se stesso ed il suo progetto di salvezza è precisamente la fede; il rifiuto della risposta è l’incredulità. Dobbiamo finalmente vedere che cosa è, in che cosa consiste questa risposta.
    Parto da una esperienza umana. Quando un ragazzo dice ad una ragazza che la ama, che desidera condividere con lei la vita, che sia lei la madre dei suoi figli, la ragazza ha tre possibilità di risposta.
    La prima è di pensare che quel ragazzo non è sincero, non è affidabile, la sta ingannando. La seconda è di rifiutare semplicemente quella proposta. La terza è di consentire, e quindi di iniziare una storia di amore.
    Proviamo ad analizzare brevemente la terza risposta. Essa implica un atto di intelligenza: "ciò che mi sta dicendo è vero; non mi sta ingannando". La ragazza è certa della verità delle parole dette. Ma questo non è tutto. Ricordate la seconda risposta? Potrebbe essere sicura che quel ragazzo non la sta ingannando, ma dirgli: "non mi interessi … non sei il mio tipo". Perché inizi una vera storia d’amore, è necessario che la ragazza si senta attratta verso il ragazzo; senta come una sorta di trasporto affettivo nei suoi confronti.
    Se mi avete seguito, non vi sarà ora difficile comprendere che cosa significa credere.
    Dio si rivolge a ciascuno di noi oggi [ricordate la contemporaneità] e dice: "ti voglio bene; desidero vivere con te una storia di amore, perché io sono Amore" [ricordate che cosa significa Rivelazione]. L’uomo ritiene che Dio veramente gli sta parlando; che quando gli dice il suo Amore, non lo sta ingannando: gli dice la verità. Ecco il primo costitutivo della fede: la fede è un atto della ragione che ritiene con certezza assoluta che Dio gli sta dicendo la Verità.
    Ma la fede non si riduce a questo, ad un assenso della nostra ragione. Essa implica anche un profondo interesse per quanto Dio sta dicendo; implica una sorta di attrazione interiore verso la parola, meglio ciò che Dio sta dicendo: in ultima analisi verso Dio stesso. Ecco il secondo costitutivo della fede: la fede è un atto della nostra libertà che decide di porsi nella relazione amorosa col Signore.
    Quando diciamo "credere a Dio" sottolineiamo l’aspetto razionale della fede: quando diciamo "credere in Dio" sottolineiamo l’aspetto affettivo della fede.
    Ma questo non è tutto. La dimensione più importante della fede è un'altra. Ritorniamo all’esempio.
    La ragazza dice sì perché si sente attratta verso quel ragazzo. Donde nasce questa attrazione? Sicuramente dalle qualità che la ragazza intravede nel ragazzo: la sua bellezza, la sua intelligenza … Nella fede accade qualcosa di grandioso.
    Dio esercita un’intima attrazione nei confronti della persona; gli mostra come un raggio della sua bellezza, gli dona come una pregustazione della dolcezza del suo amore. E la persona umana … cede e resta come sedotta. Certamente, quindi, la fede è un atto ragionevole e libero della persona che crede. Ma ancora prima e di più è un atto di Dio stesso il quale muove il cuore dell’uomo e lo rivolge a Sé, apre gli occhi della mente e fa gustare la dolcezza nel consentire alla parola di Dio.
    In sintesi. La fede è un’adesione personale di tutto l’uomo a Dio che si rivela, ed è costituita da un’adesione dell’intelligenza e da un movimento della libertà.

    Conclusione

    Immagino che avrete tante domande. Molti sono infatti i punti da chiarire ed approfondire. Ora nelle vostre parrocchie, nei movimenti ed associazioni dovete riprendere questa riflessione e coi vostri sacerdoti completarla: seguite il Catechismo della Chiesa Cattolica, dal n. 27 al n. 184.
    Due riflessioni conclusive. Non vi sarà difficile ora rendervi conto che la fede è la radice ed il fondamento di tutta la vita cristiana.
    La seconda riflessione è una citazione di S. Tommaso: "la fede è una pregustazione della conoscenza che ci renderà beati nella vita futura" [Compendio di teologia I,3].

    Basilica di San Luca, 15 ottobre 2010



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